giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La frescezza di Derek Walcott in un parallelo
tra interiorità e vissuto
Pubblicato il 11-01-2016


walcottIl premio nobel Derek Walcott torna nelle librerie in Italia con la raccolta poetica Egrette Bianche edita da Adelphi (pp.189, euro 19) con l’ottima traduzione di Matteo Campagnoli e subito alla prima lettura affiora quella sua peculiare freschezza linguistica, nitidezza di visione quasi che l’età biologicamete declinante anziché lasciarlo nelle risacche del già detto, lo perorasse, iniettando nuova linfa alle sue narrazioni. I libri di Walcott da sempre riescono a tenere assieme mondi molto lontani e gli accenti di una spiritualità estrema si mischiano a quelli di un perturbante afrore di sensi. I centri visionari di Egrette Bianche sono più d’uno ma quello fondante ruota attorno alla terra caraibica del poeta, Santa Lucia, spazio di luce estremo, eden perduto che parla al lettore con le molte voci della sua storia divenute spettri che ondeggiano senza sosta tra Pigeon Island e Petit Piton ed il poeta con punta di malinconia sembra scrutarle, interrogarle come aruspici tra le egrette nel cielo:

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix/e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,/…/per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento/…..una visione che lo scosse/<<sembra uscito da Bosch>> disse. Quell’enorme uccello/era lì all’improvviso,…/Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato/le egrette si levano…/o virano, come una regata, sull’erba verde mare,/sono anime serafiche, com’era Joseph”.

E la freschezza poetica di Walcott è proprio qui, la scrittura, dopo le tante perdite, le tante umiliazioni secolari dei fratelli neri, si rialza proprio nel descrivere l’evento sempre nuovo della vita, della natura che in ogni momento può sorprendere come nel passaggio del poeta a Siracusa dove il patrono della città è proprio santa Lucia o a Recanati nella casa di Leopardi. La forza della pagina è in questo doppio filo: il luogo vissuto va parallelo a quello della propria interiorità e così ugualmente il tempo della sua arte pittorica, lui feroce critico di se medesimo, si mischia quasi per stigmatizzarsi, ai tempi delle visioni dei grandi artisti del primo rinascimento italiano e poi dell’età dell’oro olandese come Rubens, Rembrant, Frans Hals:

“…Mantegna, Crivelli,/la faccia di un turista dipinta da Andrea del Sarto:/…/e le donne, le donne! Difficile vederle solo/per quel che sono, ad esempio, quella ferma sull’uscio/di un negozio con gli occhiali scuri, così al volo,/una ragazza abbronzata o Prosperina al portale della primavera”.

L’altro aspetto rilevante che si riannoda agli altri suoi libri da Mappa del nuovo mondo passando per Omeros sino ad  Isole è appunto la cifra della scrittura che come abbiamo già accennato, diviene con punte d’ironia a tratti civile: ecco allora nei versi spuntare il colonialismo secolare e al tempo quella rivincita della negritudine con dedica di una poesia proprio a Barack Obama che troppo, tanto ha dovuto soffrire e poi l’arrembante cementificazione delle isole che deturpa il senso della visione naturale e quindi spirituale dell’uomo e dietro questa poesia dei fatti, sempre traluce il rapporto con la natura  arcaica che salva. È lampante quindi questa associazione: ad ogni memoria, perdita improvvisa o nuovo tetro avanzamento della vecchiezza, ecco ondeggiare l’affresco radioso della natura che sembra sanare, colmare il vuoto esistenziale dei giorni che s’allarga. Tutto si dà appuntamento nella grande pagina di Derek Walcott, la visione naturale, quella storica, la memoria, l’avvenire, tutto continuamente parla in confidenza col lettore di oggi, di domani:

“Questa pagina è una nuvola tra i cui margini sfilacciati/appare a squarci un promontorio con le montagne/poi scompare di nuovo finché ciò che emerge/dall’azzurro oramai sgombro è il mare scanalato/e l’intera isola che si nomina da sé,…/due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali, mentre la pagina è coperta lentamente da una nube/ e torna bianca e il libro si chiude”.

Guido Monti

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