mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Giacomo Matteotti, un riformista scomodo
Pubblicato il 26-01-2016


Il 23 settembre 1913, in vista delle elezioni politiche, Giacomo Matteotti ebbe un vivace contraddittorio con Guido Podrecca, direttore del periodico «L’Asino» e acceso anticlericale. Egli gli rimproverò in quell’occasione di porre in termini sbagliati la questione clericale, sostenendo che i socialisti lasciavano liberi i cattolici di professare la loro fede e che essi dovevano battersi per obiettivi immediati come la riduzione delle spese militari e la corsa al colonialismo. L’episodio, riportato su «La Lotta» di Rovigo (27 settembre 1913), è ricordato nel recente libro Giacomo Matteotti eroe socialista (Agra, Roma 2014, p. 32) di Maurizio Degl’Innocenti.

Preceduto da una breve prefazione di Pierluigi Bertinelli, Presidente della Fondazione Argentina Altobelli, il libro ricostruisce la vicenda umana e politica di Giacomo Matteotti, dall’iniziale adesione al socialismo fino all’opposizione contro la guerra e il fascismo. Esso ricorda l’influenza del fratello Matteo, che – prima della morte avvenuta nel 1909 – influenzò il fratello ad abbracciare l’ideale socialista, infondendogli anche la passione per lo studio e la ricerca scientifica. Nella sua tesi di laurea, pubblicata con il titolo La recidiva nel 1910, il giovane Matteotti gli dedica parole commosse: «Alla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine, e non potè veederne il compimento».

Diventato militante socialista nei primi anni del Novecento, Matteotti s’impegnò attivamente nella costituzione di circoli, cooperative agricole e di leghe nel Polesine con lo scopo precipuo di risollevare le misere condizioni dei contadini, sfruttati da un padronato ingordo e colpiti dalla malaria per la cattiva nutrizione. La sua formazione culturale e l’esperienza politica maturarono a stretto contatto con i contadini, ai quali non fece mancare una propria assistenza giuridica, difendendo le loro rivendicazioni sociali nel consiglio comunale e provinciale. In questo ruolo Matteotti (fu sindaco di Villamarzana e di Boara Polesine) si distinse per un aiuto concreto alle popolazioni locali con il riordino della scuola primaria, la creazione di biblioteche, di strade, di comunicazioni tranviarie, fluviali e telefoniche. Sulla grave questione scolastica l’autore scrive pagine interessanti, sottolineando come Matteotti profuse un impegno continuo e assiduo a favore della scuola primaria e delle strutture educative di sostegno. Egli professò una visione laica della politica, ma non si oppose all’insegnamento della religione nella scuola: una scelta che doveva avvenire senza pressioni esterne, nè da parte dei cattolici né dei massoni, entrambi rinchiusi in uno schematismo totalizzante della società. La sua laicità fu infatti connessa alla libertà di insegnamento e utilizzata come sostegno alla scelta autonoma dei genitori. Come amministratore e membro del Consiglio scolastico, eletto nel 1915, Matteotti svolse un’intensa attività sociale con mostre ed elargizioni personali. Nel trigesimo anniversario della morte del fratello Matteo, egli erogò una cospicua somma per la costruzione di un fabbricato destinato alle scuole elementari e all’asilo infantile (p. 48). Un prova emblematica, che serve a smontare il collage di menzogne contenute nel raffazzonato volume Matteotti senza aureola, volume primo: il politico (Aracne, Roma 2105) di Enrico Tiozzo, che considera il socialista veneto «scioperato» e «sfaccendato», intento solo a soddisfare il suo egoismo personale, scrivendo: «Se si fosse dedicato di più alla beneficenza e meno alla politica, avrebbe probabilmente onorato meglio la sua missione» (p. 266). Proprio come amministratore e deputato, egli considerò sempre l’istituzione politica come bene collettivo «deputato all’esercizio della libertà» (p. 46).

In quest’àmbito Degl’Innocenti considera il socialista veneto un sincero riformista, animato da un vivo senso di giustizia e da una visione etica della politica. Inteso come ricerca di sviluppo economico e premessa di mutamento sociale, l’agire politico era considerato con una «valenza positiva» e improntato al rispetto dell’avversario e al rifiuto di ogni forma d’intolleranza. Questo leitmotiv spinse Matteotti a combattere la retorica estremistica e ad assumere un atteggiamento critico verso il sindacalismo rivoluzionario, animato nel Polesine da Vittorio Frassinelli e da Dante Gallani. Senza trascurare la rappresentanza politica nei comuni rurali, egli collaborò alla stampa democratica e socialista («L’Avanti!», «Critica Sociale», «Il Comune moderno»), acquisendo una consolidata autorevolezza, che gli permise di di diventare una personalità politica nazionale.

Nel 1911-12 egli si oppose così alla guerra di Libia, ma criticò la posizione filotripolina di Leonida Bissolati, di Ivanoe Bonomi e di Guido Podrecca, senza risparmiare Benito Mussolini, proclamatosi campione dell’intransigentismo rivoluzionario per assumere la direzione dell’«Avanti!». La distanza da Mussolini e la tenace opposizione contro la Grande Guerra era una dimostrazione della lungimiranza politica di Matteotti, che intuì il voltafaccia del futuro duce, passato da un iniziale neutralismo all’interventismo per il sostegno finanziario dell’Ambasciata francese e di Filippo Naldi, direttore del «Resto del Carlino» e portavoce degli ambienti finanziari favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia. Anche dopo l’intervento Matteotti ribadì la propria condanna contro quella orribile carneficina che gli causò la denuncia di «disfattismo».

Come deputato, eletto nel 1919 per il collegio di Ferrara-Rovigo e confermato nel 1921 e 1924, Matteotti «partecipò assiduamente ai lavori del Gruppo parlamentare» e fu correlatore sulla crisi economica al XVIII Congresso nazionale del Psi (12 ottobre 1921), durante il quale esordì dicendo di parlare «anche per quelli ai quali la violenza fascista aveva impedito di intervenire». Quel discorso premonitore, basato su una denuncia precisa della natura violenta del fascismo, fu continuato con grande tensione morale alla Camera, dove il 30 maggio 1924 rivolse una accusa precisa al dittatore che personificava il sistema politico italiano, inaugurava la fine del Parlamento come istituto rappresentativo e restringeva ogni spazio di agibilità politica. Una denuncia che provocò la sua morte il 10 giugno dello stesso anno, trasformando il segretario del Psu in un «martire» antifascista e nel simbolo della riscossa democratica.

Nunzio Dell’Erba

 

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