mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Gianfranco Sabattini
Craxi e la modernizzazione dell’Italia
Pubblicato il 22-01-2016


È uscito alcuni anni fa, per i tipi Salerno Editrice, un libro sulla figura di Bettino Craxi e sul ruolo che egli ha svolto nell’ambito della vita politica italiana; ne è autore Luigi Musella, professore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università degli studi di Napoli. Il libro è arricchito da un ricordo del Segretario socialista da parte di Giulio Andreotti e da una presentazione di Piero Craveri, anch’egli docente di storia contemporanea, con limitate esperienze politiche nelle file del Partito Radicale. Il “Ricordo” di Andreotti, la “Presentazione” di Craveri e il libro di Musella valgono bene la celebrazione non di parte del sedicesimo anniversario della morte di Craxi, avvenuta in terra straniera il 19 gennaio del 2000.

A giudizio di Craveri, la biografia di Craxi scritta da Musella è un lavoro originale “che getta uno sguardo nuovo su Craxi, collocato nella prospettiva della storia italiana, fuori dalle polemiche laceranti che accompagnarono la sua irresistibile ascesa negli anni ’80 e la sua precipitevole caduta in quelli ‘90”. Musella evidenzia che Craxi sul piano politico è stato pienamente coerente fino in fondo con la sua storia di militante del Partito Socialista Italiano: niente dell’immagine di avventuriero dipinta con acrimonia in un “appunto” scritto da Antonio Tatò per “uso e consumo” di Enrico Belinguer, del quale Tatò è stato segretario fedele; ma anche niente della descrizione fattane da Eugenio Scalari, direttore di “Repubblica”, che equipara Craxi al capo di una banda costituita dai massimi dirigenti socialisti.

A dimostrazione della coerenza che ha sempre connotato l’impegno di Craxi, da politico, militante e Segretario del partito, Craveri osserva come, dalla biografia di Musella, emerga con chiarezza che alcune delle scelte più importanti effettuate da Craxi negli anni in cui è stato Segretario del partito siano da ricondursi, non solo alla sua riflessione critica del centrosinistra, ma soprattutto al tempo in cui da semplice militante è stato un “autonomista” avanti lettera, molto prima dunque che il Partito decidesse, dopo i fatti d’Ungheria del 1956, di recidere i legami che lo vedevano al “carro” dei Partito Comunista.

Dopo i fatti d’Ungheria, il Partito Socialista, non solo ha preso le distanze dal Partito Comunista, ma ha maturato anche la decisione di avvicinarsi all’area di governo, sino ad inaugurare negli anni Sessanta un’alleanza politica con la Democrazia Cristiana; dopo una prima esperienza, realizzata attraverso l’appoggio esterno a un governo presieduta da Fanfani, nel 1963 il PSI è entrato definitivamente a fare parte di una governo presieduto da Moro.

In cambio del loro ingresso nell’area governativa, i socialisti hanno chiesto l’istituzione delle regioni a statuto ordinario, una riforma agraria tendente alla soppressione della mezzadria, la riforma della scuola e soprattutto la nazionalizzazione della produzione elettrica, attuata nel 1962 con la creazione dell’ENEL. Le pretese riformatrici sono state accolte ed attuate solo parzialmente e, in ogni caso, al prezzo di duri scontri politici all’interno dei due principali partiti sui quali si reggeva il centrosinistra, la DC ed il PSI.

Il governo Moro (agosto 1963-dicembre 1964) si è trovato così in gravi difficoltà, anche per la fase di recessione che attraversava l’economia italiana; tutti motivi, questi, che nelle elezioni del 1968 hanno portato al rafforzamento della DC e del PCI, a spese soprattutto del PSI, che si è visto erodere i margini di consenso sui quali contava. Le prime esperienze del governo di centrosinistra sono state vissute da Craxi nella sua posizione di assessore del Comune di Milano, approdando al Parlamento nazionale nel 1968, proprio l’anno in cui le elezioni per il Partito sono state poco felici.

Ai risultati elettorali del 1968 è seguito quasi un decennio di crisi del Partito, il cui esito finale è stato registrato con le elezioni del 1976, in occasione delle quali il Partito ha conseguito il risultato minimo della sua storia, con una sconfitta elettorale ha ne ha determinato la sua crisi interna, imponendo la necessità di un ricambio generazionale delle propria leadership. In questa occasione, Craxi, avvalendosi del prestigio che la sua coerenza autonomista gli garantiva, al comitato centrale riunito all’Hotel Midas, subito dopo le elezioni, ha raccolto intorno a sé una maggioranza che gli ha consentito di sostituire Francesco De Martino alla segreteria, dando così luogo all’interno del partito all’”era Craxi”, durata dal 1976 al 1993, quando ha dovuto cedere la segreteria a seguito delle inchieste giudiziarie su Tangentopoli.

Craxi ha operato da subito uno sganciamento dalle formule di governo di unità nazionale, fondate sul “compromesso storico” che coinvolgeva il PCI nella maggioranza di governo; a tal fine, non ha esitato ad avviare un serrato confronto col Partito di Belinguer, attraverso il rifiuto dell’interpretazione tradizionale del marxismo e la definizione di un programma riformista per il futuro del Paese, i cui contenuti sono stati gli esiti – osserva Craveri – di una “vivace polemica culturale”, svoltasi tra il 1978 e il 1982 sulle colonne della rivista socialista “Mondoperaio”, segnando una sorta di punto di non ritorno dell’evoluzione della sinistra italiana.

Le idee riformiste messe a punto col dibattito culturale sono servite a dare corpo all’agenda politica del nuovo Segretario; in tutto il periodo in cui dal 1983 al 1986 Craxi è stato Presidente del Consiglio ha cercato di coniugare, attraverso la ripresa delle ragioni libertarie del pensiero marxista elaborate da Carlo Rosselli, la difesa dello Stato sociale con il mercato. Lo scopo politico di questo approccio alla politica italiana non nascondeva, tuttavia, l’esigenza di “aprire un cuneo” tra i due maggiori partiti, pilastri del compromesso storico: la Dc ed il PCI. Craxi, infatti, recependo i mutamenti della società italiana e dei corrispondenti valori di riferimento, ha cercato una nuova identità ideologica per il Partito, ritenuta più adatta – afferma Musella – “a risolvere i problemi posti dalla realtà del Paese di quegli anni”.

Come avrebbe sostenuto in molti suoi interventi dell’epoca, Craxi affermava la necessità di un riformismo adatto a giustificare ed a promuovere la crescita della prosperità dall’Italia, fondata più sull’impegno dell’individuo che sulla società. A tale modello di crescita il Segretario del Partito Socialista ha legato la modernizzazione del Paese e la necessità che per una sua completa realizzazione fosse necessario una riforma delle istituzioni, finalizzata a favorire la crescita e lo sviluppo di una società che avesse dato spazio alla libera iniziativa individuale. Secondo Craxi, però, tale politica non doveva implicare uno “smantellamento” il welfare State, ma costituire la ragione per “ricostruirlo secondo le esigenze di una società che era cambiata e che continuava a cambiare velocemente”.

L’insieme delle idee che Craxi ha contribuito ad elaborare col supporto del gruppo di intellettuali raccolti intorno a “Mondoperaio” ha dato inizio “ad una revisione ideologica e ad una pratica politica” che avrebbero trovato maggior successo, non tanto in Italia, quanto in Paesi come la Gran Bretagna. Infatti, molte delle idee proposte dal leader socialista si sarebbero ritrovate poi nell’azione del leader laburista Tony Blair e nelle elaborazioni teoriche di Anthony Giddens. La revisione craxiana del marxismo ha costituito, oltre che il motivo del successo e dell’apoteosi del leader politico, anche la causa della sua “caduta”; per comprendere la parabola politica del leader socialista è sufficiente ricordare per grandi linee il pensiero blairiano e giddensiano, che ha ereditato, organizzandole in un corpo di proposizioni molto più coerenti tra loro, le idee craxiane.

La “Terza Via” di Blair e di Giddens voleva essere una via di mezzo tra il liberalismo e la socialdemocrazia, ma si è risolta nella deriva, oltre che del laburismo britannico, anche di buona parte dei partiti socialdemocratici europei che ad essa si sono ispirati; ciò perché la terza via, collocata tra le idee tradizionali del capitalismo e le proposte socialiste, si è risolta in realtà in una deregolamentazione del mercato, nella limitazione dei diritti garantiti ai lavoratori da parte dello Stato sociale, nel taglio delle tasse a favore delle oligarchie economiche, nella privatizzazione delle imprese pubbliche e nella primazia dei mercati finanziari; tutti fatti, questi, che sono stati la fonte della crisi economica mondiale scoppiata nel 2007/2008.

Lo sforzo compiuto da Craxi, se ha concorso a costituire l’insieme delle pre-condizioni che porteranno all’accoglimento, anche in Italia, del thatcherismo e del reaganismo e al successo che riscuoteranno le idee neoliberiste della “Mont Pelerin Society” di Friedrich August von Hayek, le difficoltà che il leader socialista ha trovato nel precisare e puntualizzare, e forse anche nell’eliminare i pericoli intrinseci al modello di modernizzazione da lui preconizzato per il Paese, sono imputabili al fatto che è stato ostacolato dal resto della sinistra e, in particolare, dal Partito Comunista, il quale ha preferito organizzare contro il Partito Socialista una lotta pregiudiziale per pure ragioni di potere. E’ accaduto così che, in assenza di un dialogo costruttivo a sinistra in funzione di un’alternativa di governo del Paese, Craxi sia stato ostacolato nella sua azione ed eliminato dalla scena politica mediante il ricorso a metodi extrapolitici. Ironia della sorte, dopo la “eliminazione”, il modello di modernizzazione del Paese da lui proposto è stato portato acriticamente a compimento proprio da tutte quelle forze politiche che lo avevano avversato, da posizioni genuflesse nei confronti del capitalismo internazionale.

In conclusione, come osserva Musella, le idee di Craxi non sempre sono state chiare, soprattutto in relazione alle possibili conseguenze negative che la loro piena realizzazione sul piano politico avrebbe determinato, attuandole in presenza di una libertà individuale senza regole; va comunque riconosciuto che il suo contributo alla riformulazione dell’ideologia socialdemocratica in funzione alle mutate esigenze del Paese è valso ad aprire la strada alla modernizzazione della società italiana; una strada che però Craxi non ha potuto percorrere sino in fondo, a causa del conservatorismo delle forze politiche che, per ragioni di convenienza di parte, hanno preferito la sua “eliminazione”. “Eliminato” Craxi, e con lui il Partito Socialista Italiano, queste forze hanno percorso quella strada a modo loro, attraverso un riformismo delle regole sociali ed istituzionali che è valso a consegnare all’egemonia dei mercati finanziari internazionali le sorti del Paese.

Per acquisire maggiore visibilità ed autonomia, gli eredi attuali del vecchio Partito Socialista dovrebbero riprendere criticamente le idee craxiane, per meglio contribuire alla soluzione dei problemi attuali del Paese. La ripresa critica di quelle idee servirebbe anche a riscattare il Vecchio Partito Socialista dai pregiudizi di quelle forze che, non disinteressatamente, hanno voluto oscurarne il ruolo; forze che ancora perseverano nel disegno di rimuovere dalla memoria storica degli italiani il nome di Craxi, uno dei maggiori leader che l’Italia abbia mai avuto dopo la realizzazione della sua unità nazionale.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Il ricordarlo per aver “cercato di coniugare la difesa dello Stato sociale con il mercato”, mi sembra il modo per sintetizzare con poche ma chiare parole l’importantissimo e lungimirante ruolo che ha saputo svolgere nella politica nazionale, a parte il prestigio che si era guadagnato sul piano internazionale, e il tempo sconfesserà “le forze che ancora perseverano nel disegno di rimuovere dalla memoria storica degli italiani il nome di Craxi” .

    Paolo B. 27.01.2016

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