lunedì, 25 luglio 2016
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Opinioni e commenti
 

‘I Vicerè’, ecco perché
un libro viene emarginato
Pubblicato il 05-01-2016


Federico De Roberto

Federico De Roberto

In Sicilia per assistere ai funerali della madre Topazia Alliata, morta a 102 anni, Dacia Maraini, intervistata di recente da un quotidiano locale, alla domanda: “Chi preferisce tra gli scrittori del pantheon siciliano?”, risponde: “De Roberto era un grandissimo. Peccato che essendo critico verso la Chiesa, non è mai entrato nella scuola”. In un articolo pubblicato molti anni fa, Leonardo Sciascia raccontava che negli anni tra il ’36 e il ’38, nella scuola che frequentava, insegnavano due giovani professori (uno dei quali era Vitaliano Brancati) che si erano laureati con una tesi su De Roberto, eppure l’autore de “I Vicerè” (1894) era uno scrittore quasi dimenticato, noto solo a pochissimi studenti che avevano difficoltà a procurarsi i suoi libri. La testimonianza di Sciascia è significativa, perché smentisce l’opinione, ancora oggi diffusa, secondo cui Benedetto Croce, che nel 1939 negò valore al capolavoro dello scrittore (“un’opera pesante che non illumina l’intelletto, come non fa mai battere il cuore”) e l’ostilità della Chiesa siano stati i principali tessitori di una sorta di congiura del silenzio che ha contribuito a marginalizzare il romanzo dello scrittore. È più esatto invece affermare che, a differenza della cultura cattolica, che si è impegnata a leggere e a divulgare I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, la cultura laica e borghese, poco disposta ad accettare un’immagine del Risorgimento lontana dalla retorica ufficiale e dall’interpretazione della classe dominante, non si è impegnata a indicare “I Vicerè” come un grande libro da studiare e dunque a farlo leggere e a divulgarlo nella scuola, in virtù delle belle pagine che contiene e dei personaggi intriganti che lo popolano e sollevano problemi e temi i quali, con il passare del tempo, invece di sgretolarsi si sono come gonfiati e amplificati, facendo rientrare così il capolavoro dello scrittore nel novero delle opere significative per una rivisitazione obiettiva degli avvenimenti, dei vizi d’origine e delle cause di debolezza che portarono alla mal digerita unità d’Italia. Attraverso la storia della nobile famiglia catanese degli Uzeda, litigiosa ma compatta nell’adeguarsi al momento storico che segna il passaggio dal Regno borbonico a quello sabaudo, De Roberto smaschera l’avidità, la corruzione e il trasformismo della classe dirigente aristocratica dell’Isola, intesa come metafora dell’intera nazione.
Narrando le vicende di alcuni personaggi impegnati in politica come il duca d’Oragua e Consalvo Uzeda, incapaci per nascita a percepire un movente diverso da quello dei propri vantaggi immediati (“Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”) e l’esistenza degli altri, lo scrittore esprime bene l’animus dei ceti dominanti che si ripropongono in contesti politici mutati per esaltare il più rapidamente possibile i propri ruoli e i propri centri di potere e di influenza. Prefigura il familismo amorale e un’idea della politica intesa come attività cinica, corrotta, retorica, gioco verbale, arte dell’inganno, che negli anni a venire avrebbero dominato nel Paese, contribuendo ad appiattire acriticamente i diversi ceti della Sicilia e del Meridione alle ragioni dei potenti, lasciando soli quanti propongono spinte innovative e modernizzanti: “Consalvo non ne poteva più, sfiancato, rotto, esausto da una fatica da istrione: parlava da due ore, da due ore faceva ridere il pubblico come un brillante, lo commoveva come un attor tragico, si sgolava come un ciarlatano per vendere la sua pomata”.
Di qui la cinica filosofia di De Roberto, il materialismo inconsapevole di chi crede che “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”, e la storia non li cambia, perché la storia non persegue alcun disegno e non tende a un fine. I cambiamenti politici sono solo apparenti: contano i rapporti basati sull’economia.
Come tanti altri classici italiani poco letti, compresi e metabolizzati, “I Vicerè” non sono diventati un libro “contemporaneo”, patrimonio culturale comune e condiviso, strumento per conoscersi e vivere meglio. Forse è un po’ anche per questo che il nostro è un Paese spesso apatico e feroce. Assediato oggi, come ai tempi in cui scriveva Federico De Roberto, da una realtà intessuta di individualismo e di egoismo, di opportunismo e di pigrizia delle istituzioni, di intolleranza e di sopraffazione.
Lorenzo Catania

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