domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il bail in e la casta
dei banchieri
Pubblicato il 11-01-2016


Banche banchieri vignettaLa vicenda del salvataggio di Banca Etruria e degli altri istituti di credito cooperativo, a carico dei correntisti e degli obbligazionisti, preservando da ogni responsabilità gli amministratori, ha rappresentato una sorta di annuncio per il nostro Paese dell’introduzione, a partire dal 2016, delle nuove norme europee sul cosiddetto “bail in” (letteralmente salvataggio interno). Si tratta di regole, previste dalla direttiva europea Brrd (acronimo che sta per Bank Recovery and Resolution Directive), che prescrivono di gestire i default delle banche solo con risorse private, impedendo che i costi dei salvataggi gravino sui contribuenti e sul deficit degli Stati membri, ponendoli a carico di azionisti e correntisti.

Già, si potrebbe dire un nuovo round a favore della casta dei banchieri. Nei confronti di questa potentissima lobby, Helmut Schmidt, il grande cancelliere socialdemocratico tedesco recentemente scomparso, nel corso del congresso della Spd del 2011, affermò che “…i Paesi della zona euro devono mettere in atto regolamenti finanziari comuni: dalla separazione tra normali banche commerciali e banche di investimento al divieto di effettuare vendite allo scoperto di titoli in una data futura; dall’impedire il commercio di prodotti derivati…”. Ma purtroppo, l’Unione europea non riesce a contrastare lo strapotere delle banche, prescrivendo regole comuni e finendo per inventare nuovi “paracadute” finanziari a favore dei banchieri.

Il problema fondamentale è che i governi europei mostrano di avere ceduto la sovranità in materia economica alla finanza e alle banche e, soprattutto, a organizzazioni tecnocratiche non legittimate democraticamente, come il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea, per non parlare delle agenzie di raiting, come dimostrano i diktat imposti a Grecia e Italia in materia di drastica riduzione del debito pubblico e di misure di austerità. Si parla spesso di una politica “privatizzata” dall’economia, ma in realtà, come osservò acutamente il sociologo Luciano Gallino nel suo libro-intervista “La lotta di classe dopo la lotta di classe” del 2012, sono stati i parlamenti europei “grazie a normative ben concepite” ad aprire le porte “al dominio delle corporation industriali e finanziarie”.

Al fondo risiede la questione dell’assenza dell’Europa politica, di una costruzione avvenuta sulla base della moneta unica e di una visione deflattiva, senza alcun richiamo ai grandi valori civili e culturali europei.

Un rischio che già alla vigilia della Conferenza di Messina venne illustrato dallo scrittore francese Albert Camus, in occasione di una conferenza ad Atene il 28 aprile del 1955: “La civiltà europea è prima di tutto una civiltà pluralista. E con questo intendo che è il luogo della diversità dei pensieri, delle opposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica infinita. La dialettica europea è quella che non approda a una sorta di ideologia che sia totalitaria, né ortodossa. Questo pluralismo che è sempre stato alla base della nozione europea di libertà, mi sembra l’apporto più grande della nostra civiltà. È questo che è effettivamente in pericolo oggi, ed è per preservarlo che bisogna assolutamente lottare”.
Maurizio Ballistreri

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