lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Grexit o Gexit?
Questo è il dilemma
Pubblicato il 29-01-2016


Su “La lettura” del “Corriere” dei mesi scorsi è stato pubblicato un dialogo tra Maurizio Ferrera e il sociologo tedesco Jens Alber, il cui titolo “Grexit o Gexit” riflette in pieno i termini del dibattito in corso in Europa tra quanti lamentano il rigorismo ordoliberista tedesco e coloro che, invece, scontando una valutazione largamente condivisa in Germania, evidenziano la scarsa propensione dei Paesi mediterranei in crisi ad attenersi al rispetto delle regole di una buona gestione dei propri conti pubblici.
Ferrera osserva che la crisi del debito sta mettendo “a dura prova i rapporti fra i Paesi dell’Unione Europea”, per via del fatto che alcuni leader politici tedeschi, a partire dall’inflessibile ministro delle Finanze della Germania Wolfang Schaeuble, considerano il rispetto delle regole fiscali e monetarie “come se fossero precetti religiosi”, rivelandosi a volte intrusivi e poco rispettosi dell’autonomia decisionale di cui dispongono ancora, su molti problemi d’interesse comune, gli Stati membri dell’Unione Europea. Le regole delle quali invocano l’osservanza sono spesso superflue, secondo Ferrera, soprattutto quando, pur prevedendo delle deroghe, queste non sono rese possibili, in quanto mancanti delle istruzioni su come applicarle.

Circa il problema del rispetto delle regole, Ferrera giustamente osserva che, una cosa è essere inflessibili, quando si tratta di regole riguardanti le procedure democratiche ed i diritti fondamentali, altra cosa è l’esserlo, quando esse riguardano le politiche di bilancio per la conservazione dei conti pubblici in equilibrio. In qust’ultimo caso, il rispetto delle regole deve essere commisurato alla congiuntura pro-tempore in atto all’interno dei singoli Paesi, per cui in proposito non può esservi nulla di assoluto; ciò è tanto più vero, se si considera che l’eurozona ha dato origine ad un sistema complesso, nel senso che ciò che accade in uno dei Paesi membri è strettamente connesso a ciò che accade all’interno degli altri. Il disavanzo commerciale del quale soffrono alcuni Paesi è per lo più la contropartita del surplus tedesco, il quale, traducendosi in un accumulo di risparmio finanziario, consente alle istituzioni finanziarie di prestarlo a quei Paesi che hanno bisogno delle risorse per finanziare la loro spesa pubblica.

Dopo la crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008, quei Paesi che si sono trovati ad essere esposti nei confronti dei Paesi creditori, Germania in testa, hanno subito gli esiti del rigore fiscale e finanziario di quelli la cui bilancia di parte corrente si trovava da tempo in surplus, costretti perciò ad essere i destinatari di richieste di misure economiche di austerità e di riforme strutturali per la diminuzione della loro spesa pubblica. In base alle regole vigenti, invece, i Paesi in crisi a causa del loro eccessivo debito pubblico avrebbero dovuto godere della solidarietà dei Paesi i cui conti non erano in crisi; la Germania, in particolare, avrebbe dovuto “elargire” la propria solidarietà, non attraverso il defatigante impegno a salvaguardare la sicurezza delle istituzioni finanziarie creditrici, ma attraverso la diminuzione del proprio avanzo commerciale, evitando ai suoi “Soloni” di sostenere che non si dovesse essere benevoli verso i Paesi in difficoltà, onde evitare di motivarli ad insistere nella loro “dissolutezza”.

Gli effetti del rigore fiscale e monetario imposto dalle politiche d’ispirazione tedesca, privilegiate da Bruxelles, hanno messo in difficoltà i Paesi in crisi; questi, infatti, non sono stati messi nella condizione di finanziare la ripresa della loro crescita, inducendo molti economisti e molti pensatori, alcuni dei quali tedeschi, a riconoscere che il preteso rigorismo del governo tedesco si sarebbe risolto, come poi si sta verificando, a danno dell’economia della Germania. Di conseguenza, secondo Ferrera, sarebbe stata necessaria, nella cura dei rapporti tra gli Stati membri dell’UE, una maggior flessibilità delle pretese degli Stati forti nei confronti di quelli deboli, con l’introduzione di “qualche meccanismo di solidarietà transnazionale”; ciò in considerazione del fatto che fra i Paesi membri dell’Unione esistono ancora legami deboli, per realizzare, nelle more della tanto attesa unificazione politica, una “comunità di vicinato”, tenuto conto che nelle relazioni tra “buoni vicini” non si dovrebbe “tirare su il prezzo”, ma dovrebbero prevalere relazioni di “sobria fratellanza”.

Ciò è tanto più urgente, conclude Ferrera, se si pensa che oggi, a causa degli effetti sociali della crisi, è in gioco la tenuta del progetto d’integrazione, “sul quale hanno scommesso almeno due generazioni di europei” e da cui dipende il destino delle generazioni future. Per questo motivo, non è stato opportuno considerare intoccabili le regole invocate da Berlino; esse dovrebbero essere disattese o cambiate, non solo per promuovere la ripresa della crescita, ma anche per evitare l’espandersi della spirale del populismo che, oltre ad aumentare gli ostacoli eretti sulla via del superamento della crisi economica, stanno mettendo a rischio anche la tenuta della democrazia.

Jiens Alber, dal canto suo, contrappone al ragionamento di Ferrera, sia pure in termini edulcorati, le tesi rigoriste di Schaeuble: l’euro, secondo il sociologo, è stato imposto a Helmut Kohl da François Mitternd, “come contropartita per l’unificazione tedesca, senza che ci fossero le precondizioni perché un unione monetaria potesse funzionare correttamente. Forse oggi, invece che a una Grexit, si dovrebbe pensare a una Gexit, a un’uscita dall’euro della Germania”, perché il ritorno a un marco rivalutato possa determinare una riduzione del surplus commerciale tedesco; cosicché i Paesi mediterranei non non siano costretti a chiedere aiuti ai Paesi del Nord dell’Europa e possano tornare liberi di indebitarsi sui mercati finanziari internazionali.

Inoltre, secondo Alber, il contrasto tra i Paesi del Nord e quelli del Sud sarebbe determinato anche dalla presenza dei Paesi dell’Est, che per ultimi sono stati ammessi a fare parte dell’UE; questi ritengono che la solidarietà europea debba riguardare prioritariemente loro, per cui quando la Germania negozia la consistenza degli aiuti da concedere ai Paesi del Sud, essa deve necessariamente ricordarsi anche della loro esistenza. Alber, in sostanza, conclude affermando che i fatti non consentono di stabilire con precisione quale sia la linea politica più conveniente che i Paesi membri dell’eurozona dovrebbero adottare e non esita ad affermare che lo “stile” e le “rivendicazioni” del governo di Tzipras hanno nuociuto non solo al popolo greco, ma anche al progetto europeo della creazione di un’unione politica, ormai al limite di un’implosione.

Secondo Alber, sarebbero molti gli intellettuali tedeschi pro-Europa che stanno diventando sempre più pessimisti ed aperti al convincimento che un’Unione più solidale forse sarebbe stata possibile fra i Paesi fondatori, ma non lo è più in un’Europa allargata, quale essa è oggi. L’idea di una comunità “meno ambiziosa”, incentrata solo sulla realizzazione di un mercato comune, è quella che appare più in linea con la situazione venuta a maturazione, soprattutto dopo la crisi dei mercati finanziari della fine del decennio scorso.

Strano modo di ragionare quello di Alber; c’é solo la speranza che le sue idee non siano quelle, come lui dice, di molti intellettuali tedeschi. Sicuramente alcuni saranno sulle sue posizioni, ma è difficile che la maggioranza di essi, pur in presenza di un’opinione pubblica propensa a pensarla diversamente, manchi di ricordare che un ritorno all’Europa delle nazioni non sottrarrebbe la Germania alla sindrome dell’accerchiamento, che tanti guai e danni ha provocato al popolo tedesco. È da augurarsi che questi intellettuali abbiano a prevalere su quelli che la pensano come Alber e che, superata la crisi, si possano creare le condizioni perché la Germania sappia onorare la sua primazia economica in ambito europeo, assumendosi gli oneri corrispondenti, onde evitare agli europei ed al mondo il pericolo del ritorno alle minacce di un recente passato.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. I danni li hanno fatti i tedeschi ed i soro alleati. La crisi della Grecia sarebbe stata facilmente gestibile con pochi miliardi e forse, se la Germania avesse aderito alla proposta dei “bond” europei, avremmo fronteggiato meglio anche la crisi venuta dagli USA.

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