domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il petrolio scivola ancora e vede quota trenta
Pubblicato il 12-01-2016


PetrolioPiù che il prezzo in sé a destare preoccupazione sono le conseguenze del prezzo basso. L’oro nero (o ormai ex oro nero) si avvicina ai trenta dollari al barile. E alcuni analisti, come ha fatto recentemente Goldman Sachs, affermano che il livello di 20 dollari non è fantascienza. Anzi. Da inizio anno il greggio ha perso il 20% del suo valore. Diversi i motivi dei ribassi. Il primo è economico: il mondo produce più petrolio di quanto ne consuma, con un “surplus” tale tra petrolio prodotto e consumato che si rischia di dar fondo alle capacità di stoccaggio globali. Da molti mesi infatti l’oro nero accusa forti ribassi a riflesso del persistente eccesso di offerta sul mercato, legato a doppio filo con l’indebolimento della crescita economica in molti grandi paesi emergenti, a cominciare dalla Cina il cui Pil è previsto in calo per i prossimi anni.

Poi ci sono fattori politici. La Russia ha come unica risorsa l’esportazione di petrolio. Ma con questo livello di prezzo rischia la bancarotta. Il bilancio russo per il 2016 è stato predisposto da Mosca sulla base di un prezzo del petrolio a 50 dollari al barile, contro i 30 dollari a cui è sceso sui mercati. Un ulteriore calo potrebbe portare aver conseguenze pensatissime per le già dissestate casse russe. Per il giornale economico russo “Vedomosti” l’esecutivo russo si prepara per il 2016 a un taglio del 10% della spesa pubblica per far fronte al calo delle entrate petrolifere. Una Russia più debole potrebbe far comodo a molti.

Poi vi è il capitolo Arabia: è stata proprio l’Arabia a iniziare la guerra dei prezzi contro gli Usa. Gli Emirati hanno a lungo mantenuto bassi i prezzi: una sorta di dumping petrolifero ai danni dei produttori americani che ha fatto scendere il prezzo così tanto da torcere le conseguenze contro gli arabi stessi che basano le proprie ricchezze solamente sull’estrazione petrolifera.

L’Opec, dal canto suo, non sembra intenzionata ad abbandonare la strategia di non tagliare la produzione per mettere in difficoltà i concorrenti. Ma ad essere in difficoltà sono anche alcuni dei suoi stessi membri, come la Nigeria e il Venezuela. Il ministro di Stato per le risorse petrolifere nigeriano Emmanuel Ibe Kachikwu ha parlato di almeno “due Stati membri” che vorrebbero un vertice straordinario per cambiare rotta. Richieste che, però, continuano a cadere nel vuoto: il ministro per l’Energia degli Emirati Arabi Suhail bin Mohammed al-Mazroui ha risposto che la strategia, mirata a colpire i produttori di scisto Usa, “sta funzionando”.

Una guerra che ha conseguenze anche sull’inflazione. Un cane che si morde la coda. I prezzi non salgono perché la domanda di consumo non cresce e la domanda non cresce perché per una stagnazione mondiale la cui uscita sembra ancora lontana: quindi i consumi di petrolio, legati ai consumi energetici necessari per produrre beni, non aumentano. D’altronde i forti utilizzatori di energia legata alla produttività industriale sono diventati i paesi emergenti mentre quelli occidentali ormai basano le loro economie su settori energicamente meno esigenti.

l ministro petrolifero della Nigeria, stando a quanto riporta Reuters, ha appena affermato che i paesi membri dell’Opec potrebbero optare per ua riunione di emergenza, nel caso in cui i prezzi del petrolio bucassero la soglia dei $30 al barile. Uno scenario sempre più imminente con un livello dei prezzi che non si vedeva sui mercati dal 2004.

Edoardo Gianelli

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