martedì, 6 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Michéa e la crisi
della sinistra attuale
Pubblicato il 12-01-2016


micheaIl libro di Jean-Claude Michéa, “I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto”, è un severo attacco ai valori professati dalla sinistra attuale; è però una critica crepuscolare, appoggiata su posizioni “decresciste”, per un ritorno ad un improbabile passato. Secondo l’autore, docente francese di filosofia, la sinistra ufficiale avrebbe trovato gradualmente i propri connotati simbolici nel “matrimonio per tutti”, a scapito della difesa prioritaria di “coloro che vivono e lavorano in condizioni sempre più precarie e sempre più disumanizzanti”; per quanto abbia continuato a conservare una deferenza, solo formale, nei confronti dei suoi valori tradizionale, essa non ha saputo resistere al tacito “compromesso” offertole da una destra che affidava il proprio successo al “progresso, allo sviluppo economico illimitato, all’individualismo rapace”.
Il compromesso, non solo ha dissolto ogni significato sul divario destra/sinistra, ma ha costituito “il vero atto di nascita della sinistra moderna”; esso, è stato però anche “uno dei punti di maggiore accelerazione di quel lungo processo storico che avrebbe pian piano condotto alla dissoluzione della specificità originaria del socialismo operaio e popolare in quello che si sarebbe […] chiamato il ‘campo del progresso’”.

L’assuefazione della sinistra moderna alla logica politica della destra è avvenuta con la progressiva adesione, culminata negli anni Settanta del secolo scorso, al “culto del mercato concorrenziale”, della “competitività internazionale”, della “crescita illimitata” e del “liberalismo culturale”; si tratta ora di sapere se questa adesione costituisca un puro incidente della storia, oppure se, al contrario, la definitiva conversione della sinistra ai valori del neoliberismo degli anni Settanta “non sia piuttosto la conclusione logica di un lungo processo storico la cui matrice si trovava già scritta nel compromesso tattico”, al quale hanno aderito i dirigenti del movimento operaio della seconda internazionale e che avrebbe finito per contaminare, nell’ultimo decennio del 1800, tutto il movimento socialista.
Michéa, condividendo la seconda ipotesi, trova il “codice sorgente” della sinistra attuale nell’adesione, scaturigine del compromesso, della sinistra originaria alla “metafisica del progresso”, che ha costituito, secondo il filosofo francese, lo “zoccolo duro di tutte le concezioni borghesi del mondo”. Alla base della metafisica borghese, infatti, c’era innanzitutto l’idea che il modo di produzione capitalista costituisse una “tappa storicamente necessaria” tra il metodo di produzione feudale e la società comunista futura; in secondo luogo, vi era anche la convinzione che la “grande industria” rappresentasse l’unico modello di organizzazione della produzione […] capace di soddisfare le esigenze di una società comunista”.

Il doppio postulato metafisico – sostiene Michéa – ha inserito nel progetto socialista originario la credenza religiosa nel “progresso materiale illimitato” ed ha portato con sé tre “gravi conseguenze” politiche. Innanzitutto, il fatto che la grande industria, considerata portatrice di effetti emancipatori, comportasse per il movimento socialista una svalutazione delle “classi medie tradizionali”, in quanto ritenute conservatrici, se non reazionarie. In secondo luogo, l’accettazione (da parte dei dirigenti del movimento socialista) del convincimento che il metodo capitalista di produzione avrebbe favorito un “immenso accumulo di merci”, concepito unicamente in funzione del suo valore di scambio, cioè a dire della sua presunta capacità di accrescere il capitale investito, a scapito del valore d’uso, costituito da beni e servizi rispondenti ai reali bisogni esistenziali degli uomini. In terzo luogo, il doppio postulato sopra accennato ha portato alla liquidazione dei fondamenti del progetto socialista, mettendo al loro posto “l’ideologia della pura libertà che rende tutto uguale e che scarta qualunque idea di male storico”, con la conseguente dissoluzione dell’ideale socialista di una società senza classi.
Inoltre, il compromesso che ha snaturato l’ideologia originaria del movimento socialista ha comportato nella sinistra moderna un affievolimento del ruolo e dell’importanza della comunità; se i primi teorici socialisti hanno condiviso con i liberali il “rifiuto rivoluzionario dell’antico mondo delle comunità tradizionali”, è però altrettanto evidente che non hanno mai inteso mettere in questione l’aspetto comunitario del vivere insieme e a conservare un’immagine del passato e delle civiltà precedenti molto meno negativa di quella proposta dai liberali. Sennonché, il compromesso ha implicato l’accettazione della primazia del mercato, il quale nella società capitalista ha finito, sempre secondo Michéa, col presentarsi come la sola istanza di socializzazione, in considerazione del fatto che esso “non esige da parte degli individui che mette in relazione alcun impegno morale o affettivo”, contro l’istanza originaria del movimento socialista, consistente nel rifiuto intransigente del sistema liberale e dei nuovi modi di vivere, individuali e collettivi, che la sua dinamica concorrenziale necessariamente implicava.
Dall’avvento dell’ideologia neoliberista, conclude Michéa “lo spettacolo elettorale si svolge nel segno di un’unica alternanza tra una sinistra e una destra entrambe liberali che, a parte qualche dettaglio, si accontentano ormai di applicare a turno il programma economico definito e imposto dalle grandi istituzioni capitaliste internazionali”, ispirate dall’ideologia neoliberista. In questa messa in scena – continua Michéa – è la sinistra “che ha sempre il maggiore interesse […] a presentare questo ‘antagonismo’ come il prolungamento naturale di una lotta e di una ‘scelta di società’”; ciò accade perché, da un lato, la sinistra contemporanea ha rinunciato all’alleanza che, per quasi un secolo, l’aveva unita al movimento socialista originario; dall’altro lato, perché, la destra moderna (quella dell’ideologa neoliberista di Friedrich Hayek, Ayn Rand e Milton Friedman) non ha più nulla a che vedere con la destra reazionaria originaria.

Tuttavia, a parere di Michéa, se questa nuova destra “ha saputo così rapidamente subappaltare alla sinistra l’incarico di sviluppare politicamente e ideologicamente l’indispensabile parte culturale di questo liberalismo […] è unicamente per la natura particolare del suo elettorato”; in altri termini ciò è accaduto perché solo la sinistra poteva realizzare la liberalizzazione della società, cosa preclusa alla destra, per via del conservatorismo reazionario del suo elettorato.
Se così stanno le cose, allora il ricupero della nuova sinistra ai valori propri di quella originaria può avvenire solo attraverso la costituzione di un ipotetico “fronte di liberazione popolare”, non più condizionato dalla metafisica del progresso e della crescita continua; se ciò dovesse accadere, sarà davvero possibile, secondo Michéa, lavorare per la ripresa di una critica radicale del capitalismo e del programma politico che vi corrisponde presso l’insieme delle classi popolari, indipendentemente dal loro orientamento elettorale, a patto che non si dimentichi che “si tratterà in primo luogo di trovare le parole capaci di parlare all’insieme della gente comune”, piuttosto che a un ristretto mondo di militanti di professione che vivano solo per la politica, a rischio di sapere usare un linguaggio solo loro esclusivo e di frequentarsi unicamente tra loro.

Che dire dell’analisi e delle conclusioni del discorso di Michéa? Sicuramente si tratta di un’analisi retrò e passatista, secondo la quale, per ricuperare la propria metafisica originaria, l’ideologia del movimento socialista dovrebbe rinunciare al complesso sistema materiale che ha consentito alle società moderne, sia pure gestite capitalisticamente, di disporre, come mai è accaduto nel passato, di strumenti e di risorse per la cura dei mali sociali attuali, ma anche per continuare a migliorare le condizioni del vivere insieme, al fine di realizzare una “società libera, ugualitaria e solidale”, ovvero una “società decente”, nel senso di George Orwell, o di una “società bene ordinata”, nel senso di John Rawls.

Coloro che ripongono in un ritorno al passato le loro speranze per un futuro più radioso mancano di effettuare una distinzione, che non sfugge alla critica di molti socialisti attuali, tra due tipi di crescita: quella utile agli uomini e quella finalizzata a fare aumentare prevalentemente i valori di mercato, indipendentemente da ogni considerazione dei reali stati di bisogno delle persone. Questi socialisti, al contrario dei decrescisti, valutano che a causare gli effetti indesiderati del capitalismo siano la natura e la forma del controllo della produzione e le profonde disuguaglianze distributive consolidate, non la quantità delle merci prodotte.
Per i socialisti autenticamente riformisti, la crescita economica costituisce il pilastro sul quale è fondata la continuazione dello sviluppo sociale ed economico dell’umanità. Per essi, quindi, l’errore dei sostenitori della teoria della decrescita e la fallacia delle implicazioni a questa connesse stanno nel non riconoscere che la forza distruttiva del capitalismo attuale non è il livello di attività dei sistemi economici, ma la forma assunta dal suo governo. In altri termini, gli esiti negativi che discendono dalla logica del modo di produrre capitalistico dipendono, non da quanto si produce, ma dal modo con cui si produce e dall’interesse di chi per conto del quale si produce.

Partendo da questa impostazione, occorre riconoscere che la rimozione degli aspetti negativi del capitalismo, funzionante secondo la logica neoliberista, non sta nel negare la crescita delle forze produttive, ma nel ricondurre la crescita e la distribuzione intersoggettiva del risultato economico sotto il controllo sociale, al fine di regolare l’andamento della produzione in base ai bisogni e non in base alla logica del libero mercato. Ma riconoscere ciò significa anche riconoscere la possibilità di correggere le criticità economiche e sociali attuali, con un’azione politica partecipata e non attraverso un salto nel buio, qual è il ritorno ad un ingiustificabile passato.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento