mercoledì, 29 giugno 2016
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Opinioni e commenti
 

La Nato e i suoi  rischi
Pubblicato il 27-01-2016


Come ognun sa, l’organizzazione militare del Patto atlantico, nasce, agli inizi degli anni cinquanta, nella fase più intensa della guerra fredda che sembra anticipare un possibile ritorno a quella calda. Nella fattispecie, come strumento di garanzia, insieme militare e politica, nei confronti di una possibile aggressione comunista: nella duplice forma dell’invasione vera e propria e della sovversione interna.

Americana è la strategia complessiva: quella del “containment”enunciata da Kennan (con la sua strumentazione non solo militare ma anche, e soprattutto, politica ed economica). Americane, ancora, la dottrina militare e le risorse necessarie per renderla credibile ai fini della deterrenza. Europea e solo europea è, invece, l’area di riferimento.

Con l’andare del tempo e il consolidarsi della distensione tutto ciò conferirà alla Nato il carattere di organizzazione difensiva e geograficamente limitata. Difensiva: nessun ipotesi di intervento oltre i confini di Yalta. Geograficamente limitata: nessun coinvolgimento dell’Organizzazione in aree a rischio, come la sponda Sud del Mediterraneo e il Medio oriente, dove americani ed europei sembrano, tra l’altro, perseguire linee tra loro diverse.

Dopo il 1989, però, tutto cambia. Il Nemico non si arrende e scompare. Depone semplicemente le armi, dichiarando, anzi, di voler collaborare alla costruzione del nuovo ordine mondiale. Analogamente i vari partiti comunisti nei paesi dell’Est non si sciolgono né vengono posti fuori legge ma cambiano pelle, come agenti zelanti dell’internazionalizzazione liberista nei rispettivi paesi.

Ciò pone i vincitori – Stati uniti ma anche Europa – in una situazione di eccezionale vantaggio; e, quindi, in una prospettiva in cui tutto appare possibile. E però – come diceva Stalin buonanima – “il successo dà le vertigini”; e quindi intossica la mente e impedisce di ragionare.

Gli unici a tentare di farlo sono quelli dell’amministrazione Bush, ultimi rappresentanti, almeno in America, di una specie oramai estinta: quella dei politici realisti. Il presidente lo sarà nel Medio oriente. Limitando l’intervento della prima guerra del Golfo al ristabilimento dello status quo violato e costruendo intorno ad esso il massimo consenso possibile. E lo sarà, ancor di più, all’indomani della caduta del Muro, esercitando la sua “moral suasion” per scongiurare il disfacimento dell’Unione sovietica e, soprattutto, per assicurare ai dirigenti russi che il, comunque fatale, processo di assorbimento dell’est da parte dell’ovest non avrebbe comunque avuto una sua componente militare. E cioè, detto in parole povere, che la Nato non sarebbe arrivata ai confini della Russia.

Un impegno corretto, anzi doveroso. A ricordarcelo, per inciso, non è Giulietto Chiesa ma Sergio Romano. Che ci ricorda anche come questo impegno non comportasse affatto lo scioglimento della Nato ma l’aggiornamento della struttura in conformità di un nuovo ordine internazionale in cui la Russia non sarebbe più stata il Nemico ma un partner; e alla cui realizzazione l’Europa avrebbe dovuto essere interessata in modo particolare.

Ma questa opportunità non viene raccolta. E la relativa finestra si chiuderà ben presto – e per sempre – con le guerre jugoslave. Guerre che l’Europa non saprà né impedire, né fermare né gestire politicamente.

Di qui il ricorso all’America. L’America, ormai unica potenza mondiale, l’America chiamata a riordinare il mondo a sua immagine e somiglianza, l’America dell’”interventismo democratico”in nome della lotta tra Bene e Male o, più banalmente, dei Buoni contro i Cattivi.

Sarà quest’America, in una sequenza temporale in cui non vi è alcuna discontinuità tra Clinton e Bush, a spingere per una rapida integrazione militare dell’Europa dell’Est nella Nato, in un processo che arriva sino a proporre l’entrata nell’organizzazione di Ucraina e Georgia. E in un’ottica in cui la Russia di Putin, con la sostituzione del comunismo con una specie di nazionalismo barbarico-asiatico, diventa di nuovo il Nemico.

Uomini e donne di buona volontà (in primis Obama e la Merkel) hanno poi impedito che la macchina precipitasse nell’abisso. I rischi di precipitare non già in una terza guerra mondiale ma in una conflittualità permanente e politicamente distruttiva rimangono però tutti. E, certamente, la Nato, nella sua nuova configurazione politico-militare, è un fattore di rischio.

Ai tempi della guerra fredda, il controllo delle due superpotenze sulle loro strutture era totale. Un ordine che, come spesso accade, veniva mantenuto a spese della giustizia; ma che però impediva che l’avventurismo sconsiderato di questo o di quello trascinasse con sé l’intera organizzazione. Oggi a forzare la linea e a rendere permanente il disordine ci sono proprio gli avventuristi sconsiderati: non solo e non tanto i separatisti del Donbass ma i nazional-fascisti in libera uscita in gran parte dell’Ucraina con il forte sostegno della diaspora e della destra repubblicana (per tacere degli Erdogan che, con l’abbattimento dell’aereo russo, speravano di coinvolgere la Nato nel nido di vipere mediorientale).

Ai tempi della guerra fredda, almeno in Europa la politica e anche l’economia governavano la “cosa militare”; oggi avviene il contrario.

Alla fine della guerra fredda, l’allargamento ad Est avrebbe, nell’opinione comune, consacrato l’unità economico-politica dell’Europa, creando così le condizioni per il suo autonomo ritorno sulla scena mondiale. Oggi, l’Europa della Nato, basata sull’asse tra Washington e paesi dell’Est e sul rapporto assai stretto tra le rispettive destre, potrebbe rendere praticamente impossibile una politica estera europea, condannando l’Europa stessa alla più totale impotenza.

Le premesse del disastro ci sono dunque tutte. Un disastro certamente evitabile. Ma alla condizione di essere consapevoli del pericolo.

Alberto Benzoni

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