martedì, 26 luglio 2016
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Opinioni e commenti
 

La “sicilianità” e la visione
di Pietro Germi in un libro
Pubblicato il 12-01-2016


germiConsiderato un cantore di sicilianità, Pietro Germi (Genova, 14 settembre 1914 – Roma 5 dicembre 1974) ha dato un vasto contributo alla conoscenza della Sicilia come terra e come popolazione. I suoi film di indiscusso valore artistico hanno sollevato gravi problemi come l’emigrazione o la mafia, ma hanno imposto anche all’attenzione dell’opinione pubblica una mentalità che in Sicilia amplifica i vizi dell’italiano comune. Ne è consapevole lo stesso Germi, laddove in un’intervista del 1964 sul film Sedotta e abbandonata afferma: «Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte, insomma, e tutti gli italiani sono siciliani e i siciliani lo sono di più, semplicemente. La Sicilia, non so, mi attrae per molte ragioni, forse perché è una terra veramente tragica e anche comica, ma soprattutto tragica…».

Questa dichiarazione, contenuta nel libro Sicilia. Terra di elezione. Viaggio nel cinema siciliano di Pietro Germi (Algra editore, Viagrande-Catania 2015, pp. 111) di Lorenzo Catania, esprime bene la visione cinematografica del regista ligure, la cui presenza a Palermo è collocata nel 1941 sulla scia di una foto edita in un volume di Orio Caldiron. La foto ritrae un giovane Germi, magro e senza baffi, intento a girare la manovella di un organetto come attore musicista ambulante in una piazza vicina al Politeama del capoluogo siciliano. La comparsa di questa foto aiuta a comprendere meglio la genesi del film In nome della legge (1949), che denuncia la piaga della mafia, unendo uno schema narrativo «all’americana» al tentativo di valorizzare un cinema popolare e civile.

Da Ennio Flaiano (1949) a Leonardo Sciascia (1963) e ad Andrea Camilleri (2008) il film, tratto dal romanzo Piccola pretura (1948) del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, è sottoposto a un commento critico per il timore di mitizzare il fenomeno mafioso. Sciascia s’indigna, augurandosi che «la legge dello Stato si instauri contro la mafia e non con l’aiuto della mafia». Egli attribuisce per primo a Germi il paragone della Sicilia al West e rileva l’intreccio perverso tra mafia e feudo come modulo del western: «con personaggi, un po’ fuori della legge ma pronti a rientrarvi, il buon pretore al posto del buon sceriffo, la plaga del feudo in luogo delle selvagge solitudinbni dell’Ovest». Nel 1960 il senatore comunista Giuseppe Berti critica il film, definendolo con un po’ di esagerazione «una vera e propria glorificazione della mafia». Di questi commenti negativi l’autore respinge il giudizio di Camilleri, considerato «sbrigativo e ingeneroso nei confronti della passione di Germi per la Sicilia nell’immediato secondo dopoguerra» (p. 31). Eppure il film ha un incasso strepitoso e riscuote un largo successo specialmente a Sciacca, dove esso è girato e dove il pretore giustizialista Massimo Girotti si ritrova a fianco del burbero benefico capomafia Charles Vanel per ristabilire con la forza l’ ordine perduto.

Dopo il film In nome della legge che racconta la miseria dei minatori siciliani, vittime della collusione perversa tra mafia e baronaggio, Germi si cimenta con Il cammino della speranza (1950), anch’esso ambientato in Sicilia. Ispirato al romanzo Cuore negli abissi (1949) di Nino Di Maria, il film racconta la storia di un gruppo di zolfatari rimasti senza lavoro dopo la chiusura della miniera e costretti ad emigrare in Francia. Ingannati da un mediatore di braccia, essi devono ritornare nel loro paese di partenza; ma alcuni, dopo una infelice sosta alla stazione di Roma, riprendono il cammino fino ad attraversare a piedi i gelidi valichi alpini. Il film, che in origine doveva intitolarsi Terroni, subisce il taglio di alcune scene per lo scontro tra polizia e manifestanti. L’altro film Il brigante di Tacca del Lupo (1952), dedicato alla repressione del brigantaggio subito dopo l’Unità d’Italia, è un autentico western con cavalcate, inseguimenti, sparatorie e con un coacervo di immagini che forse nuocciono al messaggio sociale come denuncia civile.

In una «trilogia siciliana» l’autore pone Gelosia (1953), a cui dedica pagine interessanti e documentate alla ricerca delle scaturigini letterarie e cinematografiche, le une derivate dal romanzo Il marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana e le altre da un film omonimo realizzato nel 1942 da Ferdinando Maria Poggioli. Ambientato in una Sicilia pressoché identica al West, il film racconta la storia impossibile tra un nobile siciliano e l’amante, che in seguito al matrimonio viene uccisa per gelosia in un’imboscata compiuta in un paesaggio di straordinaria bellezza. Il film, una sorta di western alla siciliana, ha alimentato la fantasia di critici come Enrico Giacovelli o Ferdinando Giovale, di cui l’autore accoglie le rappresentazioni letterarie, caratterizzate da un paesaggio che evoca «un’immensità evanescente, arida, deserta, un bianco smisurato in cui si stagliano come ombre del male i personaggi piccoli e scuri» (p. 44). La scena conclusiva si chiude con Zosima, la quale di fronte alla morte del marito assume sembianze eroiche per lasciare il campo aperto ad Agrippina, «impastata di onorata fedeltà e di animalesca soggezione al Marchese di Roccaverdina». Un ancoraggio a residui feudali di sopraffazione e di schiavitù femminile, largamente diffuse in una «società chiusa» come quella siciliana, su cui si innesterà l’indignata reazione di Divorzio all’italiana (1961) e Sedotta e abbandonata (1963).

Ai tempi di Divorzio all’italiana, «girando ad Adrano, paese di una zona fra le più progredite di Sicilia (p. 48)» ora ridotto a un immondezzaio a cielo aperto con vie sporche, facciate luride e case fatiscenti, dove crescono le pale di fichidindia, il regista «lamenta l’alto tasso di analfabetismo […] e lo spreco di soldi per la festa del Patrono invece che per le scuole» e l’acquisto di libri nella biblioteca comunale: una situazione rimasta inalterata nel tempo con uno sperpero incredibile di denaro per concerti ed esibizioni canore dalla durata di poche ore. Dagli anni Sessanta a oggi è dominante una mentalità in una popolazione che avversa ogni mutamento sociale e rifugge da ogni senso civico per un concatenarsi di cause che vanno dall’inefficienza amministrativa al ruolo di un chiesa ridotta a mera esteriorità e proiettata più verso il passato che l’avvenire, innescando effetti perversi che oggi si sono incancreniti con l’assenza di ogni normativa sociale, la devianza minorile, un illegalità diffusa e l’assenza di ogni valore di partecipazione politica. Eppure il regista gira alcune scene del suo migliore film nel locale Teatro Bellini, scegliendo alcune comparse locali, tra le quali Francesco Caraci, che – salito alla ribalta della notorietà per l’«l’incarnazione» di tanti stereotopi della Sicilia – è diventato recentemente testimone della sua esibizione nel «Circolo Operai» adranita. L’esordiente Stefania Sandrelli, che fa perdere la testa al barone Fefé Cefalù interpretato da Marcello Mastroianni, ritorna nel film Sedotta e abbandonata in una Sicilia dominata da un grottesco senso dell’onore, accanto al catanese Saro Urzì, di cui l’autore traccia un breve profilo biografico. I due film, quasi un dittico dell’onore, sono una rappresentazione di una Sicilia arcaica – è ancora in vigore l’incivile articolo 587 del codice penale – che vuole anch’essa usufruire delle trasformazioni avviate con il boom economico, senza che i suoi abitanti abbiano «metabolizzato» il messaggio culturale di Germi, rivolto ad uscire dall’immaturità culturale che condiziona la loro esistenza.

Nunzio Dell’Erba

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