sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’ambiguo (e pericoloso) ruolo degli Ayatollah di Teheran
Pubblicato il 05-01-2016


Non è bastato l’accordo “storico” Iran- Stati Uniti per ripristinare rapporti meno conflittuali tra i due paesi. I falchi del regime di Teheran non hanno cessato di esprimere la loro ostilità verso “il grande Satana”. Lo si è visto di recente con l’attacco, con missili, dei pasdaran contro la portaerei Truman, impegnata nel Golfo in operazioni anti Isis. Il presidente Rouhani non è riuscito, inoltre, a fermare i test missilistici, strettamente collegati al programma nucleare.
Eppure si pensava che Barack Obama avesse realizzato un accordo (come l’altrettanto discutibile intesa per Cuba, dove non è riuscito a ottenere dai fratelli Castro alcuna contropartita,neppure la promessa liberazione di tutti i prigionieri politici) che scongiurasse una guerra con la potenza sciita. Infatti, da una parte Teheran (per difendere Assad e in accordo con la Federazione russa) si è mostrata ostile all’Isis,dall’altra, continua a mostrarsi acerrima nemica degli Usa e di Israele, alimentando (con ingenti risorse finanziarie, armi e uomini mascherati da “istruttori”) i gruppi terroristici del Medio Oriente. Fra i sostenitori di Teheran al primo posto figura Hamas .Questa organizzazione è di nuovo impegnata nella Striscia di Gaza in azioni terroristiche contro Gerusalemme. L’escalation della violenza potrebbe convincere Israele a rioccupare il territorio per salvaguardare la propria sicurezza. Secondo la Bbc, Hamas avrebbe acquistato negli ultimi due anni, missili a lungo raggio (M-302), realizzati in Siria copiando il modello cinese WS-1. Si tratta di razzi, che si aggiungono, come rivela il “Meier Amit Intelligence and Terrorism Information Center”, alla grande quantità di altri missili con raggio d’azione pari o superiore a 75 chilometri (R-160 e Fajir-5, in grado di arrivare a Tel Aviv ) e di migliaia di Kassam e Grad,capaci di colpire obiettivi posti tra 15 e 40 chilometri.
I rapporti con Hamas e gli altri gruppi estremisti (come gli Hezbollah in Libano, i ribelli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq,oltre al tradizionale al regime siriano) non sono una novità,ma adesso si sono ulteriormente rafforzati. Da una parte quindi l’Iran ha abilmente svolto, insieme alla Russia, un ruolo di mediatore tra Washington e il regime del dittatore Bashar al-Assad e si è impegnata a combattere il jahadismo sunnita (in funzione anti Isis), dall’altra, continua a non lesinare bordate contro gli Stati Uniti, considerate sempre il grande nemico.

La polemica interna si è ora particolarmente inasprita con le prossime elezioni politiche. Il 26 febbraio gli iraniani dovranno eleggere il nuovo parlamento (il Majlis) e probabilmente anche gli 86 membri dell’Assemblea degli esperti , un organo molto importante nella gerarchia del regime islamico, perché ha il compito di nominare la Guida Suprema. Infatti sembra ormai certo che l’attuale ayatollah Khamenei lascerà il campo perché anziano e molto malato (ha subito di recente un intervento per un tumore alla prostata).

La campagna elettorale è già in corso e, in polemica con i falchi, le “colombe” vicine al regime pubblicizzano l’accordo sul nucleare, sostenendo che, appena sarà definitivamente firmato, potrà trarne profitto anche l’economia, attualmente in crisi. Infatti, con la fine delle sanzioni, almeno secondo il Fondo monetario internazionale,l’economia iraniana crescerà del 6-7 per cento. Non solo la resistenza iraniana (quella che fa capo al Consiglio nazionale, che ha sede a Parigi, presieduto da Maryam Rajavi), ma anche gli osservatori occidentali non sono convinti che Teheran adempirà agli impegni concordati: lo smantellamento dei due terzi delle centrifughe, la ristrutturazione del reattore di Arak, l’esportazione del 97% del proprio uranio arricchito, ecc. E non si fidano neppure delle capacità di controlli tempestivi dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Onu).
In realtà, sostengono i dirigenti della Resistenza iraniana, l’accordo sul nucleare favorisce solo il regime degli ayatollah: abolisce le sanzioni e concede più tempo per completare il programma nucleare, secondo le direttive fissate da anni da Khamenei.

Nell’accordo poi non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti umani. Il silenzio è il vero scandalo perché gli arresti degli oppositori continuano ed anche le impiccagioni non subiscono pause, anche di minorenni. Dall’avvento alla presidenza del “moderato” Rouhani si sono registrate ben 2200 esecuzioni: impiccagioni, con le gru dei cantieri edilizi, sulle piazze di Teheran e di altre città iraniane. La denuncia è arrivata in Italia, anche in occasione di un recente incontro al Senato, con giornalisti e parlamentari italiani, alla presenza della presidente Maryam Rajavi, di cui nessun giornale italiano ha riportato notizie. Un parlamentare europeo scozzese Struan Stevenson ha sferrato, in quella occasione, un duro attacco all’Onu, all’Unione europea, agli Usa e a tutti i governi europei per la totale insensibilità nei confronti dei 2200 membri della Resistenza iraniana, residenti in Iraq, prima nel Campo Ashraf e da tre anni trasferiti nel Camp Liberty. Questi iraniani disarmati, hanno subito ben sei attacchi con i missili dall’esercito iracheno (su mandato del regime iraniano) che hanno provocato la morte di 140 persone e il ferimento di altre centinaia di uomini, donne e bambini. Le promesse di protezione dell’Onu di questi inermi esseri umani non sono mancate. Anche l’Ue non ha lesinato “impegni” e solidarietà, ma nei fatti nulla è cambiato. Non è questa una vergogna per l’Europa, ma un’autentica vergogna per l’umanità intera.

E i media, di tutti i colori politici (compresi quelli che parlano sempre di indipendenza e di libertà di stampa), si sono sempre caratterizzati… per il loro conformismo e soprattutto per il loro assordante silenzio.

Aldo Forbice

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Commenti all'articolo
  1. grazie per l’interessante articolo. Il tema dei diritti umani sembra sacrificato ad una Realpolitik che pero’ non produce affatto stabilità nell’area Medio Orientale. La UE grande assente non è in grado di dare segnali e protezione né sui diritti umani né sulla Realpolitik mediorientale, e nemmeno all’interno dei suoi confini in vero. L’Italia in Europa conta pochissimo e del resto non potrebbe essere altrimenti visto lo stato del Paese. La unica via per una rinascita della UE e conseguente impegno dilomatico militare nel mondo e soprattutto nel Medio Oriente è avere una leadership tedesca che trascini i paesi europei. Ma questo è uno spettro che in molti temono.

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