mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’integralismo saudita
e la lotta contro l’Isis
Pubblicato il 02-01-2016


Il sistema di finanziamento dei gruppi terroristi oggi operanti in Medio Oriente non è più lo stesso dei tempi di Osama bin Laden; dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti sono riusciti a smantellare il sistema di finanziamento usato da al-Qaida, riconducibile soprattutto a donazioni esterne. I nuovi sistemi di finanziamento, invece, si basano sempre più su fondi raccolti localmente e meno su risorse di provenienza esterna.

Secondo analisi e stime condotte da diversi organismi nazionali ed internazionali, le fonti di finanziamento del Califfato, dipendono principalmente dalla vendita del petrolio, estratto dai giacimenti siriani controllati dallo Stato Islamico e commercializzato sul mercato nero, prevalentemente tramite Turchia e Giordania. Altra fonte di finanziamento sono le attività criminali, quali riscatti, rapimenti, estorsioni e rapine; ma anche l’esercizio di una “tassazione” estorsiva.
Alle risorse raccolte localmente vanno ad aggiungersi, tuttavia, le donazioni delle fondazioni private di natura religiosa del Golfo persico, che appoggiano i gruppi di opposizione islamisti ad al-Assad. L’analisi di questi finanziamenti non consente di stabilire se essi coinvolgono anche le istituzioni dei Paesi nei quali operano le fondazioni; queste sono attive prevalentemente in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, ma le loro contribuzioni vengono spostate mediante trasferimenti informali poco tracciabili.
Il fatto che le donazioni originino da Paesi schierati contro il Califfato, induce a interrogarsi sulla convenienza che essi avrebbero a permettere ai loro cittadini di concorrere al finanziamento del terrorismo. La contraddizione, secondo Cinzia Bianco, esperta di analisi strategiche sul Levante per conto della “Nato Defence College Foundation” e autrice dell’articolo “(Petro)pecunia non olet”, (“Limes” Novembre/2015), è dovuta non tanto all’esistenza di rapporti di connivenza dei regimi monarchici mediorientali, quanto al rapporto ideologico esistente tra quello che dovrebbe essere l’alleato più importante dell’Occidente nella lotta al terrorismo, l’Arabia Saudita, e il più pericoloso nemico dello stesso Occidente, lo Stato islamico.

La risposta al perché esista a sia tollerato un simile rapporto deve essere cercata, secondo la Bianco, oltre che nell’ambito ideologico, anche negli obiettivi strategici degli Stati da cui provengono i finanziamenti al terrorismo islamico. Dal punto di vista ideologico-religioso, occorre tener conto del fatto che la “versione sunnita dell’Islam professata dai gruppi jihadisti si basa sull’interpretazione fondamentalista tipica del wahhabismo, ‘religione di Stato’ dell’Arabia saudita e fonte di legittimità della casa regnate”. Dal punto di vista storico, infatti, la legittimità della Dinastia saudita origina dal patto siglato nel XVIII secolo da Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, teologo e fondatore del movimento wahhabista, che da lui prende il nome, e Abd al-Aziz Ibn Abd al Rahman Al Saud, fondatore della Dinastia regnante; il movimento wahhabita, secondo l’accordo, ha legittimato la dinastia in cambio dell’impegno di questa a difendere la purezza dell’Islam e a diffonderne la sua interpretazione.

Il patto originario ha consentito di realizzare un equilibrio tra potere religioso e potere politico che si è protratto sino al consolidarsi dell’alleanza dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti; l’alleanza ha raggiunto il momento di maggior forza negli anni Ottanta, allorché è stata diretta ad indebolire l’Unione Sovietica in Afghanistan. L’approfondimento dei rapporti con gli USA, però, è stato anche l’inizio della crisi dell’equilibrio, perché l’intervento congiunto in Afghanistan ha alimentato il movimento talebano (movimento degli studenti delle scuole coraniche), il quale, dopo aver concorso a sconfiggere gli invasori sovietici, si è fatto portatore dell’ideale politico-religioso finalizzato a ricuperare tutto il significato culturale, sociale, giuridico ed economico dell’Islam originario.
L’equilibrio tra il potere religioso e quello politico è divenuto ancora più precario dopo la guerra in Iraq contro Saddam Hussein e dopo l’accordo degli USA con l’Iran, l’arcinemico sciita dell’Arabia Saudita. Mentre una parte del movimento religioso continua a condividere l’alleanza del paese con gli USA, un’altra parte, quella più radicale, si è schierata contro, in difesa della purezza della religione islamica dalle influenze straniere, impegnandosi ad “esportare” l’integralismo wahhabita in tutto lo spazio islamico, attraverso il ricorso al terrorismo jihadista, per combattere l’occidentalizzazione del mondo arabo, anche a costo di rovesciare la monarchia attuale.

La Dinastia saudita è venuta così a trovarsi in una posizione estremamente debole, per via delle molte contraddizioni che caratterizzano la sua attuale politica: persegue il terrorismo, ma – afferma la Bianco – non può combatterlo apertamente, sia per non mettere in discussione la base ideologica che lo alimenta; sia per fini strategici, perché essa trova conveniente la lotta contro lo sciismo, al fine conservare la sua posizione egemonica nella regione mediorientale, perseguendo la caduta del leader siriano al-Assad (alleato dell’Iran) e finanziando la lotta ai ribelli sciiti in Yemen.
I calcoli e le scelte dell’Arabia Saudita, di fronte alla crescita delle minacce dello Stato Islamico, si stanno rivelando errati; infatti, il Califfato e ciò che resta di al-Qaida contestano innanzitutto la legittimità della Dinastia saudita, ma soprattutto non condividono il tipo di paese che i monarchi sauditi hanno costruito.

A rivelarsi fallimentare per l’Arabia Saudita è stata principalmente la strategia regionale attuata per finanziare i gruppi estremisti nella guerra contro al-Assad, mentre lo Stato Islamico ha sempre combattuto indiscriminatamente sia il regime di Damasco, che tutti i gruppi schierati contro al-Assad, sostenuti invece da Riad, per distoglierli dalla loro opposizione al regime siriano, aiutato e supportato, tra l’altro, da Russia e Iran. Inoltre, al recente summit di Vienna sulla crisi siriana, tenutosi dopo la recente strage di Parigi, le potenze occidentali hanno convenuto di concentrare la loro attenzione sul come sconfiggere lo Stato Islamico, affievolendo quella su al-Assad; ciò perché, dopo l’esperienza negativa della destituzione di Saddam Hussein, egli è considerato l’unico interlocutore in grado di conservare un minimo di stabilità dell’area, presupposto considerato indispensabile per portare a compimento lo sforzo contro il terrorismo.
Ora è probabile che la linea decisa dalle potenze occidentali nei confronti dello Stato Islamico non sia accettata dall’Arabia Saudita; è anche probabile che, per limitare i danni, lo Stato saudita possa assumere nei prossimi mesi delle misure contro il terrorismo, idonee e ad aumentare la propria partecipazione nella guerra al Califfato. Molti osservatori, però, sostengono che tale impegno incontrerà non poche resistenze, in considerazione del fatto che l’Arabia Saudita è, sul piano religioso, “un’oasi granitica immune al cambiamento”.

Ciò induce a temere che sarà molto difficile recidere il filo, sia pure informale, che lega al terrorismo il paese fortemente determinato nel difendere la propria identità religiosa, qual è l’Arabia Saudita. Tenendo conto di questo stato di fatto, le potenze occidentali dovranno effettuare delle scelte responsabili; in particolare gli USA dovranno ricordare che già Dick Cheney, loro Vicepresidente ai tempi dell’attentato alle “Torri Gemelle”, aveva osservato che per gli Stati Uniti era del tutto ingiustificabile conservare interessi economici in comune con un paese, appunto l’Arabia Saudita, che utilizzava già allora, per le stesse ragioni di oggi, una parte dei proventi per finanziare atti terroristici ai danni dei cittadini del paese che era, nello stesso tempo, suo partner e suo protettore.

Gianfranco Sabattini

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