sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Lo stato di Quarto
o il Quarto stato?
Pubblicato il 21-01-2016


Sembra che la camorra sia l’unica organizzazione criminale priva di una sua Cupola. E cioè di un luogo dove si dirimono controversie, si emanano direttive e, già che ci siamo, si formulano strategie sulla base di analisi dello stato dell’arte. Ma nelle “organizzazioni sorelle” questa Cupola c’è. E se c’è avrà avuto modo di seguire la vicenda di Quarto. E se l’avrà seguita, magari pure in modo rozzo e sommario, ne avrà tratto le debite conclusioni, considerandola per quello che è stata: un clamoroso, anche perché inconsapevole autogol nella lotta dello stato contro la criminalità organizzata.

Paginate e paginate di giornali. Intere trasmissioni Tv. Polemiche feroci tra i partiti. Attivismo spasmodico della magistratura. Audizioni della commissione antimafia con i giornalisti per strada ad aspettare improbabili responsi. Il tutto intorno al nulla. Un processo senza reato. Ma con innumerevoli potenziali colpevoli. Anche se non si sa bene di che cosa.

All’inizio la camorra locale. Presumibilmente dotata di risorse – danari esentasse e disponibilità di voti – suscettibili di condizionare la vita politica e amministrativa locale. Come? In quali forme? Con quali referenti politici? Temi interessanti per chi avesse voluto partire da una specifica vicenda per una riflessione sul “modus operandi” delle cosche e sul modo per combatterle. Ma che nel “grande dibattito nazionale” sulla vicenda non vengono nemmeno sfiorati. A riprova del fatto, su cui torneremo più volte, che quello che interessa non è la lotta al mafia ma l’uso della medesima a fini politici.

Tutto ciò premesso, quel poco che sappiamo rimane di qualche interesse. Ci dice che l’investimento della criminalità organizzata sulla politica si apparenta più a quello del proprietario di Bot che a quello del grande speculatore. In passato questa ragionava in grande, sommettendo molto su questo o su quello. Per rimanere regolarmente delusa nelle sue aspettative. Oltre che troppo “esposta al pubblico”. Meglio, allora, distribuire le sue carte in più direzioni, in cambio di obbiettivi più modesti e tangibili.

Così, si pensava di fare a Quarto. Ma l’inopinata assenza dei vecchi e sperimentati referenti – leggi il Pd e Fi – lasciava in campo solo il M5S: da trattare peraltro con il massimo di cautela. Ecco, allora, l’uomo di fiducia, debitamente incensurato (ciò che, nelle circostanze di tempo e di luogo, avrebbe dovuto insospettire…); testa di ponte per richieste iniziali estremamente modeste. Ecco, dunque, comparire davanti a noi, i personaggi del dramma. Lei e il Malamente. Posta in gioco, la gestione del campo sportivo; arma del terribile ricatto, la soffitta galeotta realizzata abusivamente.

Ma dopo, non succede niente. La gestione del campo sportivo rimane pubblica (evitando così che i locali interni vengano destinati a deposito di armi o di residui tossici); l’abuso non viene né denunciato né surrettiziamente sanato; la sindachessa non cede al ricatto né lo denuncia. Tutto resta esattamente come prima.

Succede, invece, che la vicenda diventi di pubblico dominio. E allora succede di tutto. Perché ognuno dei protagonisti dà il peggio di sé. Ma proprio il peggio. Così la magistratura. Pronta ad usare arnesi impropri per colpire un bersaglio quanto mai evanescente. Nessuna indagine degna di questo nome. Solo intercettazioni. È il metodo della pesca con grandi reti a strascico: necessarie se si vuole catturare senza fatica qualche pesce ma al prezzo di trascinare con sé materiali inservibili se non nocivi. E, in connessione con questo, la fata morgana del “concorso esterno”: un’arma che, in particolare ma non solo nell’habitat meridionale può essere utilizzata nelle più diverse circostanze e colpire tutto e tutti. Ma non la criminalità organizzata.

Così il M5S. Chiuso in una concezione dell’onestà come virtù personale da salvaguardare e non come esigenza collettiva da conquistare. E quindi di suo gretto e ingeneroso: al punto di sacrificare chiunque rischi di offrire l’occasione di porre in dubbio la sua proclamata verginità.

Così il Pd. E con il Pd il solito vecchio circo mediatico – giudiziario. E la solita aspirazione a ricorrere a mezzi non politici per sconfiggere i suoi più pericolosi concorrenti. Vent’anni fa, Craxi, il pool di Milano e la rivoluzione di Tangentopoli; in anni più recenti il dissoluto Berlusconi, le condanne della magistratura e le manifestazioni dei girotondini; oggi l’abuso edilizio della Capuozzo, Woodcock e Andrea Romano, uno degli ultimi sicari politici a disposizione. Ma si fa quello che si può…

L’unica a brillare, anche se con luce fioca, la nostra sindachessa. Una che era stata perfettamente in grado di resistere alle pressioni; e che, successivamente, non le aveva qualificate come ricatti per compiacere i giudici o, magari, per restituire pan per focaccia a un movimento che l’aveva ceduta in pasto ai lupi. A sostenerla in questo difficile esercizio, il precedente del più illustre dei suoi corregionali. Lui sì, agli inizi degli anni novanta, era stato testimone di un ricatto assai più drammatico e sanguinoso: ma, correttamente, non l’aveva denunciato dai tetti, convinto, com’era, che andasse gestito in modo assolutamente riservato. Perché la Nostra non avrebbe dovuto seguirne l’esempio?

Le uniche a gioire, infine, le varie Cupole. Perché il combinato disposto della divisione tra le forze politiche, della ricerca affannosa del concorso esterno e, infine, della centralità delle intercettazioni le porrà non solo al riparo dai colpi della magistratura ma gli consentirà di orientare la stessa azione degli inquirenti nelle direzione voluta. Da ora in poi è ufficiale: per liberarsi da politici fastidiosi non sarà più necessario minacciarli o persino ucciderli. Basterà tirarli in ballo in qualche conversazione. O posare insieme a loro in qualche cerimonia.

Alberto Benzoni

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