domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Marianetti e il valore dell’unità
Pubblicato il 22-01-2016


Ieri Ottaviano Del Turco e Mauro Del Bue, con intelligenza e affetto, hanno ricordato la figura di Dino Marianetti autorevole leader della componente socialista della CGIL per oltre un decennio. A me viene naturale aggiungere il ricordo del Marianetti politico, deputato e dirigente socialista, animatore e riferimento di una comunità di socialisti laziali che più che sostenerlo ha ricevuto da lui, anche dopo la sua uscita dalla politica attiva, un sostegno morale e intellettuale che non è mai venuto meno.

Nella sua straordinaria autobiografia – “Io c’ero”, edizioni l’Ornitorinco, cui ha lavorato con passione nei mesi della malattia – Dino rievoca le sue battaglie politiche: il progetto per l’autoriforma del PSI, lungimirante tentativo di intervenire sule degenerazioni della forma partito allora sottovalutate; la proposta di legge per la riduzione del numero delle preferenze, che anticipava il tema che fu al centro del primo referendum di Segni e dei radicali con un approccio autenticamente riformista finalizzato alla salvaguardia e non alla distruzione della rappresentanza democratica; quella per l’istituzione del reddito di cittadinanza, in una versione mirata rivolta alle aree di vero bisogno e non in quella demagogico populista che oggi viene riproposta; il suo ruolo di regista politico della sfida che portò i socialisti ad eleggere Franco Carraro sindaco di Roma e ad ottenere uno dei migliori risultati elettorali della loro storia.

Ma non posso esimermi anche dal ricordare l’uomo Marianetti, l’amico paterno, la persona cui in tanti ci rivolgevamo per un consiglio quando dovevamo prendere una decisione importante o affrontare una situazione complessa. Perché Dino, anche quando aveva abbandonato ogni ruolo pubblico, era sempre pronto ad offrire con generosità la sua intelligenza e la sua umanità, sapeva ascoltare e sapeva con le sue domande aiutare a comprendere le questioni nella loro complessità. L’uomo Marianetti si è tenuto in disparte dalla vita pubblica nell’ultimo ventennio, ferito profondamente dall’essere stato coinvolto in tangentopoli “del tutto ingiustamente” – come scrive oggi Vittorio Emiliani sul Corriere della Sera- o addirittura per un paradossale meccanismo kafkiano (cioè proprio perché onesto ed estraneo) che è stato descritto da un autorevolissimo osservatore come Giuseppe De Rita appena due giorni fa durante la presentazione alla Camera del libro di Dino, ma non ha mai smesso di essere socialista e di rivendicarlo.

Nel 2013 tornò a parlare pubblico, insieme a Riccardo Nencini, a sostegno della mia candidatura nella liste del PSI per le regionali laziali, e non solo per l’affetto che ci legava, ma anche – e forse soprattutto – perché valutava quella lista come un tentativo, seppur minore e parziale, di riunire i socialisti e di riaffermare il senso di una presenza politica riformista in un panorama politico che giudicava sterile e involuto.

Anche in questi anni difficili, in cui non mancavano per lui motivi di amarezza politica, Dino non si è mai fatto prendere dalle malmostose polemiche fratricide in cui troppo spesso noi “reduci” socialisti tendiamo a cadere. Benché avesse, forse molto più di altri, l’autorità morale per farlo non gli ho mai sentito distribuire patenti di “vero” o “falso” socialismo a questo o a quello. Non condivideva, soprattutto, la nostra attitudine alla demolizione di ogni tentativo di rianimare la nostra presenza politica attraverso la continua delegittimazione di chi questi tentativi opera. Anche per questo, pur avendo alcune riserve sulla posizione attuale del Partito, ha fortemente voluto che fosse il segretario del PSI ad introdurre la presentazione del suo libro alla Camera. Comprendeva, anche se quando lo riteneva opportuno criticava, le ragioni “politiche” che stavano a monte delle diverse scelte compiute dai diversi compagni della diaspora socialista perché lui stesso era consapevole della complessità della nostra identità.

Ragionammo insieme, una volta, sul fatto che dentro ciascuno di noi convivono la tradizionale identità “solidaristica” che deriva dalla nostra storia secolare, quella “modernizzatrice” che sviluppammo con grande vigore negli anni ’80 e, infine, quella “garantista” alimentata dalla consapevolezza dei torti subiti nella stagione di tangentopoli. La prevalenza dell’una o dell’altra di queste identità può averci portato, in questi anni, a collocarci in posizioni diverse dello schieramento politico secondo repubblicano (o a starne fuori come nel suo caso). Ma quando le ragioni erano politiche e non opportunistiche, secondo Marianetti , andavano comunque rispettate. In questo quadro fu per lui motivo di grande conforto il gesto compiuto da Fabrizio Cicchitto e da altri di formulare un simbolico voto alla sua persona in occasione delle ultime elezioni per il Presidente della Repubblica.

Personalmente mi auguro che questo tratto della sua eredità politica non venga disperso. E che magari, anche nel suo nome, si possa creare qualche occasione in cui i socialisti, vecchi e nuovi, si incontrino per discutere, se del caso litigare, ma senza scomuniche o richieste di abiure.

Daniele Fichera

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Commenti all'articolo
  1. Mi conforta apprendere che aveva compreso le ragioni “politiche” che ci hanno portato a fare scelte diverse, nell’ambito della “diaspora” socialista, e non è probabilmente fuori luogo il discorso di una identità socialista articolata e complessa col risultato che “la prevalenza dell’una o dell’altra di queste identità può averci portato, in questi anni, a collocarci in posizioni diverse dello schieramento politico”.

    Non ci è dato sapere se queste diverse identità potranno ora ricomporsi in un unico soggetto, ma mi trovo d’accordo nel pensare che se questo avesse a succedere dovrebbe esser fatto “senza scomuniche o richieste di abiure”, non fosse altro per il rispetto che abbiamo sempre detto di avere per le rispettive scelte, pur se non le abbiamo vicendevolmente condivise.

    Paolo B. 24.01.2016

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