sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Omicidio Lidia Macchi:
se una poesia riapre un caso
Pubblicato il 22-01-2016


VARESE – Era la sera del 5 Gennaio 1987 quando si sono perse le tracce di Lidia Macchi, ventunenne di Varese. La giovane si era recata all’ ospedale di Cittiglio (Varese), per salutare un’amica, alla quale, intorno alle 20.15, aveva detto di dover tornare a casa per cena. L’ automobile di Lidia Macchi è stata spostata dal parcheggio del presidio sanitario, ma la ragazza non fece mai ritorno a casa.

Lidia Macchi

Lidia Macchi

Due giorni dopo, tre amici del gruppo “Comunione e Liberazione”, di cui faceva parte la ventunenne, ritrovarono la vettura nei boschi di Sass Pinì, nei pressi di Cittiglio. Il corpo di Lidia Macchi, trafitto da ventinove coltellate, si trovava a terra, coperto da alcuni cartoni. Fin da subito è stato chiaro che la giovane aveva avuto un rapporto sessuale prima dell’omicidio, poiché era stata rivestita con alcuni indumenti al rovescio. Questa ipotesi è stata confermata dal medico legale che si è occupato del caso, il quale non ha potuto escludere la violenza sessuale.

Mentre alla famiglia della vittima giungeva, nei giorni del lutto, una lettera anonima contenente una poesia intitolata “In morte di un’amica”, le indagini si concentravano sul gruppo frequentato Lidia Macchi, senza portare, però, ad alcuna certezza. In un primo momento era stato interrogato il trentaduenne Don Antonio, responsabile dell’oratorio della Basilica di San Vittore (Varese), poiché era solito frequentare il bosco di Sass Pinì insieme agli scout. Non arrivando ad ottenere alcuna prova, le indagini sul delitto si sono paralizzate per poi focalizzarsi, in un secondo momento, sul possibile coinvolgimento del “killer delle mani mozzate”, Giuseppe Piccolomo.

Quest’ultimo è stato condannato all’ ergastolo con l’accusa di aver ucciso una pensionata, l’ex tipografa Carla Molinari. Le figlie dell’uomo, però, hanno sempre sospettato che anche la morte della loro madre, Marisa Maldera, sia avvenuta per mano di Piccolomo. La donna è infatti deceduta durante un incidente automobilistico, che non avrebbe potuto portare a gravi ripercussioni se nell’abitacolo dell’automobile non vi fosse stata una tanica di benzina. L ergastolano si è sempre proclamato innocente, ma le figlie hanno raccontato che l’uomo minacciava di far fare a loro la stessa fine che fece fare a Lidia Macchi.

Questa testimonianza è stata incrociata con una serie di denunce che si sono registrate tra il 1986 e 1987, nelle quali veniva indicato che alcune donne erano state aggredite da un molestatore, nella zona di Cittiglio, la cui descrizione sembrava essere compatibile con le caratteristiche di Piccolomo. Nonostante questi indizi, non è stato possibile verificare il coinvolgimento dell’uomo nell’omicidio di Lidia Macchi. Una svolta, che sembra favorire la posizione dell’ergastolano, è giunta a distanza di ventotto anni dal delitto.

Nel 2015, la trasmissione televisiva “Quarto Grado” mostrò la poesia recapitata ai familiari della ventunenne di Varese nei giorni del lutto. Un’ amica della vittima riconobbe lo stile e la calligrafia, indicando Stefano Binda come colui che avrebbe potuto scriverla. Gli inquirenti, ritenendo possibile la compatibilità di grafia, hanno arrestando Binda con l’accusa di aver ucciso Lidia Macchi. Nella poesia, infatti, vi sarebbero dei riferimenti all’omicidio della ventunenne.

Stefano Binda era un ex compagno di scuola di Lidia Macchi e frequentava anche il gruppo di “Comunione e Liberazione”. L’ uomo dovrà ora rispondere di omicidio volontario aggravato da futili motivi, crudeltà e minorata difesa. Secondo l’ipotesi seguita dagli inquirenti, è possibile che Binda abbia avuto un rapporto sessuale con la vittima per poi ucciderla, poiché l’atto andava contro le sue convinzioni religiose. E’ anche possibile che si sia consumata una violenza sessuale ai danni della ventunenne.

Resta da capire, però, per quale ragione il Dna rinvenuto sulla busta (contenente la poesia) recapitata ai Macchi non coincida con quello di Stefano Binda. Attualmente si ipotizza che l’indagato possa aver avuto un complice, ma le eventuali dinamiche dovranno essere valutate fino ad arrivare ad una certezza giudiziaria. Pertanto, le indagini sulla poesia, a prescindere dall’attribuzione calligrafica, dovranno chiarire la compatibilità del testo con gli elementi noti sull’omicidio.

Sarà inoltre indispensabile valutare il coinvolgimento di terzi anche in favore di Binda se la poesia non dovesse contenere elementi compatibili oltre ogni ragionevole dubbio. Ad esempio, il testo potrebbe essere stato trafugato per “incastrare” l’ex compagno di scuola di Lidia Macchi. I possibili risvolti giudiziari potrebbero ruotare attorno all’individuazione della persona che spedì la lettera, per questa ragione sarebbe di particolare rilevanza riuscire a trovare risposte in merito all’identità della persona che lasciò il suo Dna sulla busta.

Alessia Malachiti

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