martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pensioni, donne penalizzate. A loro 6mila euro in meno
Pubblicato il 04-01-2016


Riforma Pensioni-PadoanSecondo il rapporto Istat pubblicato oggi dall’istituto statistico, 16,3 milioni di pensionati censiti nel 2014 hanno incassato in media un reddito previdenziale da 17.040 euro, 400 euro in più di quanto avvenuto nel 2013. E’ quanto emerge in una indagine dedicata alle condizioni di vita dei pensionati, che integra i dati dell’Inps con quelli dell’indagine campionaria sui redditi. Ancora una volta, l’indagine dimostra che le donne, che sono il 52,9% dei pensionati, ricevono meno: importi mediamente più bassi di circa 6 mila euro a quelli maschili. L’importo medio annuo per gli uomini, infatti, sempre in termini lordi, è di 20 mila 135 euro, mentre per le donne si ferma a 14 mila 283 euro. D’altra parte, si legge nel rapporto dell’Istat, “le pensionate che ricevono integrazioni al minimo sono 2,9 milioni, l’81,4% del totale, un numero di oltre quattro volte superiore a quello degli uomini (673 mila)”.

Per laureati importo assegni doppio – Il grado di istruzione fa la differenza, almeno se si guarda agli assegni da pensione. “Se il pensionato possiede un titolo di studio pari alla laurea, il suo reddito lordo pensionistico (circa 2.490 euro mensili) è più che doppio di quello delle persone senza titolo di studio o con al più la licenza elementare (1.130 euro)”.

In Italia il reddito medio pensionistico netto è di 13 mila 647 euro, circa 1.140 euro mensili. “Tenendo conto di tutti i trattamenti, la metà dei pensionati percepisce meno di 12 mila 532 euro (1.045 euro mensili)”, spiega l’Istituto di statistica. Importante, nello sviluppo della carriera lavorativa e quindi previdenziale, lo studio: “Se il pensionato possiede un titolo di studio pari alla laurea, il suo reddito lordo pensionistico (circa 2.490 euro mensili) è più che doppio di quello delle persone senza titolo di studio o con al più la licenza elementare (1.130 euro)”. Sempre nel 2013, tra i beneficiari, le pensioni di vecchiaia e anzianità rappresentano la fonte principale di reddito (in media il 64% del loro reddito complessivo), seguite dai redditi da lavoro (16%); tra le pensionate, invece, è decisamente importante l’apporto reddituale delle pensioni di reversibilità (27,6%) e quello delle assistenziali è più elevato rispetto agli uomini (9,5%). Tra i residenti nel Mezzogiorno è superiore alla media il contributo delle pensioni di reversibilità (14,1% contro 12,1% del Nord), d’invalidità (6,6% contro 2,5%) e delle assistenziali (13,4% contro 4,1%); più raro è invece il cumulo di redditi da lavoro con redditi pensionistici: tale combinazione rappresenta circa il 9,7% del reddito complessivo, contro il 13% del Centro e il 14,6% del Nord.

Se si guarda infine ai 12,4 milioni di famiglie con pensionati, si tratta di nuclei che nel 63,2% dei casi dipendono dall’assegno previdenziale: questo rappresenta più di tre quarti del loro reddito disponibile. “La stima del reddito netto medio di tali famiglie è di 28 mila 480 euro, circa 2 mila euro inferiore a quello delle famiglie senza pensionati (pari a 30.400 euro)”. In questi nuclei, però, il rischio povertà “è stimato essere più basso di quello delle altre famiglie (16% contro 22,1%), a indicare come, in molti casi, il reddito pensionistico possa mettere al riparo da situazioni di forte disagio economico. L’evidenza è confermata anche dalla grave deprivazione, anche se con differenze meno marcate: l’incidenza di tale condizione è stimata nella misura del 10%, contro il 12,5% delle famiglie senza pensionati”. Il rischio di povertà è invece elevato tra “i pensionati che vivono soli (22,3%) o con i figli come genitori soli (17,2%);

la situazione è più grave quando con il proprio reddito pensionistico il pensionato deve sostenere anche il peso di altri componenti adulti che non percepiscono redditi da lavoro: circa un terzo di tali famiglie (31,3%) è stimato essere a rischio di povertà”.

“I dati dell’Istat sul divario delle pensioni tra uomini e donne non fanno che confermare quanto già si sapeva da tempo. Già nel 2011 le donne socialiste europeo in un video denunciavano l’esistenza del gap e chiedevano di porvi rimedio”. Lo afferma Pia Locatelli, capogruppo della componente socialista alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne.

“La situazione attuale vede le donne penalizzate doppiamente: sia per gli stipendi che sono in media più bassi, sia per la minore anzianità contributiva dovuta ai periodi di congedo per maternità e alle interruzioni dovute al lavoro di cura. A questo si aggiungono i costi elevatissimi del ricongiungimento, che impediscono di rimettere insieme carriere discontinue. E’ da anni che chiediamo di colmare questa ingiustizia, speriamo che l’evidenza dei dati sia da sprone per una riforma del sistema pensionistico a ‘misura’ di donna”. Ha concluso la deputata socialista.
Redazione Avanti!

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