lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Come cambia la pensione nel 2016
Pubblicato il 18-01-2016


Pensioni
Dall’inizio del 2016 sulle pensioni è diventato operativo sia il gradino previsto dalla legge Fornero per la pensione di vecchiaia delle donne, sia l’aumento di 4 mesi per tutti legato alla speranza di vita, sia la revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo. Risultato: per le donne dipendenti del settore privato l’età di uscita per vecchiaia è passata dai 63 anni e 9 mesi del 2015 a 65 anni e 7 mesi, mentre le autonome possono ricevere il trattamento pensionistico soltanto dopo aver compito 66 anni e un mese. Per le donne nate nel 1952 è comunque prevista un’eccezione che consente a fronte di 20 anni di contributi l’uscita a 64 anni più l’aspettativa di vita. Da quest’anno gli uomini invece vanno in pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi, mentre per il trattamento anticipato sono adesso necessari 42 anni e 10 mesi di contributi. Anche per le donne sarà ancora possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia ma solo in presenza di 41 anni e 10 mesi di contributi. Dal 2016 sono inoltre vigenti pure i nuovi coefficienti di trasformazione, più bassi. La sola quota contributiva della pensione sarà quindi, a parità di età di uscita, leggermente inferiore.

Come cambia la pensione nel 2016
Si tratta di 22 mesi di lavoro in più per le donne impiegate nel settore privato per arrivare alla pensione di vecchiaia. Quattro mesi in più per tutti, come adeguamento alla speranza di vita: si vive più a lungo e allora bisogna anche lavorare di più. E poi, è arrivata anche la revisione dei coefficienti necessari per determinare la quota contributiva della pensione: quello che si è aperto da poche settimane è un anno di novità non esattamente piacevoli per quanto attiene il ritiro dal lavoro.

Per tradurre in esempi l’asettica contabilità delle leggi, lo scalino in più che, in base alla legge Fornero, è scattato da quest’anno per le donne lavoratrici del privato, fa sì che loro possano lasciare il lavoro per vecchiaia a 65 anni e sette mesi (63 anni e nove mesi sono stati sufficienti nel 2015); per le autonome ciò è possibile non prima di 66 anni e un mese, mentre sono già equiparate agli uomini le dipendenti pubbliche. Cioè all’età di 66 anni e sette mesi: in alternativa, gli uomini possono andare in pensione anticipata se hanno versato almeno 42 anni e dieci mesi di contributi; 41 anni e dieci mesi le donne.
Chi sarà particolarmente penalizzato dal meccanismo messo in piedi dalla legge sono le signore nate nel 1953: nel 2018, quando avranno raggiunto il traguardo dei 65 anni e sette mesi, sarà scattato un nuovo scaglione per spostare in avanti l’età pensionabile (salvo revisioni della legge) e nel 2019 l’asticella del requisito anagrafico sarà spostata ancora più in alto da un nuovo adeguamento alle aspettative di vita. Queste lavoratrici pertanto rischiano di potersi mettere a riposo solo nel 2020.

E non è tutto: dal 2016 sono operativi i nuovi coefficienti di trasformazione per i contributi corrisposti ai fini Ivs: tra 2009 e 2016 l’importo calcolato col contributivo, prendendo a riferimento come età di uscita i 65 anni, è diminuito del 13 per cento. E nel 2016, secondo i calcoli elaborati da fonti attendibili vicine all’Inps, riportati recentemente dall’Ansa e dalla Stampa, gli uomini perderanno sulla quota contributiva circa l’1 per cento.

Il part time agevolato per gli over 60
Sempre sul quotidiano “La Stampa” è stata pubblicata anche un’intervista al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha parlato del part time agevolato per gli over 60: «Non ho fatto una previsione: per adesso ci abbiamo messo risorse limitate, ma se servirà le rafforzeremo. Sappiamo che l’Italia ha e avrà un tema di invecchiamento attivo. Per fortuna l’aspettativa di vita delle persone si alza, e conseguentemente si lavorerà più a lungo. Ma possiamo pensare che una persona possa fare lo stesso lavoro nelle stesse modalità a trenta come a sessant’anni? Io credo di no. E non possiamo pensare neanche che si lavori intensamente fino all’ultimo giorno, e il giorno successivo uno si trovi ad andare al parco. Dobbiamo trovare soluzioni perché nella parte finale della vita lavorativa una persona possa lavorare in modo diverso e di meno. Magari solo la mattina, e andare a prendere la nipotina a scuola alle quattro di pomeriggio. E anche l’azienda ha interesse che i lavoratori più anziani possano gradualmente essere sostituiti».

Si possono conciliare le esigenze del lavoratore e dell’azienda?
«La norma riguarda i lavoratori del settore privato cui mancano tre anni al pensionamento di vecchiaia. All’azienda e al lavoratore è offerta un’opportunità: una riduzione del 50% del tempo di lavoro, che si può definire liberamente. Solo la mattina, solo due giorni alla settimana… Il lavoratore avrà un orario dimezzato, un salario pari al 65% di quello precedente, e dopo tre anni una pensione pari al 100% di quella che avrebbe avuto. Lo Stato garantisce i contributi figurativi, e l’azienda versa in busta paga la sua quota di contributi. Con soddisfazione reciproca».

Si dice che le aziende lo considerino troppo costoso.
«Un’azienda deve paragonare il costo di un lavoratore alla fine della propria carriera, e quello del suo sostituto, giovane, senza i costi dell’anzianità e con competenze più aggiornate. È una proposta interessante».

Pensioni
SALVI I “QUINDICENNI”
Resta salva la possibilità per alcuni lavoratori di accedere alla pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi. L’Istituto di previdenza, con la circolare Inps 16/2013, ha chiarito infatti che resta in vigore, anche dopo la Riforma Fornero del 2011, la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi in deroga alla disciplina vigente che, come è noto, chiede almeno 20 anni di contribuzione accreditata. Si tratta dei cosiddetti lavoratori quindicenni, per lo più donne, e lavoratori con attività discontinue (servizi domestici e familiari, lavoratori agricoli, lavoratori dello spettacolo).

I lavoratori interessati – Sono interessati alla deroga in parola: a) i lavoratori dipendenti e autonomi che hanno perfezionato 15 anni di contributi entro il 31 dicembre 1992; b) i lavoratori dipendenti ed autonomi che sono stati autorizzati ai volontari entro il 31 dicembre 1992; c) i lavoratori dipendenti che possono far valere un’anzianità assicurativa di almeno 25 anni e risultano occupati per almeno 10 anni per periodi di durata inferiore a 52 settimane nell’anno solare; d) i lavoratori dipendenti che abbiano maturato al 31 dicembre 1992 un’anzianità assicurativa e contributiva tale che, anche se incrementata dei periodi intercorrenti tra il 1° gennaio 1993 e la fine del mese di compimento dell’età per il pensionamento di vecchiaia, non consentirebbe di conseguire i 20 anni di contributi nell’anno di compimento dell’età pensionabile.
Per i lavoratori del pubblico impiego (ex-inpdap) la deroga è riconosciuta solo se risultano soddisfatte le condizioni indicate nei punti a) e d). Per gli iscritti al fondo ex-enpals la deroga è riconosciuta limitatamente alle fattispecie indicate nei punti a), b) e d). Per i lavoratori iscritti al soppresso fondo Poste la deroga è riconosciuta soltanto per il punto d). La deroga non interessa i lavoratori iscritti al fondo speciale di previdenza dei lavoratori dipendenti delle Ferrovie dello Stato. L’età per la pensione è quella Fornero – Gli interessati alla deroga devono tuttavia perfezionare il requisito anagrafico previsto dalla Legge Fornero. Pertanto, a decorrere dal 1° gennaio 2015, i lavoratori interessati potranno conseguire la pensione di vecchiaia compiendo un’età pari a: 63 anni e 9 mesi per le lavoratrici dipendenti; 64 anni e 9 mesi per le lavoratrici autonome; 66 anni e 3 mesi per i lavoratori dipendenti, le lavoratrici dipendenti del settore pubblico, i lavoratori autonomi.

Contributi
VIA AL CONGUAGLIO DI FINE ANNO 2015
Al via i conguagli Inps per il 2015. Le indicazioni e le modalità da seguire per lo svolgimento delle operazioni dirette alla corretta quantificazione dell’imponibile contributivo, anche con riguardo alla misura degli elementi variabili della retribuzione, sono contenute nella consueta circolare di fine anno (n. 203/2015). L’operazione conguaglio può essere effettuata entro il 16 febbraio, senza aggravio di oneri accessori. Elementi variabili. Qualora nel corso del mese intervengano elementi o eventi che comportino variazioni nella retribuzione imponibile, può essere consentito ai datori di lavoro di tenere conto delle variazioni in occasione degli adempimenti e del connesso versamento dei contributi relativi al mese successivo a quello interessato dall’intervento di tali fattori, fatta salva, nell’ambito di ciascun anno solare, la corrispondenza fra la retribuzione di competenza dell’anno stesso e quella soggetta a contribuzione. Gli eventi o elementi considerati sono: compensi per lavoro straordinario; indennità di trasferta o missione; indennità economica di malattia o maternità anticipate dal datore di lavoro per conto dell’Inps; indennità riposi per allattamento; giornate retribuite per donatori sangue; riduzioni delle retribuzioni per infortuni sul lavoro indennizzabili dall’Inail; permessi non retribuiti; astensioni dal lavoro; indennità per ferie non godute; congedi matrimoniali; integrazioni salariali (non a zero ore). Massimale contributivo. La riforma Dini (art. 2, comma 18, della legge n. 335/1995) ha stabilito un massimale annuo per la base contributiva e pensionabile degli iscritti successivamente al 31 dicembre 1995 a forme pensionistiche obbligatorie privi di anzianità contributiva. Tale massimale, rivalutato ogni anno in base all’indice dei prezzi al consumo calcolato dall’Istat, per l’anno 2015 è pari a 100.324 euro. Lo stesso, ricorda la nota, trova applicazione per la sola aliquota di contribuzione ai fini pensionistici (Ivs), ivi compresa l’aliquota aggiuntiva dell’1%.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it

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