giovedì, 25 agosto 2016
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Opinioni e commenti
 

Polonia, paura per la democrazia. L’Ue apre un’inchiesta
Pubblicato il 13-01-2016


Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski

Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski

Bruxelles valuterà le modifiche che sono state introdotte dal nuovo governo ultraconservatore di Varsavia nella Corte costituzionale e nella legislazione che regolamenta i mezzi di comunicazione pubblici per capire se siano compatibili con i valori che ispirano l’Unione Europea. La procedura – ha spiegato  il vicepresidente Frans Timmermans – potrebbe portare all’esclusione della Polonia dal voto in commissione. Secondo il presidente del parlamento europeo, Martin Schultz, quanto avvenuto ha le “caratteristiche di un colpo di stato” mentre secondo lo storico leader di Solidarnosc, Lech Walesa, “le azioni di questo governo vanno contro la libertà e la democrazia”.

Dunque da oggi la Commissione Europea ha deciso di mettere sotto la lente d’ingrandimento le ultime novità introdotte dal Governo presieduto da Beata Szydlo, l’Orban polacco, una ‘creatura’ dell’ex premier Jaroslaw Kaczynski, leader del Pis, (Prawo i Sprawiedliwosc), il partito della destra antieuropea perché c’è il fondato sospetto che violino le regole dell’UE sullo stato di diritto.

È la prima volta che la procedura viene utilizzata. Si tratta di uno strumento introdotto nel 2015, dopo che la Commissione fu accusata di non costringere l’Ungheria a rispettare i valori democratici europei. Fonti Ue dicono che alcuni commissari avrebbero preferito evitare l’apertura della procedura per il momento.

Per Timmermans, “lo scopo del processo che abbiamo lanciato è quello di chiarire i fatti in un modo obiettivo, valutare la situazione in modo più approfondito e iniziare un dialogo con le autorità polacche senza pregiudicare eventuali prossimi passi”.

Il vice presidente ha aggiunto che la Commissione si occuperà anche dei timori sulle misure assunte dal nuovo governo nazionalista di Varsavia per aumentare il controllo sulla radio televisione di Stato.

Ma gli allarmi per lo stato della democrazia in Polonia riguardano anche la crisi attorno alla Corte Costituzionale. La nuova legge voluta dal Governo, approvata nella notte del 22 dicembre, di fatto imbriglia, o peggio paralizza i lavori della suprema Corte. D’ora in poi infatti la legge prevede che tutte le sentenze vengano pronunciate dalla corte in formazione completa, da almeno 13 giudici su 15 e la maggioranza di 2/3 per accertare la costituzionalità o meno dei provvedimenti in esame. Le nuove disposizioni si applicano ai casi pendenti e includono una clausola di retroattività che comporta il riesame delle decisioni prese dalla Corte, quando in seduta non plenaria, prima dell’entrata in vigore degli emendamenti stessi. Una decisione non casuale perché interviene anche sulle sentenze emesse dalla Corte Costituzionale il 3 e il 9 dicembre e che sono parte del contenzioso tra la Corte stessa e il governo che ha deciso di sostituire cinque giudici ‘sgraditi’ nominati sotto il precedente Governo da ‘Piattaforma civica’.

Quanto alla questione della libertà per i media, oggi il nuovo Governo controlla tutte le trasmissioni radiotelevisive pubbliche, cioè tutti e quattro i canali di Tvp e le duecento stazioni di Polskie radio. La legge ora prevede che i vertici dei mezzi d’informazione pubblici siano infatti nominati direttamente dal ministero del tesoro, che avrà il potere di nominare senza concorso i nuovi responsabili. È stata questa la legge – nella sostanza peraltro non molto dissimile da quella appena approvata in Italia per la cosiddetta riforma della Rai – che ha fatto parlare Schultz di ‘colpo di stato’. “Prima il nuovo governo ha preso il controllo della corte costituzionale che avrebbe potuto bloccare l’assalto ai mezzi d’informazione, nominando nel cuore della notte cinque nuove giudici. Poi ha usato la sua maggioranza parlamentare per mettere i mezzi d’informazione sotto il controllo del partito” ha scritto il commentatore Gwynne Dyer, riportando anche le dichiarazioni di Walesa, l’uomo che ebbe un ruolo fondamentale nella caduta del regime comunista. “Le azioni di questo governo – ha detto l’erore nazionale polacco che oggi viene censurato dai media controllati dal governo di Betata Szydlo – vanno contro la Polonia, contro quello che abbiamo conquistato, contro la libertà e la democrazia, oltre al fatto che ci mettono in ridicolo agli occhi del resto del mondo”. “Oggi mi vergogno quando vado all’estero”. Parole pronunciate da Walesa dai microfoni della radio privata Zet, “dato che non può più comparire né sulle tv né sulle radio pubbliche. Il nuovo governo lo considera un nemico”.

Il nuovo ministro della cultura polacco Piotr Gliński è stato esplicito dichiarando la volontà di “ripolonizzare” la società polacca, ‘ripulendola da quei decadenti concetti e valori liberali occidentali che l’hanno infettata quando al governo c’era il partito Piattaforma civica. Di conseguenza, le emittenti pubbliche saranno rinominate “Istituti di cultura nazionale”’.

Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski

Il partito di Beata Szydlo, il Pis, è stato fondato da Jarosław Kaczyński e da suo fratello gemello Lech, morto nel 2010 in un incidente aereo a Smolensk, in Russia. I due fratelli hanno sempre avuto uno stretto rapporto con la chiesa cattolica polacca, e il Pis deve la sua recente vittoria elettorale anche al sostegno dei vescovi cattolici polacchi ultraconservatori.

Grazie alla legge elettorale in vigore ha conquistato la maggioranza dei seggi con appena il 37 per cento delle preferenze.

La questione dei rischi per la democrazia in Polonia sarà oggetto di dibattito all’europarlamento il prossimo 19 gennaio. Una condanna netta potrebbe aprire la porta anche a decisioni analoghe per l’Ungheria dove si sta consolidando, attraverso modifiche alle leggi, un vero e proprio regime illiberale a opera del leader nazionalista Victor Orban.

Proprio pochi giorni fa l’UNHCR, Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il Consiglio d’Europa e l’Ufficio per le istituzioni democratiche ed i diritti umani (ODIHR) hanno esortato l’Ungheria ad astenersi da politiche e pratiche che promuovono l’intolleranza, la paura e la xenofobia contro rifugiati e migranti.

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