martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Quel capodanno del 2016
Pubblicato il 14-01-2016


Colonia, notte di San Silvestro. Non solo un grave evento di cronaca. Ma anche un vero e proprio punto di svolta. Un punto di svolta nell’atteggiamento verso l’immigrazione in genere e nei confronti dell’immigrato in particolare. Sino a ieri prevalevano l’insofferenza e la xenofobia. Da oggi in poi avremo, insieme, l’insofferenza e l’odio; la xenofobia e il razzismo (scavalcando, così, gli stessi Stati uniti, tenacemente razzisti ma per nulla xenofobi). Nel suo genere, un salto di qualità.

Fino a ieri l’immagine del Nemico era vaga. “Clandestino”: una condizione; non una presenza fisica minacciosa. “Il burqa, la sharia”: una prospettiva, un disegno; non qualcosa in cui potevi imbatterti all’uscita di casa. “L’arabo potenziale stupratore”ce l’hai davanti sempre. Che sia mosso da un disegno o da un’inclinazione naturale. Come il negro a linciato o giustiziato legalmente negli stati del sud nei decenni che seguirono la guerra di secessione; o all’ebreo degenerato e corruttore che, nella narrazione nazista, attentava alla purezza delle bionde fanciulle ariane. Una fantasmagoria destinata a diffondersi, anche perché propalata, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, non solo dai fascioleghisti ma anche dai media.

È la via al razzismo di massa: il rigetto individuale che diventa condanna indistinta e generale. Una malattia che sembrava scomparsa dall’Europa dopo Auschwitz; ma che, se non bloccata, qui ed oggi, da opportuni anticorpi, rischia di diffondersi e con conseguenze incalcolabili. Ora, il meno che si possa dire è questi anticorpi, qui ed oggi, non hanno affatto funzionato; magari perché nessuno ha tentato di farli funzionare.

Il primo fallimento è stato nella gestione dell’episodio. Durante la famosa notte; ma soprattutto dopo. All’inizio il riflesso del “politicamente corretto”; che ha portato “chi di dovere” a ritenere che non si potesse divulgare la notizia; sostenendo che a Colonia, quella notte, non era successo niente di particolare.

Ma perché e per chi questa notizia poteva essere ritenuta devastante? Per la polizia locale, certamente; che un branco di giovani ubriachi e partecipi della cultura del macho sottosviluppato, potesse fare i propri comodi, nella certezza che giovani donne non accompagnate “se l’andavano cercando”, non deponeva a favore dei custodi della sicurezza. Ma per il governo? Qui si poteva anzi si doveva ritenere che il clima di ordine e di razionalità costruito nel corso di decenni avrebbe saputo confrontarsi con successo con un episodio che interessava poche centinaia di persone su una massa di nuova immigrazione che, nel 2015, si avvicinava a milione di unità. Ma si poteva essere, individualmente e anche collettivamente, convinti del contrario. Il fatto è che, qualunque fosse la loro reale opinione, i responsabili della scurezza hanno operato per aggravare la crisi: prima negando l’evidenza e poi gonfiandola al punto di avallare l’idea che i disordini di capodanno facessero parte di un piano.

Si è utilizzata, al riguardo, la scoperta di misteriosi “pizzini” (magari inneggianti allo stupro in nome di Allah e del Profeta); di cui però, almeno a tutt’oggi, non è dato conoscere la provenienza né contenuti. Diciamo una pistola evanescente come unica prova di un “disegno” ancora più evanescente.

Cercare di ragionare su questo punto è doveroso. Ma inutile. Potreste certo ridicolizzare i fascioleghisti chiedendogli di “fare i nomi”. Il (sedicente) Califfo che, tra un bombardamento e l’altro, ordina ai suoi seguaci in Germania (tutti, chissà perché, concentrati a Colonia; una vendetta contro il colonialismo?) di umiliare le corrotte donne occidentali, così da sottometterle più facilmente alla sharia? Oppure una centrale politico-criminale all’interno della stessa Germania alla ricerca di future schiave del sesso nei paesi del Golfo? Fareste ridere il pubblico; ma non smuovereste di un ette gli zeloti del piano. Perché il “piano” ha, nella affabulazione razzista di oggi, la stessa essenziale funzione che aveva il “Protocollo dei savi di Sion” in quella di ieri. Perché permette di inquadrare ogni episodio in un disegno unico; perché attribuisce questo disegno perverso ad una razza o ad una religione; e perché crea tra questa razza e/o religione e il mondo che la circonda un abisso incolmabile di odio e di paura.

Certo, la classe dirigente europea è, o comunque dovrebbe essere ampiamente vaccinata di fronte al nuovo insorgere del morbo. Le èlites dei primi del novecento erano vagamente antisemite (anche perché erano convinte che gli ebrei aspirassero al Potere (con la p maiuscola…). E non potevano prevedere Hitler. Quelle di oggi hanno orrore del razzismo; anche perché sanno che se la razza e la religione costituissero problema questo problema non avrebbe soluzioni. (Se non quella suggerita dall’esimio prof. Sartori; quando, a riprova, della totale incompatibilità tra Islam e occidente, cita la Spagna del cinque-seicento. Quella che, in nome della purezza del sangue e della religione cacciò via gli ebrei e tutti i musulmani. Ma questo Sartori si guarda bene dal ricordarlo; secondo la regola del “lanciare il sasso e nascondere la mano”).

Alberto Benzoni

 

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Commenti all'articolo
  1. Prescinderei dal giudizio relativo alla polizia tedesca.
    Nella fattispecie, se una serie di episodi – con un branco di giovani ubriachi – si sono manifestati in differenti città, con comportamenti simili, e se questo avviene per la prima volta, ebbene, è necessario capirne le origini.
    E’ il coordinamento, quello che lascia intendere un significato che oltrepassa l’oltraggio. Quanto meno si è voluto mettere a fuoco un “disprezzo” nei confronti delle donne tedesche, e perciò occidentali. Può non essere un “dispaccio IS” che ha provocato questi episodi, ma senz’altro essi rivelano una certa qual disponibilità al fiancheggiamento di quelle posizioni.
    E’ un fenomeno da capire, per intercettarne le ragioni profonde, oltre che per punire i colpevoli.

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