sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Europeizzare” l’Italia
e gli italiani
Pubblicato il 13-01-2016


Da anni oramai si parla di declino, dell’Italia in difficoltà così come si parla del declino dell’Europa. Come negarlo, nonostante l’ottimismo di Renzi, giustificato forse per il tentativo di ringiovanire il Governo, ma visibilmente smentito dall’atteggiamento della società e dei fatti, dalla carenza di crescita economica, di laicità, e dal rapporto travagliato con i sindacati che necessariamente divide il Paese, la società italiana non sembra cambiata negli ultimi decenni e se cambiamento c’è stato non è certo in meglio.
In breve, l’Italia non sembra produrre nuove idee, sembra affetta da provincialismo, raramente le opere e le idee italiane superano il confine nazionale, la crisi economica diventa crisi culturale e viceversa. La TV – specchio della società – è ferma a decenni fa.

L’Italia si presenta come una continua guerra civile fra corporazioni, un continuo gridare contro gli altri, contro i politici, contro i magistrati, contro tutti e tutto.

Il dibattito è autoreferenziale, litigioso, bagatellare.

La spirale della protesta viena alimentata dalla crisi economica, dai migranti, dalla guerra nel vicino Medio Oriente.

I partiti politici non godono la stima dei cittadini ed oggi fare politica è persino mal visto, al contrario di quanto avveniva negli anni passati, in cui l’impegno politico era sintomo di intelligenza e di buon cuore, committment, engagé.

Il declino culturale italiano deriva in larga parte da due fattori, il provincialismo e l’antipolitica.

Paradossale essere antipolitici. La politica non è una parolaccia, è il mestiere di tenere tutto insieme, di far funzionare tramite le regole l’insieme, le strade, i ponti, l’economia, gli stati, insomma, il tutto dipende dagli uomini e dalle donne, i quali si danno regole per convivere senza farsi la guerra possibilmente. Non riusciremo a fare a meno della politica, che infatti esiste dai tempi dei tempi e, in forma democratica, dai tempi della Grecia antica. L’antipolitica nasce nel 1992 e prosegue con il dipietrismo ed il grillismo.

Il provincialismo, che spesso va di paripasso con il nazionalismo, è un fenomeno tipico delle società chiuse, diffidenti, poco evolute che stentano ad aprirsi a conoscere a mettersi in gioco a crescere e si riparano, di conseguenza, rispettando riti ben conosciuti e ripetuti che confortano e danno sicurezza, spesso ritenendo di essere il centro del mondo. Come ogni paesino d’Italia fa, attribuendo alle sue tradizioni l’aura del valore mondiale. Questo fenomeno cresce soprattutto con la Lega.

Ovviamente una “riforma culturale” non può che derivare dalla riforma delle scuole, che includa lingue viaggi e scambi culturali per aprire l’Italia al mondo, per crescere, apprezzare il diverso, tutte quelle belle parole che spesso cadono nella definizione secca di “buonismo”mo “radical chic” ma che altro non sono che la pura verità.

Già Mozart sottolineava l’utilità dei viaggi prolungati all’estero (a condizione di essere predisposti ovviamente).

Aprirsi al diverso, all’estero non significa sacrificare la sicurezza, tutt’altro. Significa sapere chi siamo noi e chi sono gli altri, significa conoscere, analizzare, valutare e decidere; operazioni che aiutano a crescere come popolo ed a conoscere i propri pregi e i diritti conquistati nei secoli.

Viaggiando come «expat» o come Erasmus o come Ph.D ci si rende conto di quanto altri popoli abbiano iniziato a viaggiare studiare e lavorare all’estero prima di noi, contando su organizzazioni funzionanti e su maggiori risorse finanziarie e si constata quanto queste esperienze abbiano inciso sulla capacità personale e professionale delle persone.

Perchè l’Italia non dovrebbe essere un luogo dove i giovani imparano a capire viaggiare e conoscere cosi’ come in altri paesi evoluti? come in Inghilterra USA o Germania?

***

Poi ci sono gli Expat ed i ricercatori ed i professionisti che lavorano all’estero e c’è quella sorta di emigrato senza averne coscienza che si rifugia in città capitali d’Europa e vive in un limbo, tra estero ed Italia, parla inglese francese tedesco ma adora leggere la stampa italiana, per sapere, per commentare, per essere pronto a rispondere alle domande dei francesi inglesi tedeschi curiosi. Berlusconi che fa? Ma Renzi, è bravo? Adesso va meglio l’Italia? Si però il sud… e via dicendo la solita filastrocca.

Ebbene questo mondo impalbabile di italiani all’estero – sono milioni – rappresentano una risorsa incredibile in termini di cultura lingue capacità analitiche manageriali e sono una risorsa che il Bel Paese ha gettato via senza possibilità di recuperare.

Sono emigrate dall’Italia nel 2014 circa 90.000 persone.

Nessun Governo ha veramente preso in carico il problema degli italiani all’estero che altro non è se non la questione del loro rientro in Italia, del loro reinserimento in Italia.

Si parla sovente degli sconti fiscali, ma dubitiamo che siano sufficienti ed efficienti.

Il problema non è solo economico, bensì culturale e professionale e, soprattutto, di organizzare il rientro e non lasciarlo al «mercato», di cui in Italia raramente vediamo il funzionamento.

Un italiano che si è inserito all’estero si è promosso ed è riuscito a sconfiggere la diffidenza consueta che accompagna qualsiasi inserimento in un mondo nuovo.

È cresciuto, è più forte. L’Italia dovrebbe sfruttare queste capacità e metterle a servizio di un progetto più ampio e di lungo periodo. Un progetto Paese.

L’Italia dovrebbe riservargli posti di lavoro, nella PA per esempio, per reimmettere energie europee ed internazionali nella società italiana. Ed invece l’Italia considera l’italiano all’estero come un problema risolto, un disoccupato in meno; senza calcolare che questo italiano è anche una risorsa economica in meno, tasse in meno, spese educative non rientrate.

Il pericolo inoltre è che l’ »alieno » ritornando in Italia si senta estraniato come in un film di Antonioni, tanto più che la sua patria è diventata oramai la vera terra straniera, dove il suo linguaggio è mal interpretato e la sua forza dubitata.

Paradossalmente l’Italia perde l’occasione di dare spazio alla futura classe dirigente, la piu’ internazionale, la più atta a gestire la transizione globale e trattiene chi ha mostrato meno attitudine alla gestione dei fenomeni complessi della globalizzazione e della internazionalizzazione. E ce ne sono!

Sono verità intuitive, ma resiste nella società un pericoloso atteggiamento autodistruttivo alimentato dal sano egoismo particulare, per cui – senza intervento della legge dello stato – difficilmente la rotta sarà invertita.

Ecco perché chiediamo che il Parlamento emani una legge che tenda a tracciare i professionisti italiani all’estero, a creare un data base per categorie ed a reinserire nel mondo del lavoro italiano e nelle Pubblica Amministrazioni le categorie professionali formatesi all’estero e che vogliano rientrare in Italia.

Un progetto di legge in tal senso, vero e finanziato non abbiamo ancora avuto modo di vederlo.

Progetti che permettano l’osmosi dello studente/lavoratore che può andare in Europa per conoscere l’Europa prima e può rientrare in Italia portando con se le conoscenze acquisite dopo.

Leonardo Scimmi

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