domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un errore grave confondere
l’Iran con l’Arabia Saudita
Pubblicato il 05-01-2016


Il Corriere della Sera di oggi ha dedicato una pagina intera per sintezzare le differenze tra Iran e Arabia Saudita. Sul piano del rispetto dei diritti umani, Riad esce dal confronto a pezzi. La differenza principale è che Teheran guida la classifica regionale delle condanne a morte. Ma fare una classifica in base al numero degli impiccati, può al massimo servire a nascondere il problema. L’Italia difatti – che aborrisce la pena di morte – dialoga, commercia, stringe rapporti di amicizia più o meno intensi, con un lunga lista di Stati che eseguono un certo numero di condane alla pena capitale: a cominciare dagli Starti Uniti per finire alla Cina, che in quanto a morti ammazzati in nome della legge, non la frega nessuno.

Dunque, se si vuole essere un po’ attenti nello schierarsi in difesa di qualche regime che ha inserito la religione nel proprio dna statuale (non ci sono solo gli Stati islamici …), bisognerebbe rifugire da certi artifici propagandistici.

Il Corriere, stranamente, nasconde un particolare determinante nel giudicare la decenza civile dei due Paesi: il petrolio.

In Arabia Saudita le risorse naturali non sono del popolo, ma di una famiglia reale allargata che da decenni si ingrassa vergognosamente con i proventi dell’oro nero e che grazie alla complicità di un alleato potente – fino a ieri – come gli Stati Uniti, ha mantenuto il suo popolo in una condizione medievale.
In Iran, ai tempi dello Scià, altro grande alleato di Washington e dell’Europa, la ricchezza del petrolio almeno in parte, al contrario di quanto avviene tutt’oggi in Arabia Saudita, veniva spesa per far progredire il Paese, e questo spiega le differenze notevolissime che ci sono ancora oggi nonostante l’oscurantismo imposto dal clero sciita. E comunque l’Iran ha alle spalle la Persia, mentre l’Arabia Saudita un deserto di capre e pastori; e anche questo qualcosa conta.

Ci vorrebbe spazio per spiegare anche la svolta del radicalismo sciita, che in Iran è coincisa con la questione dell’indipendenza nazionale e della lotta di liberazione da un regime poliziesco fondato sul terrore. Se non ci fosse stato lo Scià non ci sarebbe stato Khomeini.

Mettere dunque i due Paesi sullo stesso piano è un errore grave. E lo è anche sul piano dei rapporti economici, culturali e politici. Non a caso Washington, appena si è liberata della catena della dipendenza petrolifera grazie allo shale oil, ha preso le distanze da Riad e ha avviato la difficilissima ricucitura – è anche un debito morale che ha con quel Paese – con Teheran. La qualcosa ha ovviamente disturbato chi viveva di una rendita di posizione geostrategica. Le monarchie petrolifere del Golfo prima di tutto, ma anche Paesi come Israele che fino a oggi hanno goduto di una straordinaria tolleranza – impunità, direbbe qualcuno – grazie all’essere il più fedele alleato – ‘cane da guardia’ direbbero ancora quegli stessi – degli americani nella regione. Il tutto a fronte di un comportamento spesso apparantemente illogico, prima che disumano, nei confronti della popolazione palestinese, dei governi della destra oltranzista e religiosa che si sono succeduti dopo gli accordi di Oslo, grazie anche, occorre dirlo, alle azioni del terrorismo e dei fanatici del radicalismo islamico. L’occupazione militare in barba a tutte le risoluzioni dell’ONU, non solo dei territori palestinesi, ma anche di porzioni del Libano e della Siria, lo sfruttamento intensivo delle risorse idriche dei Paesi confinanti, la pratica odiosa della colonizzazione delle terre altrui in nome di dio, hanno trasformato la strada della pace che si era aperta con Arafat e Rabin, in un buio cul de sac che prevede solo la guerra e l’isolamento totale di Israele, e non solo in termini diplomatici.
Perfino la Striscia di Gaza, dove vivono ammucchiati in condizioni spaventose due milioni di disgraziati e che dalle nostre comode poltrone identifichiamo con una certa dose di ipocrisia, come terroristi di hezbollah, è divenuto un tumore che lo stesso Nethanyau ha nutrito con diabolica abilità per anni e che oggi non è in grado di estirpare, guardandosi bene però dall’occuparla una volta per tutte perché, in questo caso se ne dovrebbe assumere la responsabilità intera sotto tutti i punti di vista, di fronte ai suoi concittadini e alla comunità internazionale.
Cattivo sì, ma mica scemo.

Carlo Correr

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