giovedì, 29 settembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banche: un nemico invisibile per i giovani
Pubblicato il 12-02-2016


soldi

Proviamo a fare un ragionamento: credere che dietro ogni avvenimento vi sia una regia invisibile e oscura, la “Spectre” dei film di James Bond, spesso ci rasserena perché ci deresponsabilizza e accarezza il nostro autocompiacimento vittimistico e narcisistico al tempo stesso. Non si tratta solo di cedere alle “sirene” della dietrologie più becere, quelle che si prestano meglio di questi  tempi allo scherno e alla derisione satirica: i “rettiliani”, il complotto “pluto-giudaico-massonico”, i segreti piani della Cia e del Mossad, ecc. Anche il semplice riferimento a condizionamenti reali,come i diktat dell’ oligarchia finanziaria europea e l’esistenza di una “casta” politica al suo servizio, affaristica e trasformista, non fa altro che alimentare il fantasma della nostra impotenza politica. Nel mentre agisce come fenomeno di “distrazione” di massa – giacché ci deconcentra dal rivolgere l’attenzione al vero “nemico”, quello di tutti i giorni: il funzionario “azzeccacarbugli” di banca, il broker arrivista, il magnate della finanza che gioca in borsa come farebbe un disoccupato alla slot machine -, l’idea “astratta” del nemico “invisibile” ci consola; da qui, il nostro adagiarci comodamente nel cinismo e nella disperazione del credere impossibile qualsiasi rivolta allo stato di cose presenti. Del resto, cosa possiamo fare contro un “orco” tanto inarrivabile e dunque invincibile?

Dalla notte dei tempi, ogni sistema sociale ha sempre avuto bisogno di un nemico, reale o fittizio che fosse. Chi detiene il potere ha necessità di preservare lo status quo attraverso la creazione ad hoc del nemico (o meglio della sua immagine), interno o esterno la comunità, che possa essere percepito da questa come minaccia. L’esistenza, o meglio la costruzione del nemico contribuisce a rafforzare il senso di comunità, a cementificarne l’unione e a stemperarne l’eventuale conflittualità interna.

Oggi questo “nemico” viene identificato, di volta in volta, con l’immigrato, il terrorismo e qualche volta, persino, con “i poteri forti”, “la casta”, ecc. Sebbene, come si diceva, certe narrazioni alludano ai veri responsabili della crisi epocale che stiamo vivendo e alla “macelleria sociale” che ne è conseguita (l’austerità, le nuove povertà, l’esclusione sociale di intere fasce di popolazione, ecc.), molto spesso non si coglie bene il bersaglio. Il risultato è che si mistifica costantemente il ruolo d’aguzzini esercitato dai banchieri e dai loro servitori attraverso una vero e proprio “depistaggio”. Mi chiedo: ha senso prendersela con l’assessore di un paese di cinquemila anime perché non si è ridotto lo stipendio, quando si ha difficoltà ad arrivare a fine mese e tuoi figlio è disoccupato? Ha senso inveire contro l’assegnazione delle case popolari a famiglie regolarmente immigrate perché la tua, di proprietà, è stata “strappata” via da una banca o da Equitalia?

Se ciò è sempre stato funzionale al potere, dunque alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, oggi però abbiamo uno strumento importante tra le mani: internet. L'”informazione globalizzata” che la rete consente se da una parte va ad affiancarsi a quanto fatto dai media generalisti (TV, stampa, radio), contribuendo a diffondere rappresentazioni della realtà manipolate e ideologiche, dall’altro è un grande dispositivo di demistificazione, nonché veicolo di formazione e diffusione di saperi condivisi. Wikileaks docet!

E’ probabile che la distribuzione della ricchezza e della povertà sia quella di sempre, malgrado si discuta da tempo di nuove forme di povertà e nuove categorie di “poveri” (che oggi vanno diffondendosi persino tra i ceti medi e i lavoratori “cognitivi”, con un alto livello di scolarizzazione). Però, l’amplificazione dei saperi e delle conoscenze resa disponibile dalle opportunità della rete può favorire la presa di coscienza da parte dei “poveri” di essere tali, spingendoli alla rassegnazione e/o alla mobilitazione. La  creazione ad hoc di un nemico inarrivabile da un lato e di un falso nemico a noi “prossimo” dall’altro serve a ottemperare entrambe le funzioni. Cosicché mentre diveniamo sempre più consapevoli dell’esistenza di problemi strutturali – lo “strapotere della finanza” -, inveiamo contro chi vive la nostra stessa condizione o addirittura contro chi occupa il gradino inferiore nella piramide sociale. Il processo che viene attivato è più o meno questo: l’impotenza e la cinica rassegnazione di fronte alla nostra passività nei confronti del dominio esercitato da banchieri e finanza ci conduce a scaricare la nostra rabbia contro facili capri espiatori: il disoccupato contro l’immigrato, il lavoratore contro il disoccupato, il precario contro il lavoratore, il giovane contro il pensionato, e così via.

I giovani, in particolare, sono il miglior laboratorio di questa “guerra tra poveri”, innescata da chi ha tutto l’interesse per confondere le acque, da chi vorrebbe essere considerato irraggiungibile e intoccabile, per poterlo divenire realmente. Sfruttati, costretti ad espatriare, trattati come “bamboccioni”, si sentono ripetere costantemente il mantra “dovete farvi le ossa”. Ma quali ossa? Le ossa che la globalizzazione dei capitali finanziari spezza loro!

Se la finanza e le banche, ormai completamente de-territorializzati, si “globalizzano”, venendo a somigliare agli immensi “banconi” dei film western, nei quali tutti o quasi erano armati fino ai denti, è necessario che, corrispondentemente, si globalizzi anche la resistenza, a partire dagli spazi di ri-territorializzazione della povertà e dell’esclusione. Alla globalizzazione della finanza deve corrispondere la formazione di un agorà globale, di un luogo “meticcio” in cui poveri e impoveriti di tutte le nazioni possano discutere, coalizzarsi e organizzare la loro vita oltre la morsa della dittatura finanziaria.

E solo da lì ché ci è data la speranza di un cambiamento e di un miglioramento delle nostre esistenze. Mi piace ricordare un aforisma di Italo Calvino tratto da “Le città invisibili” che penso oggi possa servirci da monito: “l’inferno dei viventi – scrive Calvino – non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Angelo Santoro

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