sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Bauman e la crisi della sinistra
Pubblicato il 15-02-2016


Ha ragione Zygmund Bauman, il teorico della società liquida quando, in una recente intervista a L’Espresso, parla di interregno e anche di carnevale della democrazia. Lo fa riferendosi a forme di partecipazione democratica che appartenevano al vecchio sistema e alla mancanza di nuove (sotto la sua lente critica finisce l’uso della rete, che spesso erige nuove barriere producendo nuove solitudini) in un contesto dominato dalla globalizzazione e dall’interdipendenza delle cause e degli effetti delle decisioni. Se una volta un governo sviluppava una scelta questa dipendeva solo dalla sua volontà e i suoi effetti si determinavano solo su scala nazionale. Oggi qualsiasi decisione è condizionata da poteri esterni, sovranazionali, finanziari, di mercato e di borsa, e finisce a sua volta per condizionarli superando le tradizionali barriere. In questo senso siamo in un interregno. Cioè in una fase di trapasso. Con compiti e poteri nuovi e regole vecchie.

Le proteste sono spesso “carnevalate in maschera” perché ognuno parte da esigenze e prospettive diverse e non compatibili. Ma il cui unico denominatore è costituito dall’incapacità dei governi di tener fede alle promesse elettorali che non saranno poi realizzate a causa di condizionamenti esterni. La protesta dipende da una forma di tradimento, dunque. Un tradimento però dovuto alla sostanziale impotenza dei governi. È tutto vero, ma resta il fatto che la capacità di un leader politico, di un partito o di una coalizione, questo modestamente obietto a Bauman, non si rivela dalla sua propensione a formulare proposte che poi, una volta al governo, non riuscirà a realizzare, ma semmai proprio dalla sua intelligenza di elaborare proposte realizzabili, tenendo presente proprio quei condizionamenti.

Bauman non scopre nuove onde gravitazionali. Ma sistema in un ragionamento quel che era già chiaro. Così come la sua rivelazione che destra e sinistra oggi hanno perso molto del loro valore non è la scoperta dell’America. Giustamente egli attribuisce alla sinistra il valore storico della giustizia sociale. Ma credo che la nostra esperienza, soprattutto quella più fertile degli anni ottanta, ci abbia insegnato che non solo la giustizia sociale, poi vedremo come coniugarla ai tempi della globalizzazione e della supremazia della finanza, ma anche la libertà deve essere valore fondativo a sinistra, e non più, come lo considerava Norberto Bobbio, un tipico ideale della destra. Dunque non è giusto, come fa Bauman, sottolineare che il tema dei matrimoni gay e dei nuovi diritti non appartiene alla sinistra. Naturalmente si tratta di riflettere di quale sinistra parliamo.

Oggi non esiste più il classico conflitto tra sinistra comunista e sinistra socialdemocratica e libertaria. Il comunismo non esiste praticamente più e nel più grande paese in cui sopravvive coesiste paradossalmente col capitalismo più sfrenato. La questione che anche oggi si affaccia, però, è quella dello storico contrasto tra riformismo e massimalismo che va oggi certamente riformulata. Non più come conflitto tra rivoluzione e riforme. Ma come alternativa tra riformismo revisionista e pragmatico e massimalismo dogmatico e parolaio. Questo contrasto lo si può scorgere proprio alla luce delle risposte che si intendono dare alla crisi. Io penso, e questo ho sostenuto alla nostra conferenza programmatica, che proprio la crisi, pensiamo a quella della finanza pubblica e alla stessa incapacità della nostra società di dare risposta all’esigenza di occupazione in senso tradizionale, ci spinga a individuare nuovi assetti fondati sul rapporto tra pubblico e privato e che sempre meno lo stato dovrà essere chiamato a gestire, ma sempre di più dovrà coordinare, incentivare, governare. Questo riguarda anche i mercati e soprattuto quelli finanziari, dove la mancanza di regole porta alla più insostenibile delle ingiustizie: chi ha denaro lo può moltiplicare anche a spese di chi non ne ha o ne ha poco. È il ricco che diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero. Il contrario del nostro socialismo umanitario.

Oggi la sinistra riformista deve essere necessariamente revisionista e lasciare perdere le vecchie teorie del passato e innanzitutto questa idea dello statalismo e del pubblico come superiore al privato. Non è detto che sia vero il contrario, e per contrastare la stessa idea del liberismo spinto, occorre che alla dimensione pubblica, dunque alla stessa politica, si attribuisca sempre più il ruolo di governo, per intervenire, legiferare, equilibrare. Non è detto che gestire di meno e governare di più sia più facile e meno impegnativo. Anzi è vero il contrario, perché questo ruolo porta a comprendere, a selezionare, a verificare, dunque ad usare di più l’intelligenza e la creatività. Di fronte ai grandi temi del nostro tempo, dalla disoccupazione alla guerra, occorre un atteggiamento razionale, laico, concreto. Evitare, ad esempio, gli slogan del passato che inneggiano, come fanno i massimalisti dogmatici, alla difesa dei diritti e alla pace. Cose ottime, sia ben chiaro. Ma che possono produrre esattamente il loro contrario.

Nella società duale difendere solo i diritti di chi è già occupato rischia di produrre inevitabilmente la compressione di quelli dei non occupati. Anche perché il futuro non ci riserverà una società della piena occupazione. E il lavoro va creato laddove non c’è, e in questo senso la rete sta iniziando ad offrire nuove opportunità. Lo sviluppo è condizione essenziale per la giustizia sociale. E incentivarlo in ogni modo è di per sé tema di sinistra. È la base per costruire giustizia sociale. La difesa della pace in assoluto può produrre guerre più vaste e nefaste. E anche mancata solidarieta con chi ne combatte una dalla parte giusta. Alle parole d’ordine la sinistra riformista, revisionista e pragmatica oppone ragionamenti, soluzioni possibili e utili, sempre uno sguardo sulle conseguenze. La sinistra massimalista e parolaia le contrasta rispolverando slogan che spesso producono quelle delusioni, vedasi la vicenda Tsipras, che Bauman non a caso ricorda nell’intervista, e che a loro volta possono generare pericolosi sbandamenti. La sinistra riformista deve avere il dono della verità. Quella massimalista si perde proprio nel mare delle promesse.

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Commenti all'articolo
  1. Mi permetto di osservare, entrando a lume di candela nel buio, che l’approccio riformista, laico, razionale e concreto, presuppone la capacità di modulare le ricette politiche in rapporto all’epoca in cui si vive. Ci sono epoche che sollecitano il primato dell’uguaglianza su quello della libertà, altre fasi storiche che inducono alla proporzione inversa. E’ la storia essenziale della politica.
    Oggi, inequivocabilmente, la società è aggredita dalle metastasi dell’individualismo, reclamando per ciò stesso il suo naturale e letterale contrappeso: il socialismo.
    Il socialismo originario e letterale, quello fondato sull’uguaglianza e sulla libertà, quest’ultimo valore, si badi bene, comunque letto in rapporto al primo, in termini di uguaglianza delle libertà, come autentico fondamento della giustizia.
    Alla luce di ciò, al contrario dell’approccio riformista, laico, razionale e concreto, “eternizzare” la ricetta degli anni 80, risulta essere massimalismo liberalsocialista.

  2. Mi piace il concetto riassuntivo espresso dal Direttore verso la fine del suo articolo , ossia “Alle parole d’ordine la sinistra riformista, revisionista e pragmatica oppone ragionamenti, soluzioni possibili e utili, sempre uno sguardo sulle conseguenze”, e mi soffermerei soprattutto sulle ultime tre parole.

    Ritengo infatti che la sinistra, specie quella di governo, abbia sovente la tendenza a fare scelte di cui non valuta sufficientemente gli effetti – anche quelli a medio e lungo termine che non sono meno importanti – ma appellandosi piuttosto a principi “ideologici”, che semmai vengono dimenticati .quando non fanno più comodo, e dei quali effetti portiamo poi le conseguenze.

    Mentre il compito della politica, da cui trarre credibilità, fiducia ed autorevolezza, presso il corpo elettorale, dovrebbe essere anche quello di unire il presente al domani, nel senso di saper prefigurare a cosa porteranno negli anni a venire le decisioni dell’oggi, sembrandomi questo ciò che si aspetta la società.

    Paolo B. 16.02.2016

  3. Il sempre maggiore avvicinarsi e interfacciarsi di nazioni, sistemi, organizzazioni, rende sempre più difficile venire sensatamente a capo di qualcosa. Molta ‘gente per bene’ può solo appellarsi alla speranza che si possa evitare il precipizio generale. Oppure prega, o medita, o cerca di comportarsi bene. Cose importanti, che un certo effetto ce l’anno, nel frenare il precipizio, quanto, è difficile dirlo. Difficile avere la volontà di andare alle radici del problema, raro il coraggio di ‘vedere’, oltre che guardare. Il pianeta è sull’orlo dell’abisso per smanie di ricchezza, potere, dominio, in questo il promettere ciò che non si può mantenere è il gioco che attira gli ingenui a pensare che certe cose siano possibili. La cultura socialista doverebbe rifondarsi sulla realtà: gli armamenti sono l’industria più redditizia, le scoperte tecnologiche la rafforzano, non è un’industria nata per il benessere umano. Pensare che ci siano guerre giuste è, a mio parere, incredibile. Sulle guerre giuste la speculazione ricostruttiva è una pianificazione strategica. Bisognerebbe decidere su quale ‘onda gravitazionale’ ci si vuol collocare. Decidere se il sacrificio della vita sia compatibile con l’intelligenza, se lo sfruttamento avvenga solo a causa del potere degli sfruttatori o non ci sia anche una certa responsabilità degli sfruttati, che per vari tipi di paura tacciono e consentono che le cose non cambino . Tacciono su troppe cose, e non solo per paura di perdere la vita ( e qui magari si capirebbe) ma per paura di perdere piccoli o minimi privilegi di natura economica e psicologia, soprattutto psicologica.Etc etc..

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