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Opinioni e commenti
 

Bernie Sanders, da dove vengono i socialisti del Vermont – Martino Mazzonis – Pagina99
Pubblicato il 03-02-2016


Articolo tratto da pagina99 del 28 novembre 2015

Bernie SandersCosa ci fa un socialista al Congresso degli Stati Uniti, e com’è possibile che la sua candidatura sia l’unico elemento capace di scuotere le primarie del Partito democratico? Chiedetelo a Bernie Sanders, che negli anni ’70 lasciò la sua New York per andarsene sulle montagne del Vermont assieme a compagni freak e sinistrorsi.
Dalle sue parti – e nel vicino New Hampshire, dove cercherà di battere Hillary Clinton per diventare un contendente credibile – il 71enne senatore è semplicemente Bernie, non il politico che si ispira alle socialdemocrazie scandinave. Altrove invece, e qui risiede il paradosso di queste primarie, è proprio il suo presunto estremismo a piacere, o perlomeno a non spaventare quanto un presidente della destra repubblicana.

In tutti i match-up dei sondaggisti, Sanders batte come e meglio di Hillary i vari Trump, Carson e Rubio. Una corsa miracolosa, tanto inattesa quanto i risultati di una rilevazione Gallup a ottobre. Alla domanda «Considererebbe l’idea di votare per un candidato socialista?», il 47% degli elettori ha risposto «sì», toccando il 59% fra i democratici, il 49 % fra gli indipendenti e persino il 26% fra i repubblicani. E pensare che, nello stesso sondaggio, dichiararsi socialista era più penalizzante che ateo o musulmano: nulla di cui stupirsi, se consideriamo che per decenni la parola socialismo è stata il male in ogni luogo della politica, del cinema e persino dei fumetti americani – basti l’esempio del feroce Teschio Rosso, l’arcinemico di Capitan America, che nella versione anni ’50 non era nazista, ma sovietico.

Molti elettori statunitensi sono favorevoli alle proposte di Sanders: come la redistribuzione della ricchezza attraverso una fiscalità progressiva, o il varo di regole più chiare e severe per le banche. Non si tratta di espropriare i mezzi di produzione, ma di interventi pubblici a sostegno della middle class, finanziati con un aumento delle tasse ai più ricchi, come Sanders ha detto nel suo discorso più teorico, il 19 novembre alla Georgetown University. Ragionando sulle proprie radici socialiste, il senatore del Vermont ha citato spesso il Roosevelt del New Deal e Lyndon Johnson, ricordando come le politiche di entrambi, prima di diventare popolari, fossero tacciate di socialismo. Bernie insomma non è un ideologo, ma un politico che guarda all’esperienza nordeuropea di un welfare dalla culla alla tomba, capace di rinnovarsi continuamente.

Il senatore può vantare inoltre un’opposizione inequivocabile alle guerre di Bush – da rappresentante all’epoca votò «Nay» – e al Keystone Xl, l’oleodotto bocciato a inizio novembre da Obama per timore di un disastroso di impatto ambientale. Sua inoltre è la proposta di legge per la liberalizzazione della marijuana a scopo ricreativo su tutto il territorio nazionale. Le sue posizioni sono chiare, trasparenti, liberal e contro Wall Street.

E qui sta il punto: Sanders vende idee nette, in sintonia con una parte consistente della società americana. Non è un amico pentito di Wall Street, come invece molti pensano di Hillary. È nemico da sempre di quelle leggi che hanno favorito la crescita esponenziale del settore finanziario e l’esplosione dei bonus legati alle performance di Borsa, resi possibili dalle riforme introdotte da James Rubin e Larry Summers, le teste della politica economica di Bill Clinton. Fedele a questi principi, Bernie si batte per una piena rinegoziazione del debito degli studenti universitari che non riescono a pagarlo, di solito i meno ricchi che, per giunta, sono andati nei college meno buoni, e non guadagneranno mai abbastanza per restituire il denaro. A differenza dell’ex senatrice di New York, Sanders non ha aspettato di capire quanto i trattati di commercio internazionale Tpp e Ttip fossero impopolari tra i lavoratori iscritti al sindacato, per dire che non li avrebbe mai firmati.

Per essere bianco e anziano, per giunta con un certo accento, piace ai lavoratori bianchi degli Stati del Nord-est che hanno un’idea forte dei diritti del lavoro e non sono mai stati in piena sintonia con l’intellettuale Obama. Per il radicalismo in politica estera, il sostegno alla liberalizzazione della marijuana e la chiarezza sui temi etici, Sanders piace ai giovani che, pur non avendo alcun interesse per il socialismo, sono cresciuti dentro alla crisi, odiano le banche e accorrono a migliaia ai suoi comizi. Proprio come piace Elizabeth Warren, senatrice e fustigatrice della finanza, altra figura destinata a contare molto nei prossimi anni. Che però in più è donna e ha una storia personale di riscatto perfetta da spendere in una campagna presidenziale.

Le idee di Sanders – declamate con tono enfatico, diretto e innegabilmente populista – hanno spesso avuto cittadinanza nella politica americana. Un tono simile lo usava forse il senatore del Wisconsin Robert La Follette, il cui partito progressista prese il 17% alle presidenziali del 1924, voce instancabile contro il potere delle corporation (lo chiamavano “Fighting Bob”). O magari il sindaco socialista di Milwaukee degli anni 60, Frank Zeidler. Tutti distanti dal comunismo e dall’Urss, tutti legati alla cultura operaia della Rust Belt. Capace di eleggere qui e là ancora gente che, pur non definendosi socialdemocratica, lo è: Dennis Kucinich, sindaco giovanissimo di Cleveland, negli anni 80 mosse una lotta furibonda contro la privatizzazione dell’azienda municipalizzata dell’elettricità. E molti anni dopo, da rappresentante dell’Ohio, cercò l’impeachment a Dick Cheney. Michael Harrington scrisse The Other America, libro che influenzò J. F. Kennedy e Lyndon Johnson nel progettare la War on Poverty. Senza trascurare Saul Alinsky, teorico dell’organizzazione comunitaria.

Insomma, spesso dimentichiamo che l’America liberal ha una doppia tradizione: culturale, etico-morale nei movimenti di vario ordine e grado; e poi progressista, laburista e sindacale nella middle class operaia. Raramente anti-sistema, queste culture hanno forgiato l’America e sono state vittime, negli anni ’70 e 80, della rivoluzione conservatrice reaganiana. Ma non sono morte e oggi, dopo la crisi, il ritorno di un ragionamento sulle diseguaglianze e il doppio mandato di un presidente amico delle minoranze, riemergono. E Sanders le rappresenta.

L’ultima grande forza di Bernie è proprio Hillary Clinton: rispettata ma non amata, apprezzata ma considerata poco sincera, tutti pensano che sarebbe un buon presidente, ma non conquista davvero quasi nessuno. Piace di più, invece, un anziano signore che vive nel Vermont e parla della piccola Danimarca socialdemocratica. Le sue sono convinzioni, non posizionamento politico. E la sua è una candidatura che, costringendo Hillary a rispondere sulle singole questioni, spinge a sinistra il Partito democratico. Come del resto su molte cose – tolto il ruolo dello Stato in economia – ha già fatto la società americana negli anni di Obama. Sanders è, forse, il segnale che l’egemonia culturale del reaganismo è davvero evaporata.
di Martino Mazzonis

[Foto in apertura di Alex Wong / Getty Images]

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Commenti all'articolo
  1. Speriamo che Sanders faccia bella figura, anche se non vince contro la Clinton. Così, almeno, venendo il messaggio dagli USA, a questo mondo europeo che dice “wow”, possa tornare la voglia di riconsiderare la possibilità di uno sbocco socialista ad una società che fa invece pericolosamente tornare in auge motivi di stampo fascista e nazista in Europa.

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