lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Brancati e il «Corriere», un idillio tormentato
Pubblicato il 05-02-2016


Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati

Su iniziativa della Fondazione «Corriere della Sera» si dispone ora di una raccolta parziale degli articoli che Vitaliano Bancati inviò al giornale milanese durante la Seconda guerra mondiale. La raccolta, pubblicata per la prima volta in un agile volume intitolato Scritti per il «Corriere»1942-1943 (Milano 2015, pp. 217), esclude stranamente quelli editi tra il 1946 e il 1954, anno di morte dello scrittore siciliano. Essa è preceduta da un’introduzione di Giulio Ferroni, che non sempre riesce a padroneggiare una materia, la cui valenza storica presenta stretti rapporti con il regime fascista e il mondo della carta stampata.

Il tentativo di collaborare al «Corriere» risaliva al 1934, quando Brancati (era nato a Pachino nel 1907) brigava per essere ammesso fra gli scrittori del giornale. La sua passione letteraria, già manifestatasi nella collaborazione al «Giornale dell’Isola» e a «Il popolo di Sicilia», lo aveva spinto a cercare un aggancio con Aldo Borelli, direttore del quotidiano milanese, ma senza grande successo. Eppure Borelli conosceva l’opera giovanile Everest, il cui sostanzioso inno a Mussolini si coniugava con il ritratto che lo scrittore ventiquattrenne aveva presentato dopo un incontro con il duce su «Critica Fascista» del 1° agosto e su «Il Tevere» del 13-14 agosto del 1931: «Eccolo lì, Mussolini, con la sua giacca estiva e la sua voce cordiale e calma. In questo momento, egli si riposa di quello che è venuto a fare al mondo. Stanotte egli dormirà di un sonno certamente duro e giovanile; ma ciò che egli farà domani è sulle ginocchia del Destino».

L’elogio della sua «eccezionale e potente personalità» riempie di gioia Mussolini, che personalmente si interessa perché al giovane scrittore siano date altre collaborazioni retribuite. Così troviamo il suo nome su una miriade di riviste fasciste come «L’Italiano», «Omnibus», entrambe dirette da Leo Longanesi, ma anche sul periodico «Il Tevere», diretto dal suo conterraneo Telesio Interlandi «siciliano di Chiramonte Gulfi». Una conoscenza che risaliva al 1929, quando Brancati aveva pubblicato un articolo sul mensile «Lunario Siciliano», luogo di incontro dei siciliani attivi a Roma negli anni Trenta. Egli, che nel 1934 è caporedattore della rivista «Quadrivio», pubblica quattro anni dopo Sogno di un valzer, che segna il distacco da Interlandi e dalla sua «violenza verbale» sfociata nell’odio antisemita verso gli Ebrei con «La Difesa della Razza».

Su iniziativa del duce Brancati riceve anche cospicue somme dal Minculpop come un finanziamento specifico di 2300 lire per preparare un’antologia su Giacomo Leopardi, Pensieri sull’Italia, destinata al centenario dl 1937, ma pubblicata con altro titolo dall’editore Bompiani nel 1941. Con questa intensa e proficua attività letteraria, irrobustita dalle raccomandazioni del diplomatico catanese Filippo Anfuso, sodale e amico fraterno di Galeazzo Ciano, Brancati dovrà attendere il 1942 per cominciare la collaborazione al quotidiano milanese. Ciano, capo nel 1935 del sottosegretariato per la Stampa e propaganda, raccomandò il giovane Brancati a Borelli con una missiva del 12 giugno dello stesso anno, ora ripubblicata integralmente, là dove si dice che «trattasi di camerata meritevole di considerazione» per le sue «critiche condizioni economiche». Una menzogna, a cui era ricorso il genero di Mussolini per aiutare il giovane siciliano, che con insistenza cerca di affermarsi nel mondo letterario coevo, fatto di intrighi e di sotterfugi alimentati da una stretta connessione tra politica, corruzione e affari. Le richieste di Brancati emergono dalla lettera del 27 giugno 1935 – peraltro già nota per essere stata pubblicata nella ponderosa Storia del Corriere della Sera (1976, p. 576) di Glauco Licata – in cui egli lamenta di non «guadagnare più di seicento lire al mese» con le sue collaborazioni a «La Stampa» e al «Popolo d’Italia».

La lettura del carteggio tra Brancati e Aldo Borelli mostra la continuità delle richieste, che furono assecondate solo nel 1942 dopo il successo del romanzo Don Giovanni in Sicilia. Così, sette anni dopo la raccomandazione di Ciano e il rifiuto di Borelli, Brancati approda al «Corriere» per una collaborazione e una ricompensa di cui non è chiara l’entità, anche se in una missiva del 20 novembre 1942 egli reclama una retribuzione di mille lire come risposta all’inflazione galoppante. I diciotto articoli, usciti in quel difficile biennio, offrono uno squarcio eloquente della scrittura di Brancati», che – come si rileva in una breve e scialba recensione dedicata al volume sull’inserto settimanale del «Sette/Corriere della Sera» (5 febbraio 2016, n. 5, p. 89) – viene confinata nell’edizione del pomeriggio e non nella più prestigiosa e diffusa edizione del mattino». Tuttavia lo stile narrativo rivela una rara qualità intrisa di irridente umorismo, di paradossi del vissuto quotidiano e di acuminate punte satiriche: un intreccio tra racconto e saggistica che delinea figure di personaggi, descrive ambienti, tocca questioni culturali e alimenta la riflessione sull’evanescenza del vivere contemporaneo.

Nei tre elzeviri sui Piaceri (musica, buon senso, memoria), Brancati comincia a mutare il suo registro narrativo, che diventa via via più aderente alla realtà ed esalta la gioia di vivere attraverso il ricorso alla ragione per uscire dalla vita plumbea del vissuto fascista. La sua stagione illuministica, apprezzata vivamente da Leonardo Sciascia, si sviluppa e si allontana dal mondo dei «cretini» di stampo fascista, dalla loro retorica in camicia nera alla stregua del rifiuto che opporrà alla retorica dei comunisti, considerati vittime inconsapevoli di una subcultura propensa ad esaltare «il grande Stalin» nei primi anni Cinquanta.

Nunzio Dell’Erba

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