lunedì, 5 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La non-vita di Brandon Jones
Pubblicato il 03-02-2016


Non nel barbaro Iran, non nella medioevale Arabia Saudita e neppure nella incomprensibile Cina, ma nella democratica e liberale America di Obama, è stato ucciso la notte scorsa con un’iniezione letale, il 73 enne Brandon Jones.
Jones per la giustizia era colpevole di omicidio, della morte di un impiegato di un minimarket ucciso con una rivoltellata durante una rapina. Si era sempre dichiarato innocente. Aveva sì partecipato alla rapina, ma a sparare, diceva, era stato il suo complice.
Anche l’ultimo appello davanti alla Corte Suprema è stato respinto e la giustizia ha fatto ieri il suo ultimo passo. L’ha fatto con orrenda lentezza, perché la rapina era avvenuta nel 1979 e Brandon Jones è rimasto in attesa della sua iniezione nel braccio della morte per 36 anni.
Per 36 anni ha vissuto una non-vita.

L’Italia è contraria alla pena di morte che ha abolito con la Repubblica. La consideriamo non solo disumana, ma anche inutile. Come tutte le pene eccessive, finisce per non essere più avvertita neppure come un deterrente, ma anzi in talune occasioni, spinge a commettere crimini ulteriori.
Se ho ucciso qualcuno e so che se mi prendono mi condanneranno a morte, cosa può ormai impedirmi dall’uccidere altri? È l’estrema distorsione del populismo giudiziario, quella china scivolosa che tende a risolvere i problemi di una società solo sul versante repressivo, con pene sempre più severe, che finiscono per trasformarsi solo in sterili vendette.

Ma l’America è fatta (anche) così. Ha un retaggio di barbarie da cui non si è ancora liberata, lo stesso che consente a chiunque di mettersi in tasca una pistola, che nel 2015 ha prodotto introiti crescenti per i fabbricanti di armi, ma anche circa 33 mila vittime.
Ma la disumanità di aver tenuto per 36 anni un uomo sospeso tra la vita e la morte, supera ogni orrore. Qualunque colpa potesse aver commesso, di certo l’aveva già largamente scontata.

E proprio oggi, dall’altro capo del mondo, è arrivata da Riad la notizia che un tribunale ha annullato la pena di morte a carico del poeta palestinese Ashraf Fayadh, condannato in primo grado per apostasia. Dovrà scontare otto anni di prigione e subire 800 frustate, che ‘verranno comminate in 16 riprese’.

Quella contro la pena di morte è una battaglia che l’Italia sta meritoriamente combattendo da anni. Una campagna per una moratoria è partita proprio dall’Italia su impulso dell’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’. Una risoluzione in questo senso fu presentata all’Assemblea Generale dell’ONU dal Governo italiano già nel 1994.

Carlo Correr

PS: Un’altra esecuzione è avvenuta in Texas. La pena capitale è stata inflitta al trentacinquenne James Freeman, condannato per aver ucciso una guardia forestale durante una sparatoria nel 2007. È la seconda esecuzione in due settimane in Texas.

 

 

 

 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento