domenica, 31 luglio 2016
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Opinioni e commenti
 

BREXIT, C’È L’ACCORDO
Pubblicato il 19-02-2016


Matteo Renzi nel bilaterale con David Cameron

Matteo Renzi nel bilaterale con David Cameron

Annunciato da un tweet di Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue, è arrivato l’accordo che potrebbe consentire al premier inglese David Cameron di scongiurare il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, la ‘Brexit’.

L’accordo tra i 28 è stato all’unanimità e la Gran Bretagna potrà attivare per 7 anni il cosiddetto ‘freno d’emergenza’ per l’accesso dei benefici al welfare dei lavoratori stranieri. Nel testo dell’accordo con l’Ue, dopo oltre 24 ore di negoziato, è precisato che la limitazione si applicherà “a tutti i lavoratori nuovi arrivati, per un periodo di 7 anni”. L’accesso ai benefici è graduale nell’arco di quattro anni. La richiesta di Cameron era di 7 anni, rinnovabili per due periodi di 3 anni ciascuno.
A sua volta anche il premier britannico David Cameron ha ‘twittato’ la conferma dell’intesa: “Ho negoziato un accordo per dare al Regno Unito uno speciale status nella Ue. Lo sosterrò domani al consiglio dei ministri”.
Il portavoce di Tusk, Preben Aamann, solo pochi minuti prima del tweet del suo capo aveva smentito un precedente tweet del presidente lituano, Dalia Grybauskaite, che sempre sul suo profilo Twitter aveva anticipato la notizia dell’intesa. “Il testo che ora è all’esame dei leader è stato migliorato in molti aspetti. Penso che ci sono le condizioni per un buon accordo”, ha detto Roberto Gualtieri, uno dei tre negoziatori del Parlamento Europeo al termine del bilaterale con Tusk e Juncker. L’eurodeputato dem ha specificato che per il capitolo sulle uniformità delle regole finanziarie e quello sulla sovranità (ovvero sul concetto dell’integrazione politica) ci sono stati “notevoli passi avanti che fanno ben sperare”.
Con l’accordo in tasca, Cameron è rientrato in patria e dopo una riunione straordinaria del governo ha annunciato la data del referendum sulla Brexit: gli elettori britannici saranno chiamati a votare il 23 giugno per il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Ue.
Cameron spera che con l’accordo sia più facile respingere la richiesta referendaria. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso mentre a Bruxelles si discuteva, il fronte euroscettico in Gran Bretagna resta in vantaggio, anche se solo di 2 punti. La rilevazione, condotta dall’istituto Tns fra l’11 e il 15 febbraio, accredita un 38% di favorevoli alla Brexit, in vista del referendum sulla permanenza del regno nel Club dei 28 che dovrebbe essere convocato subito dopo l’accordo, contro un 36% di filo-europei. Il 7% dichiara di non avere intenzione di votare, mentre resta un 23% d’indecisi, largamente determinante. Se si escludono gli astenuti potenziali, lo scarto a favore degli euroscettici – dati in vantaggio da quasi tutti i sondaggi recenti, ma con margini di variazione altissimi – sale a 3 punti percentuali.

Il nodo migranti
Sull’altro nodo, la questione della regolazione del flusso dei migranti e del loro ricollocamento o rimpatrio, di fatto invece nel vertice europeo non si è deciso quasi nulla e ognuno sembra andare per la sua strada. L’Ungheria ha deciso di chiudere tre valichi con la Croazia, l’Austria ha fatto partire il tetto agli ingressi e la Germania minaccia rappresaglie se i Paesi confinanti cerccheranno di scaricarle addosso tutto il peso dei disperati in fuga da guerre e fame.

La minaccia del premier italiano Matteo Renzi di tagliare i fondi europei a quei Paesi, soprattutto dell’Est, che bloccano i ricollocamenti dei migranti rappresenta “un ricatto politico” ha detto il portavoce del governo ungherese di Viktor Orban, Zoltan Kovacc. L’Ungheria, ha ribadito il portavoce commentando le parole di ieri di Renzi al Consiglio europeo a Bruxelles, si oppone al sistema di quote per la ridistribuzione dei profughi all’interno dell’Unione europea.

Nel documento finale messo a punto nella notte a Bruxelles durante il vertice del Consiglio europeo si prende atto che “la Turchia ha adottato misure per attuare il piano d’azione, segnatamente per quanto concerne l’accesso dei rifugiati siriani al mercato del lavoro turco e la condivisione dei dati con l’Ue”. Si ‘prende atto’ insomma sperando che la situazione si risolva da sé. E ancora: “Dobbiamo pervenire – scrivono nel documento – a una riduzione sostanziale e sostenibile del numero di ingressi illegali nell’Ue dalla Turchia”.

Siamo insomma a una dichiarzione di intenti e di buone speranze lascuiando che alla capacità contrattuale degli attori in gioco il compito di sciogliere i nodi.

Il ‘tetto’ austriaco
Da oggi in Austria è entrato in vigore il limite di 80 richieste di asilo al giorno che si assomma ai 3.200 rifugiati in transito verso altri Paesi. Su queste misure si è consumato un duro scontro tra Vienna e l’Ue con il Consiglio europeo che ha definito “illegali” le misure sui tetti giornalieri sull’accoglienza e sul transito dei richiedenti asilo, una condanna che comunque non ha fermato la decisione austriaca.

Il comportamento di Vienna, che sembra influenzato fortemente dalle pressioni politiche dell’estrema destra che in questo Paese ha avuto già una crescita preoccupante, ha creato imbarazzo e forti preoccupazioni negli altri Governi e soprattutto in quello greco che teme “un effetto domino”.
Le rotte dei migranti
La paura dei greci
Il Governo greco, alle prese con una drammatica crisi economica, deve anche fronteggiare la pressione dei migranti e per corrispondere alle richieste europee deve terminare la costruzione degli hotspot nelle isole, dove sono in funzione 4 dei 5 centri di riconoscimento ed identificazione promessi. Sull’isola di Kos la popolazione protesta e chiede un referendum prima di aprire il centro di accoglienza che, temono gli abitanti, potrebbe allontanare i turisti tagliando l’unica risorsa vera di cui dispongono per sopravvivere.

La Commissione europea ha posto ad Atene un ultimatum: entro tre mesi dovrà mettersi in regola e riuscire a prendere le impronte a tutti i migranti. In caso contrario si chiuderebbero i confini della confinante ex Repubblica jugoslava di Macedonia, la porta della cosidetta ‘via balcanica’ verso il nord Europa, lasciando passare solo i profughi che provengono da Paesi in guerra, cioè siriani, afghani e iracheni. Gli altri resterebbero in Grecia. Insomma il timore di Atene è che con la chiusura delle frontiere, la Grecia divenga un gigantesco campo profughi, in un “cimitero di anime”, come ha detto il ministro ellenico per l’immigrazione Mouzalas.

La Germania minaccia rappresaglie
Il ministro dell’interno di berlino, Thomas de Maizière, ha ammonito i Paesi europei dall’adottare misure che vadano a scapito della Germania “Troveremmo inaccettabile che alcuni Paesi dovessero tentare di trasferire i problemi comuni unilateralmente sulle spalle dei tedeschi. [Questo] sarebbe alla lunga non senza conseguenze”. Berlino vuole una soluzione europea “fintanto che sarà possibile attenersi a Schengen” e non ha gradito la decisione di Vienna di mettere delle quote giornaliere all’ingresso dei migranti accrescendo così la pressione sui paesi confinanti.
Quanto all’Ungheria, questo Paese ha deciso di chiudere da domenica i suoi tre passaggi di frontiera ferroviari con la Croazia. Per il momento è previsto che questa misura duri 30 giorni. Nella disposizione firmata dal ministro dell’Interno Sandor Pinter, l’iniziativa è motivata con “l’interesse della sicurezza pubblica”. I passaggi di frontiera interessati sono quelli di Murakeresztur-Kotoriba, Gyekenyes-Koprivnica e Magyarboly-Beli Manastir.

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Commenti all'articolo
  1. Più che un accordo sembra l’ennesimo calarsi le braghe di una UE senza bussola nè idee. Chi urla e pretende di più ( neofiti Paesi dell’est ieri, Regno unito oggi ) di più ottiene. Datemi dieci e dico ai miei di votare no, datemi mille e che gioia l’Europa votiamo tutti si. Che pena. E mi fanno ridere gli italiani che ” gli inglesi, i tedeschi, gente seria ” … Qui gli unici a entrare e uscire da uomini veri sono Renzi e Tsipras, gli altri o carnefici o buffoni, come avrebbe detto il Capoccione.
    Saluti. Mario Mosca.

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