sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

CGIA, il sommerso va a gonfie vele
Pubblicato il 29-02-2016


soldi in neroIl sommerso va a gonfie vele. Purtroppo è questa la denuncia che arriva va dalla CGIA, l’associazione delle PMI e degli artigiani del Veneto, sulla base dei calcoli e stime effettuate dal suo Ufficio Studi. Infatti mentre l’economia del nostro Paese arranca, quella riconducibile alle attività in nero e alla criminalità organizzata, che assieme compongono l’economia non osservata, invece, non conosce battute d’arresto, facendo schizzare la pressione fiscale “reale” al 50,2%.

Fra il 2011 e il 2013 l’economia sommersa e quella illegale sono aumentate di 4,85 miliardi di euro, arrivando a toccare i 207,3 miliardi di euro nel 2013 (pari al 12,9% del PIL), mentre quella al netto dell’economia non osservata è diminuita di 36,8 miliardi di euro, scendendo sotto quota 1.400 miliardi di euro. Se in via estremamente prudenziale si ipotizza, così come ha fatto l’Ufficio studi della CGIA, che l’incidenza percentuale dell’economia non osservata sul PIL sia rimasta la stessa anche nel biennio successivo al 2013, gli artigiani mestrini hanno stimato in quasi 211 miliardi di euro il “contributo” che questa economia “grigia” ha dato al Pil nazionale nel 2015. Questo aspetto, ovviamente, ha degli effetti molto importanti anche sul fronte fiscale.

“Nel 2015 – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – al lordo dell’operazione bonus Renzi, la pressione fiscale ufficiale in Italia è stata pari al 43,7%. Tuttavia, il peso complessivo che il contribuente onesto sopporta è di fatto superiore ed è arrivato a toccare la quota record del 50,2%”, data dal rapporto fra il gettito fiscale ed un PIL ricalcolato sottraendo la parte di “economia in nero”. “E’ evidente che con un peso fiscale simile – dichiara il segretario Renato Mason – sarà difficile trovare lo slancio per ridare fiato all’economia del paese in una fase dove la crescita rimane ancora molto debole e incerta”.

Altro dato non positivo arriva dall’inflazione. Anzi dalla deflazione che dopo nove mesi torna a farsi sentire in Italia a febbraio con “cali dei prezzi diffusi a quasi tutte le tipologie di prodotto”. Sono i dati provvisori rilevati dall’Istat, in cui si registra una diminuzione dei prezzi al consumo dello 0,3% su base annua, il più ampio da oltre un anno (gennaio 2015), e una riduzione dello 0,2% anche su base mensile. Il mese precedente c’era stato un aumento dei prezzi dello 0,3% sull’anno e un calo dello 0,2% sul mese.

I prezzi del cosiddetto carrello della spesa dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,1% rispetto a gennaio e dello 0,4% su base annua (a gennaio era +0,3%). Lo comunica l’Istat. Si tratta del primo calo tendenziale da dicembre 2014 e del più ampio da luglio dello stesso anno. In particolare per i prodotti alimentari (incluse le bevande alcoliche) i prezzi diminuiscono dello 0,1% su base mensile e registrano, su base annua, un’inversione della tendenza (-0,3%, da +0,4% a gennaio).

L’inflazione torna negativa per tutta la zona Euro scendendo a febbraio dello -0,2% rispetto allo 0,3% di gennaio. E’ la stima flash di Eurostat. L’ultimo segno meno nell’Eurozona si era visto a settembre 2015 (-0,1%). Guardando alle componenti principali, i servizi hanno il tasso più elevato (1%, mentre a gennaio erano a 1,2%), seguiti da cibo, alcol e tabacco (0,7%, a gennaio erano a 1%), prodotti industriali non energetici (0,3%, rispetto allo 0,7% di gennaio) ed energia (-8%, rispetto a -5,4% di gennaio).

La Banca centrale europea lo aveva però previsto: «Ci aspettiamo attualmente che i tassi di inflazione restino a livello molto bassi o negativi, e che si rialzino solo più tardi nel 2016». Non per questo, però, i dati di oggi sono irrilevanti. Anzi. Visti nel loro complesso, i numeri pubblicati oggi non dovrebbero modificare troppo le attese sulle prossime mosse della Bce: già a gennaio il presidente Mario Draghi aveva annunciato una possibile revisione della manovra espansiva a marzo, che da tempo appare quasi certa. Un ulteriore allentamento monetario è quindi ampiamente previsto anche se gli investitori – dopo la delusione di dicembre – sembrano meno disposti a nutrire grandi aspettative, soprattutto sul fronte degli acquisti di titoli, il quantitative easing.

Redazione Avanti!

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