sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cinquant’anni fa usciva “Signore e Signori”
di Pietro Germi
Pubblicato il 01-02-2016


signori e signoreCinquant’anni fa, il 10 febbraio del 1966, veniva proiettato in pubblico il film di Pietro Germi Signore e Signori. Pellicola vincitrice della Palma d’oro al Festival di Cannes, Signore e Signori rivelava la genialità (misconosciuta) di un regista che con grande lucidità e in anticipo sui tempi, aveva capito come sarebbe diventato il nostro Paese in futuro. Ispirato in parte alla biografia di Luciano Vincenzoni, uno degli sceneggiatori del film insieme ad Age, Scarpelli e allo stesso regista, e costruito – dietro suggerimento dello scrittore Ennio Flaiano – intorno a tre episodi con personaggi ricorrenti e dunque sempre in scena per dare l’idea di un’opera corale e unitaria, Signore e Signori racconta storie di corna e di sesso, “fattacci” che hanno come teatro la città di Treviso e dintorni. Nel primo episodio l’astuto dongiovanni Toni Gasparini (Alberto Lionello) si finge impotente per sedurre la bella moglie del suo amico medico. Nel secondo episodio il ragionier Osvaldo Visigato (Gastone Moschin), frustrato e reso inerte dalla vita coniugale, vorrebbe vivere alla luce del sole il suo amore per la cassiera Milena (Virna Lisi).

Ma le “ciacole” e le maldicenze li dividono e spingono l’uomo prima a tentare il suicidio e poi a ritornare nelle braccia della legittima consorte. Nell’ultimo episodio, una procace contadina minorenne, arrivata in città dalla campagna, si concede a turno a un gruppo di stimati professionisti, trascinati in tribunale dal padre della ragazza, poi messo a tacere a suon di milioni. Dopo avere preso di mira le leggi dell’omertà, il delitto d’onore e l’anacronistica sopravvivenza del matrimonio riparatore con i film In nome della legge, Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, Germi, girando Signore e Signori, si lascia alle spalle la Sicilia più arcaica e arretrata.

E così, battendo e investigando ancora la provincia italiana e i suoi cliché, piegati abilmente e con intelligenza a strumenti di conoscenza di aspetti reali, inerenti a problematiche (contraddizioni) civili e sociali, Germi ci offre un ritratto impietoso del Veneto più opulento con i suoi personaggi falsamente perbene, intenti a salvare la faccia, gli affari, il conto in banca, che non si fanno scrupolo di degradare il cattolicesimo a pratica esteriore. Negli anni in cui la congiuntura economica comincia a farsi sentire e a mordere, Germi, posando il suo sguardo sul vuoto che si nasconde dietro l’euforia del boom, ne smaschera con acutezza i risvolti affaristici, amorali, cialtroneschi, cinici. Disegna l’affresco di un Paese dove gli scandali e le ingiustizie non riescono ad emergere, occultati come sono dagli interessi dei privilegiati, dal potere politico, dalla stampa che non fa il proprio dovere, mentre il disinteresse per l’onestà e la verità si tocca con mano. Attraversato da una modernizzazione troppo contraddittoria per essere autentica.

Lorenzo Catania

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