lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Con Fiorello in Tv la storia
di Roberto Mancini,
eroe nella terra dei fuochi
Pubblicato il 19-02-2016


Beppe Fiorello alias Roberto ManciniUna vittima del dovere. Roberto Mancini è stato vice-commissario di polizia, morto perché indagò su un traffico di rifiuti radioattivi in Campania e si ammalò gravemente del linfoma di non-Hodgkin, come molte altre persone nella cosiddetta “Terra dei fuochi”.
Non seppe rimanere indifferente di fronte a “un affare enorme”, una vera e propria “emergenza sanitaria”, derivante dallo smaltimento illecito di rifiuti altamente tossici, che avveniva in assoluta libertà da qualsiasi forma di controllo; le regole esistenti non venivano rispettate perché amministratori, istituzioni e potenti politici conniventi facevano finta di non vedere o sapere; anzi, bolle falsificate all’origine, permettevano di evadere i controlli appunto sin da subito. Si risolveva tutto con semplici e facili “caffè al bar”, che altro non erano che mazzette date sottobanco, sempre più salate, chiamate così in codice (il linguaggio con cui comunicava la malavita organizzata), vera forma di ricatto e di dominazione. Se non bastava ciò a soggiogare, l’egemonia di questa terra avveniva tramite l’intimidazione, facendo sentire forte il pericolo di rischiare la vita perché, chi “tradiva”, poteva tranquillamente essere colpito e messo a tacere per sempre, venendo ucciso, sparato alle spalle da colpi di pistola a freddo, in pieno giorno. E un testimone di giustizia altro non era che “un morto che cammina”, perché la gente del posto pensa che “La giustizia non è di questo mondo” e l’unica speranza la ripone nella fede e nella religione.

Copertina libro Io morto per dovereTutto questo è stato raccontato dalla fiction “Io non mi arrendo”, per la regia di Enzo Monteleone, andata in onda su Rai Uno. Ispirata alla storia vera di Roberto Mancini appunto, è interpretata straordinariamente, con tensione e reale immedesimazione, da Beppe Fiorello, nei panni del poliziotto Marco Giordano. Forti le sensazioni provate dall’attore, come ha raccontato: commozione e rabbia; un sentimento di partecipazione emotiva per la vicenda personale di questo uomo, che andò avanti con coraggio ed ostinazione nonostante tutto e tutti; tenerezza per la sua storia privata di padre e marito, che lottò e resistette appunto per la moglie e la figlia; ma che dovette anche lottare contro la sua malattia, sebbene l’unica cosa che veramente gli interessasse fosse portare sino in fondo le indagini. In questo una sorta di Erin Brockovich al maschile. Ad accomunarli il motto assegnato al film interpretato dal premio Oscar Julia Roberts: forte come la verità. Perché, in fondo, verità e giustizia era quello che ricercavano entrambi. “A costo della vita”, come titolò lo speciale “Porta a porta” dedicato alla fiction con Beppe Fiorello. L’attore ha voluto evidenziare come lo scopo della stessa sia “accendere una luce su questo problema”. Chiede vendetta e riscatto tutta la gente delle “Terre dei Fuochi”, dove il rischio di ammalarsi di cancro è molto più alto che altrove; a renderlo noto è stata Loredana Musmeci, dell’Istituto Superiore Sanità: la percentuale, rispetto alla media nazionale, è del +7% per le donne e del +9% per gli uomini.

Eppure spesso questi dati non sono sufficienti a sovvertire lo stato dei fatti, “perché –ha sottolineato Beppe Fiorello- c‘è un’altra malattia di cui la mafia si nutre: l’omertà. Al primo sospetto occorre parlare e denunciare; questo è il mio appello”. Si vanno ad intaccare troppi interessi pericolosi. Si tratta di “affari loschi e perversi”, di un giro di miliardi che si incassano per far scaricare scorie radioattive; tonnellate di rifiuti che ogni anno producono sempre di più, più della droga, con più di 200 camion per tutta l’Italia ad alimentare discariche abusive e questi traffici illeciti, che vennero alla luce tra gli anni ’80 e ’90 in particolare, soprattutto dopo che questi rifiuti saranno bruciati liberando nell’aria diossina letale per i polmoni e per la salute in genere di chi vive a soli 250 metri di distanza e deve chiudere finestre per non respirarla; fumi neri si sollevano al cielo, come quelle prima dell’elezione di un Papa, in attesa della fumata bianca: quasi terre senza Dio o figlie di un Dio minore, dove regnano fumate nere orribili. Come ogni guerra ha le sue vittime, questa ha come capri espiatori spesso angeli, creature senza colpe, bimbi che muoiono prematuramente. Tanti “Vincenzino Abate” della fiction. “Una strage degli innocenti, che non deve più accadere”. Tutto questo ha provocato un moto di ribellione, una voglia di riscatto, nelle mamme di questi piccoli esseri umani che le hanno lasciate troppo presto. In loro ha creato un’evoluzione dal dolore al voler capire quello che accadeva intorno a loro.

Anche per loro è voluto andare avanti Roberto Mancini, alias Marco Giordano nella fiction. Credeva “di poter fare qualcosa di giusto e utile”. Non si è fermato neppure quando non gli concessero ruspe per scavare o ricevette le prime insistenti telefonate intimidatorie. Voleva dare dignità e rispetto a questa gente costretta a vivere nel silenzio per sopravvivere, laddove non c’era più speranza né futuro per i giovani e dove la giustizia sembrava latitare, tanto che i magistrati che seguirono la sua indagine più volte vennero destituiti e allontanati, mandati in altri tribunali. Neppure le denigrazioni di chi lo derideva aspramente lo scalfirono, consapevole che, come ripeteva: “Io non ho paura perché ho accettato l’ipotesi di morire”, come in effetti accadrà e come sarà anche per i colleghi che con lui collaborarono strettamente e fedelmente. Autoironico, sdrammatizzava persino il suo cancro, testardo, ostinato, orgoglioso, ma anche profondamente umano. La fiction si conclude con le immagini del giorno del suo funerale il 3 maggio del 2014, con le parole e le testimonianze della moglie Monika e della figlia Martina (che ha deciso di seguire l’esempio del padre): “L’unica sua debolezza è stata la sua malattia”, ha affermato quest’ultima. “Non smettete di continuare a combattere la sua battaglia. Per non dimenticare”, ha aggiunto la moglie; perché non rimanga una vittima sacrificale (inutilmente) del dovere e del senso di giustizia. Una lotta portata avanti per 15 anni e che ha stroncato la sua vita a soli 53 anni.

Barbara Conti

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