domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Corte dei Conti: la spending review ha tagliato i servizi
Pubblicato il 18-02-2016


Raffaele Squitieri Corte dei Conti

Raffaele Squitieri presidente Corte dei Conti

All’inaugurazione dell’anno giudiziario Raffele Squitieri, presidente della Corte dei Conti, ha fatto un bilancio poco lusinghiero dell’attività del Governo rimarcando che la spending review è un “parziale insuccesso” anche per la poca conoscenza delle diverse categorie di spesa, e ha posto “solo sullo sfondo il tema essenziale dell’interrelazione con la qualità dei servizi”. In parole povere il risparmio per il bilancio pubblico non è derivato solo da più efficienza e razionalizzazione della spesa quanto “da operazioni assai meno mirate di contrazione, se non di soppressione, di prestazioni rese alla collettività”, cioè, tradotto in italiano, in un taglio dei servizi.
“In un quadro prospettico di finanza pubblica che impone ancora di trovare spazi per correzioni non marginali della spesa, anche allo scopo di consentire di affrontare la questione complessa del carico fiscale” nei prossimi anni “i margini di risparmio dal lato delle spese potrebbero rivelarsi limitati”.
“Le illegalità – ha detto ancora Squitieri – trovano nella complessità e nella moltiplicazione delle leggi spazi più fertili per fare presa, piuttosto che presidi od ostacoli al loro diffondersi”. “L’efficiente funzionamento – ha aggiunto – della macchina della giustizia, quale strumento principe di contrasto all’illegalità, costituisce un elemento decisivo per contribuire allo sviluppo e alla crescita del Paese”. Infine – in cauda venenum – “i margini di flessibilità acquisiti in sede europea sono interamente utilizzati nella manovra di finanza pubblica per il 2016” e “in tal modo si mantiene il profilo discendente del deficit nei conti pubblici che, tuttavia, assume una cadenza più rallentata”.


Tagliata la spesa? No, i servizi
di Antonio Maglie

Il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, inaugura l’anno giudiziario e spiega a una variegata platea di ministri quello che i cittadini sanno già vivendolo, quotidianamente, sulla propria pelle: la spending review, traduzione linguisticamente più esotica ma non per questo più ricca di virtù, di revisione della spesa, è stata sino ad ora sostanzialmente una “bufala” (“un parziale insuccesso” ha detto eccedendo forse in carineria diplomatica), con buona pace dei numerosi uffici-stampa disseminati tra Palazzo Chigi e le varie sedi ministeriali, che si sono impegnati nel tempo a presentare la cosa come l’uovo di Colombo che ci avrebbe dato di più facendo spendere meno allo Stato. Non è andata esattamente così. Lo dice Squitieri, con parole chiare e per nulla contaminate dal consueto barocchismo giuridico: la famosa revisione va letta come “contrazione, se non soppressione, di prestazioni rese alla collettività”. La sostanza, se vogliamo, è semplice: il conto lo paghiamo noi, cioè quei cittadini che adempiono fedelmente agli obblighi fiscali e che dopo aver versato il dovuto alle casse dello Stato nella speranza che qualcosa ritorni sotto forma di servizi, si vedono al contrario beffati con trasporti che funzionano sempre peggio, ospedali ridotti in condizioni sempre più precarie, scuole che perdono intonaci, docenti e, pian piano, anche studenti.
Tito Boeri ha fatto sapere che sulle pensioni di reversibilità non c’è nessuna proposta. E questo ci rassicura: perché le proposte che normalmente arrivano, tanto da Boeri quanto dal Governo, contengono normalmente pessime notizie. Alcune fonti governative, quando la storia delle pensioni di reversibilità è venuta a galla, si sono affrettate a sottolineare che non si voleva togliere nulla, ma al contrario dare qualcosa in più a chi aveva meno. Le parole di Squitieri inducono a diffidare. Soprattutto inducono a qualche amara considerazione. Per anni si è discusso in questo paese della congruità tra prestazioni pensionistiche e contribuzioni, di allungamento dell’ età pensionabile anche per adeguarla alla vita media. Ma l’analisi del presidente della Corte dei Conti deve obbligarci a meditare sulla congruità delle “prestazioni rese alla collettività” dalle varie articolazioni istituzionali della Repubblica (Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane, Comunità Montane, Comuni) in rapporto alle imposte versate dai cittadini. In un paese ad ampia evasione fiscale, pagano solo coloro che adempiono agli obblighi tributari. E pagano doppiamente: prima con l’Irpef e poi col taglio dei servizi. Gli altri, non solo non pagano con l’Irpef (o l’Iva), ma poi se ne strafregano della “contrazione” e/o “soppressione” dei servizi perché o ne usufruiscono comunque in quanto ufficialmente “nulla-tenenti” o si rivolgono al privato in quanto “troppo-tenenti” (non fanno code, non si sottopongono ad attese e delle scuole che crollano se ne infischiano perché mandano i propri figli in qualche scintillante istituto privato, semmai religiosissimo).
Il fatto è che in questi anni lo Stato è progressivamente venuto meno ai suoi compiti, schiacciandosi sempre di più su una attività di tipo ragionieristico in cui era prevista una sola operazione: la sottrazione. Le istituzioni sempre più “leggere” hanno impoverito chi riempie regolarmente le casse dell’Agenzia delle Entrate e arricchito chi, al contrario, alimenta regolarmente il flusso di capitali che va a sistemarsi comodamente al sole dei paradisi fiscali. E così peggiorano i servizi e scarseggiano quegli investimenti pubblici che rappresentano “la condizione per ottenere adeguati livelli di crescita”.

Antonio Maglie
dal blog della Fondazione Nenni

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