venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dalla democrazia diretta,
alla tirannia in diretta
Pubblicato il 09-02-2016


Dalla democrazia diretta, alla tirannia in diretta. È la parabola del Movimento 5 Stelle, il partito (perché di questo si tratta e non di altro) guidato da un comico che con la politica ha lucidato una “stella” che nel mondo dello spettacolo brillava sempre meno, e un improbabile Cagliostro, sconosciuto ai più e che sino a qualche anno fa annunciava una società Gaia dai caratteri a dir poco claustrofobici. Gianroberto Casaleggio disse che si trattava solo di uno scherzo, ma a leggere le linee-guida preparate dall’ideologo del cosiddetto Movimento per le elezioni romane si ha l’impressione che scherzando scherzando l’autore sia giunto a crederci sempre un po’ di più. In Italia purtroppo la politica è stata bandita alcuni decenni fa. Il suo posto è stato preso da improvvisati “apprendisti stregoni” estremamente abili a manovrare i nuovi media conoscendone alla perfezione le grandi qualità manipolatorie. Lo ha spiegato uno studioso come Evgeny Morozov: “Molte piattaforme online usate per l’impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l’illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica”.
Al mondo pentastellato (elettoralmente parlando) si sono avvicinati molti giovani, generosi e giustamente inquieti ai quali Casaleggio e Beppe Grillo consegnano soprattutto la possibilità di urlare la propria rabbia (il VaffaDay è ancora oggi il segno qualificante di questa organizzazione politica), mantenendo, al contempo, saldamente nelle proprie mani lo scettro del comando. Il grande attivatore di consensi è stato il mito della democrazia diretta realizzabile con un clic.
La politica, però, non è una tastiera ma confronto tra persone in carne e ossa; la politica è fatta di idee, di proposte, di “visioni”, possibilmente non come quelle sintetizzate nel mondo, fortunatamente onirico, di Gaia. I due offrivano apparentemente un prospetiva nuova e sconosciuta in cui “uno vale uno”. Tutto molto bello. Ma irrealizzabile se è vero, come è vero, che la democrazia diretta furbescamente evocata dai due ha avuto rarissime realizzazioni: Atene (ma la politica e la partecipazione riguardavano un circolo ristrettissimo di persone), la Comune di Parigi (durata pochissimo). Al massimo si conoscono Stati in cui le forme della democrazia rappresentativa sono state irrobustite con la valorizzazione e l’utilizzazione costante di strumenti della democrazia diretta (la Svizzera attraverso i referendum).
Lo stesso rifiuto della definizione di partito a vantaggio di quella di Movimento, finisce per essere un imbroglio. L’organizzazione di Grillo e Casaleggio non hanno nulla dei veri movimenti che, al contrario di quanto avvenuto con il M5s, nascono dal basso, si esaltano nell’autonoma scelta dei leader, normalmente restano ai lati delle istituzioni non vi entrano con robuste pattuglie di deputati, senatori, consiglieri regionali e comunali, il simbolo o i simboli sono di tutti non di un proprietario.
Quel triste documento partorito da Casaleggio per la scelta dei candidati alle elezioni romane è la negazione non della democrazia rappresentativa, ma di qualsiasi forma di democrazia. Con la libertà di pensiero sottoposta a vero e proprio taglieggiamento economico (chi osa dissentire deve pagare una multa di 150 mila euro); il prossimo sindaco ridotto a un “fantoccio”: potrà ricoprire le buche delle strade, ma non promuovere l’adozione di un piano regolatore se prima la proposta non viene sottoposta al vaglio e all’approvazione dell’ufficio legale dei “proprietari” del partito; giusto combattere clientelismo e familismo, ma molto meno giusto appare l’assoluto controllo sulla scelta dei collaboratori.
A Grillo e Casaleggio sfugge che la sovranità popolare è dei cittadini che l’esercitano attraverso il voto e gli eletti devono rendere conto a loro, non a due “padroni delle ferriere”. Il principio che i “rappresentanti” debbono assolvere al loro compito senza vincolo di mandato è comune a tutte le costituzioni seriamente democratiche perché quella è l’unica maniera (per quanto imperfetta) per evitare il condizionamento di lobby, padroni e padrini. Poi se quella libertà verrà usata male, toccherà al cittadino-elettore nel segreto dell’urna infliggere la “sanzione” negando al parlamentare o al consigliere la rielezione.
Una opinione pubblica delusa e disillusa dalla politica ha accolto con piacere l’idea che destra e sinistra non esistano più, che si possa essere trasversali raccattando voti di qui e di là attraverso soluzioni asettiche, totalmente priva di colore e di calore, smacchiate con la candeggina. Ma se la politica è fatta di idee e di proposte, allora è evidente che non tutte le idee e le proposte sono dello stesso segno essendo normalmente il prolungamento di una cultura, di una sensibilità, di un bagaglio di valori etici.
Tutti siamo convinti che la questioni dei migranti vada governata. Ma come? Con le ruspe di Matteo Salvini e i respingimenti di Roberto Maroni o le chiusure di Beppe Grillo? O cercando da un lato di valorizzare gli aspetti positivi delle migrazioni (a livello demografico, visto che abbiamo avuto nel 2014 più morti che nati, possono essere per noi un’occasione, anche di crescita economica) e dall’altro promuovendo civili processi di integrazione? A livello economico, c’è chi ritiene che l’iper-liberismo vada benissimo e altri che immaginano una società capace di redistribuire la ricchezza semmai combattendo elusione ed evasione fiscale (temi che non suscitano particolari attenzioni fra i due “proprietari” del partito pentastellato) che non fanno altro che accentuare le diseguaglianze polarizzando redditi e patrimoni (l’ultimo rapporto Oxfam ha denunciato che esiste una rete globale di paradisi fiscali che consente l’occultamento di 7.600 miliardi di dollari). I diritti civili sono o non sono una ricchezza per la società? Sono o non sono il segno distintivo di un Paese evoluto, non semplicemente moderno, ma rispettoso di tutti senza essere succube di qualcuno?
E anche da quest’ultimo punto di vista si fatica a comprendere quale sia la connotazione del M5s, soprattutto dopo le ultime retromarce di Grillo sulle unioni civili, secondo alcune interpretazioni anche favorite da sondaggi che attribuiscono a quel partito simpatie sempre più ampie nell’elettorato di destra. Questa “trasversalità” è opportunismo (vizio della vecchia politica che si dichiara di voler combattere) e le proposte finiscono per essere immerse in una nebbia che non consente di distinguere i contorni delle cose. Soprattutto si costruiscono le condizioni per un vero e proprio voto di scambio che annulla quello di opinione: si cerca il consenso semplicemente inseguendo le richieste dei vari pezzi di elettorato, offrendo l’illusione di una loro soddisfazione, non promuovendo una idea coerente di società perché le idee coerenti obbligano alle scelte di campo, le scelte di campo ovviamente comportano distinzioni. E così viene meno l’inganno del “non esiste destra e sinistra”, del “tutti insieme più o meno appassionatamente” senza sapere dove si va e perché si va. Ma è evidente che di tutto questo Grillo e Casaleggio non hanno bisogno: tanto alla fine toccherà a loro, menti estremamente illuminate, decidere se un piano regolatore va fatto o non va fatto. Non sembra che tutto ciò abbia qualcosa a che fare con la democrazia.
Antonio Maglie
dal blog della Fondazione Nenni

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