venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Disuguaglianze distributive
e infelicità sociale
Pubblicato il 05-02-2016


Nel libro “La misura dell’anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici”, Richard Wilkinson e Kate Pickett, entrambi epidemiologici, ma dotati di una robusta cultura economica e antropologica, presentano i risultati di un lunghissimo lavoro di ricerca, corredato di estese verifiche sul campo; con i risultati acquisiti, essi intendono, innanzitutto, fare comprendere “le cause delle grandi disparità di speranza di vita – le cosiddette ‘disuguaglianze di salute’ – tra gli individui a diversi livelli di gerarchia sociale nelle società moderne”; ma vogliono anche fare capire perché “le condizioni di salute peggiorano via via che si scende lungo la scala sociale”, per cui i poveri sono meno sani degli individui di classe media, i quali, a loro volta sono meno sani delle persone ricche. Che le disparità economiche esercitino influenze negative sulle società, anche se bene organizzate, è un dato intuitivamente acquisito; ma nulla sinora era stato detto riguardo al fatto che per le società ricche ed opulente, contraddistinte da profondi livelli di disuguaglianza, è possibile ora misurare gli effetti sullo stato di salute e sul livello di felicità del corpo sociale, sia pure in presenza di molte difficoltà. Ciò perché nelle scienze naturali i dibattiti avvengono tra esperti, con esclusione dell’opinione pubblica, la quale, pur non avendo ad esempio proprie opinioni sulle diverse teorie della fisica, ha però propri punti di vista sul come funzionano le società, considerato che gli effetti negativi delle disuguaglianze si “scaricano” sulla pelle degli uomini.

Le società moderne – affermano Wilkinson e Pickett – presentano uno ingiustificabile paradosso: pur avendo esse raggiunto un alto livello scientifico, tecnico e materiale, una parte considerevole dei loro cittadini sono ansiosi e depressi, spinti a consumare in continuazione e privi di una vita di comunità, quale il livello di benessere dovrebbe consentire. Nei paesi ricchi, il “contrasto tra successo materiale e insuccesso sociale” indica ormai che per “innalzare ulteriormente la qualità della vita, occorre spostare l’attenzione dal tenore di vita materiale e dalla crescita economica alla maniera di migliorare il benessere psicologico e sociale di intere collettività”. Oggi, sulla base delle informazioni di cui si dispone, è possibile costruire un “quadro organico e coerente” dei possibili rimedi ai quali ricorrere “per liberare la società dalla morsa di tanti comportamenti disfunzionali”.

La crescita economica, il grande motore che a lungo ha sorretto il progresso dei paesi ricchi, è giunta al “capolinea”. Gli indicatori del benessere e della felicità hanno cessato di crescere di pari passo con il reddito nazionale; al contrario, all’aumento della ricchezza materiale, le società ricche hanno visto aumentare i disagi individuali e sociali dei loro componenti, giungendo così al termine di un lungo percorso storico. Le informazioni fornite dalle molte ricerche sul campo dimostrano, inconfutabilmente che, via via che i paesi diventano ricchi, gli ulteriori miglioramenti del tenore di vita hanno, per esempio, un’influenza sempre minore sulle condizioni di salute della popolazione; la qualità complessiva della vita, però, dipende anche da altri fattori, per cui, oltre alla salute, anche la relazione tra felicità e crescita economica si affievolisce all’aumentare del reddito.

Ciò significa che, presto o tardi, con la crescita economica, i paesi raggiungono un livello di opulenza tale da determinare rendimenti decrescenti, nel senso che, superata una certa soglia di reddito, ulteriori incrementi di questo si coniugano con quantità sempre minori di salute, benessere e felicità. Inoltre, mentre si esauriscono i benefici reali a livello individuale e sociale, insorgono anche problemi ambientali, i quali, già di per sé, rendono problematica la capacità degli attuali paesi opulenti di sostenere gli alti livelli di produzione di consumo. Ancora, secondo gli autori, ricorre pure un altro fenomeno, consistente nel fatto che al successo materiale non corrisponde, a causa delle disuguaglianze, un successo sul piano sociale; nel corso delle loro ricerche, Wilkinson e Pickett hanno scoperto che quasi tutti i mali che colpiscono le fasce sociali più povere, “si riscontrano più comunemente nelle società meno inclini all’uguaglianza”.

La persistenza di una crescente disuguaglianza sociale all’interno dei paesi ricchi interagisce con la crescente disuguaglianza nella distribuzione interindividuale del reddito; fatto, questo, che causa il formarsi di una struttura gerarchica della società. Ciò diventa indicativo, oltre che delle influenze negative sul livello della salute, del benessere e della felicità, anche come causa delle differenze di status sociale, che hanno un peso rilevante nella determinazione di quelle di natura culturale e di classe, destinate ad originare gli specifici livelli individuali di disagio. L’esperienza dei paesi ricchi è destinata a replicarsi anche nei paesi poveri; per questi ultimi, l’aumento del tenore di vita materiale è all’origine, sia delle misure oggettive del loro benessere, come la speranza di vita, sia di quelle soggettive, come la felicità. Ma appena un paese povero raggiunge gli standard di reddito propri dei paesi ricchi, gli ulteriori aumenti di reddito diventano via via ininfluenti sulle condizioni di vita della sua popolazione.

Come è possibile ridurre le disparità economiche esistenti nelle attuali società ricche, oppure impedire che esse si formino nelle società meno ricche, onde evitare i disagi connessi al continuo miglioramento del reddito? Secondo Wilkinson e Pickett, sarà necessario attuare una vera e propria trasformazione del vivere insieme: “una trasformazione che non sarà certo agevolata dal ricorso a metodi violenti, ma che difficilmente potrà essere conseguita arrabattandosi con metodi politici di minore entità”. A tal fine, occorrerà la nascita di un forte movimento sociale, dotato di una chiara visone di come realizzare l’uguaglianza, attraverso i cambiamenti economici e sociali necessari.

In passato, quando i dibattiti sull’uguaglianza avevano come punto di riferimento la rimozione delle privazioni dei poveri, per attenuare le disparità occorreva convincere i privilegiati, “con le cattive o con le buone”, ad adottare un atteggiamento altruistico verso i meno abbienti; oggi non è più così, in quanto la riduzione delle disparità reddituali è solo il primo passo verso una società in grado di migliorare la qualità della vita di tutti, poveri e ricchi.

Un passo essenziale per migliorare le condizioni di vita nelle società avanzate sarà quello di fare comprendere all’opinione pubblica la gravità della situazione attuale. In particolare, si dovrà fare capire che i ricchi non sono la “rara e preziosa espressione di una razza superiore di individui, dai quali dipende la vita di tutti”; piuttosto si dovrà invece riconoscere che il loro libero agire, in assenza di un maggior controllo sociale sulle loro decisioni, produce effetti dannosi sul piano sociale.

Se si riuscirà a superare la sensazione che non vi siano alternative all’insuccesso ambientale e sociale dei sistemi capitalisticamente avanzati, oggi le migliori informazioni delle quali si dispone consentono di poter pensare agli antidoti per quelle conseguenze, come, ad esempio, tenere a freno il consumismo o introdurre provvedimenti utili a fronteggiare il deterioramento ambientale, in grado di scongiurare conseguenze negative della crescita continua. La necessaria volontà della società politica, concludono Wilkinson e Pickett, potrà trarre un utile supporto dalla consapevolezza che sulle generazioni attuali incombe la necessità di produrre una delle “maggiori trasformazioni della storia dell’uomo”; ciò, in considerazione del fatto che la crescita economica non è più in grado di contribuire al miglioramento della qualità della vita e che le condizioni di sopravvivenza delle generazioni future risiedono nel miglioramento dell’ambiente sociale e nella conservazione di quello naturale, di cui le generazioni attuali godono: l’uguaglianza distributiva costituisce la precondizione su cui costruire relazioni sociali compatibili con la progettazione e l’attuazione di provvedimenti, utili a consentire di porre un limite all’ulteriore deterioramento del livello del benessere e della felicità, che da tempo sta minando la capacità di tenuta della coesione sociale dei moderni sistemi avanzati.

Gianfranco Sabattini

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