giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Due domande legittime
sulle Olimpiadi
Pubblicato il 10-02-2016


i radicali, romani e nazionali, rappresentati dal consigliere comunale e segretario del partito Riccardo Magi e da Emma Bonino, hanno presentato in questi giorni una proposta di referendum consultivo per consentire agli interessati di pronunciarsi sulla opportunità di tenere o meno le olimpiadi nella loro città. Proposta ripresa poi, con iniziative inizialmente separate ma poi confluite in un unico filone, dalle forze della sinistra di opposizione; e, in particolare da Stefano Fassina.

Sulle procedure e i tempi dell’operazione avremo tutti modo di essere informati nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Mi limito allora qui a sottolineare tutti i motivi che dovrebbero portare un cittadino romano a sostenerla.

Alcuni sono di carattere generale. E sono stati esposti in modo esauriente nel dossier presentato dai radicali. Diciamo che tutte le Olimpiadi svolte sinora: a) sono costate molto ma molto di più di quanto inizialmente preventivato (con la sola eccezione di quella di Pechino); b) si sono tradotte in perdite pesanti per lo Stato che le aveva organizzate (con la sola eccezione di quelle di Atlanta ma perché totalmente gestite da privati…). Mentre i loro benefici per la popolazione interessata sono stati tutto sommato limitati in termini sia di flusso turistico (per la netta caduta di quello ordinario) che di utilizzo successivo degli impianti (molti dei quali, e ne sappiamo qualcosa qui a Roma, appartengono alla specie “cattedrali nel deserto”).

Altri, invece, riguardano Roma. Il modo con cui è stata governata sino ad oggi. E, in particolare, il rapporto diventato sempre più perverso tra il Potere e il Popolo.

La Grande opera, anzi le Grandi opere sono, infatti, il luogo deputato di questo rapporto. Come produttori di miti che impediscono, pregiudizialmente, la visione della realtà. Siamo al caval donato cui non si può né si deve guardare in bocca. Perché è l’occasione per mostrare al mondo quanto siamo belli e quanto siamo bravi; e come Roma meriti di essere grande capitale di un grande Paese. Perché, grazie alle Olimpiadi, Roma sarà al centro delle attenzioni del governo. Perché le Olimpiadi sono l’ennesimo soccorso esterno che significa soldi pubblici, “rilancio dell’edilizia volano dell’economia”e via discorrendo. E perché, in definitiva, l’Evento è una Grande occasione. E le grandi occasioni si colgono al volo; ergo si accettano senza discutere.

Ora, è proprio questo l’obbiettivo del referendum: consentire ai romani di discutere; e, conseguentemente, di esprimere un parere. Anche, anzi soprattutto, se è, come nel caso, puramente consultivo. Rivendicando, così, un diritto che viene negato in linea di principio e, soprattutto, in linea di fatto.

A ben vedere, un fatto singolare. Singolare che i romani abbiano la facoltà di dire direttamente la loro a proposito di un parcheggio, di un mercato, di un progetto di lottizzazione o dell’ubicazione di un campo rom; mentre vengono accuratamente tenuti all’oscuro rispetto alle grandi scelte e ai grandi problemi dell’amministrazione: che si tratti della linea ‘C’ o del nuovo stadio, della situazione delle aziende pubbliche o della crisi del bilancio comunale. A partire dal fatto che, su questi temi, si stende il velo di una voluta opacità. Niente dibattiti approfonditi in consiglio comunale, silenzio, ai limiti dell’omertà, da parte della stampa. Omertà politica ben s’intende.

Niente di penalmente rilevante. Semplicemente il bisogno di tenere i cittadini fuori dal cerchio magico dove si costruiscono e si cementano i rapporti tra affari e politica, o, più esattamente, dove gli affaristi dettano ai politici il calendario delle cose che devono essere fatte. Non abbiamo di fronte a noi protagonisti inafferrabili e perciò onnipotenti: sono palazzinari/affaristi che piazzano case che non si riescono a vendere, metropolitane che non si riescono a completare, Fiere di Roma che sprofondano nella sabbia, stadi che non si riescono a utilizzare. Sono i Malagò e i Montezemolo, i Caltagirone e gli Scarpellini, i rappresentanti, questa volta sì, di una casta che, indossando il Tricolore, ci propone un pacchetto accuratamente sigillato, in nome dell’Italia.

Con il referendum, ci si propone semplicemente di aprirlo. È chiedere troppo?

Alberto Benzoni

Le Olimpiadi a Roma nel web

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