martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il nostro tallone di Achille
Pubblicato il 26-02-2016


Gli attacchi del nostro Presidente del Consiglio alla politica economica europea si sono fortunatamente ammorbiditi almeno nel linguaggio e nei toni. Il nostro, che di cose religiose dovrebbe intendersi, non dovrebbe mai dimenticare il detto dei Gesuiti: suaviter in modo, fortiter in re (dolce nei modi, duro nella sostanza).
Tuttavia la contrapposizione sulla politica economica tra le richieste italiane e gli orientamenti del nucleo di comando dell’Unità Europea resta piuttosto netta. L’Italia nel documento Padoan di qualche giorno fa chiede in sostanza che si allenti la stretta sui bilanci in presenza di una persistente bassa crescita dell’Europa e venga quindi ridiscusso il fiscal compact per attenuarne l’eccesiva rigidità. Inoltre nel documento si chiede il ricorso agli eurobond per finanziare gli investimenti e si insiste sul completamento dell’unione bancaria mediante la creazione di un fondo comune per la protezione dei risparmi. Nel documento non mancano anche proposte di rilancio e di rafforzamento dell’Unione come la creazione un fondo comune per la disoccupazione e addirittura un ministro delle finanze europeo che coordinerebbe la formazione dei bilanci al fine di evitare disavanzi eccessivi, ma anche surplus eccessivi nei conti esterni (v.Germania e Olanda).
Un documento ben costruito, meritevole di essere esaminato con attenzione e rispetto, ma anche convincente e degno di essere concretamente attuato se non fosse… se non fosse che i nostri conti pubblici sono considerati deludenti e rischiosi per tutta la comunità. Quindi niente condivisione dei rischi per gli eurobond, niente fondo comune per la protezione dei risparmi (perché le nostre banche hanno i portafogli pieni di “pericolosi” titoli di debito pubblico italiano),niente rilanci verso una più forte unità prima di tappare i buchi della finanza pubblica, a meno che questi rilanci non garantiscano un controllo più serrato sulla formazione degli squilibri finanziari. Ma non basta.
Le critiche si estendono alla politica economica nel suo complesso ed è facile prevedere che accanto a qualche riconoscimento ci rimprovereranno la bassa produttività e la scarsa crescita. Tutto appare un po’ esagerato, ma dobbiamo prendere atto che nei nostri riguardi esiste un forte deficit di fiducia, una grande diffidenza sulla nostra determinazione a combattere il debito, a tenere la barra dritta per l’uscita graduale e definitiva dalla condizione fragile e rischiosa cui ci collocano i giudizi delle società di” rating”.
Vero è che i nostri conti sono migliori dei giudizi che ci vengono attribuiti se teniamo conto del notevole risparmio delle famiglie, della qualità della nostra industria, dell’avanzo della bilancia commerciale. Tuttavia, la lunga memoria degli osservatori è segnata dalla nostra ricorrente instabilità politica e da misure contraddittorie di politica economica a cui non si sottrae nemmeno il Governo Renzi, nonostante una coraggiosa politica di riforme (gli 80 euro, i vari bonus, la eliminazione della tassa sulla prime casa).
Questa antica sfiducia ispira ancora i report delle società di rating che influenza l’opinione pubblica internazionale con esiti deleteri sugli investimenti e comunque sulle iniziative economiche. I nostri rating sono appena sopra quelli dati a titoli spazzatura. S&P e Fitch ci danno BBB─, vale a dire il decimo livello, così pure Moody’s. (Qualcuno potrebbe dire: ‘aridatece Craxi’ che chiamò il Paese a politiche molto rigorose e lo portò al primo livello, ossia alla tripla A, livello che non abbiamo mai più ottenuto).

La nostra materia prima da recuperare è fatta di fiducia, affidabilità e stabilità. Questo governo si è messo su questa strada, ma ha spesso sgarrato. Il fardello del nostro debito, vero tallone di Achille cui fanno capo tutte le nostre difficoltà nei rapporti con l’Europa, non ammette nessuna deviazione dalla politica di crescita e occupazione, esclude ogni riduzione di imposta che non sia sui fattori della produzione (imprese e lavoro), nessuna concessione a elargizioni elettoralistiche e falsamente buoniste, nella convinzione che la migliore politica sociale è quella della crescita, che l’unica spesa aggiuntiva è quella degli investimenti, i quali possono prescindere dai vincoli del fiscal compact perché si ripagano da soli e spingendo la crescita, abbassano il disavanzo e il debito in rapporto al PIL.

Nicola Scalzini

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Commenti all'articolo
  1. Forse arriverà il giorno in cui non saremo i soli a riconoscere che Craxi “chiamò il Paese a politiche molto rigorose e lo portò al primo livello, ossia alla tripla A, livello che non abbiamo mai più ottenuto”, ed è per questo che dovremmo a mio avviso tenerci care le radici che ci legano a quel nostro passato, senza il timore che ciò possa in qualche modo frenarci e impedirci di guardare avanti.

    Paolo B. 27.02.2016

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