venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Francesco Ghezzi,
vittima dello stalinismo
Pubblicato il 24-02-2016


Lager1La rivoluzione russa del 1917 e la costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1922) suscitano ampi consensi e diffuse speranze nella Sinistra italiana. Comunisti, socialisti e anarchici collegano quell’evento rivoluzionario a un processo di mutamento sociale e di pace. La popolarità di Lenin come personificazione dell’ideale socialista comincia con gli articoli pubblicati sull’«Avanti!» – famoso è quello di Giacinto Menotti Serrati pubblicato il 20 agosto 1917 con il titolo «viva Lenin!» – e prosegue negli anni successivi fino alla morte avventuta il 21 gennaio 1924. L’evento-rivoluzione e la personalità del suo leader suscitano un grande fascino tra i militanti, che impongono il nome di Lenìn (con l’accento sull’ultima sillaba) a molti bambini nati in quegli anni per un tributo onorifico al capo bolscevico, che incarna ogni sorta di virtù salvifica come protagonista di una nuova società.

Le denunce di alcuni socialisti (Emilio Colombino, Ludovico D’Aragona, Vincenzo Vacirca), i primi a comprendere la natura repressiva del bolscevismo, non attenuano il fascino della rivoluzione russa sui militanti della Sinistra italiana, che per sfuggire alle angherie di Mussolini si rifugiano in Unione Sovietica: è il caso di Francesco Ghezzi (4 ottobre 1893-3 agosto 1942), che approda nel cosiddetto Paese del «socialismo realizzato» dopo varie peregrinazioni in vari paesi europei. La sua illusione di trovare una società migliore si trasforma in un’esperienza dolorosa a contatto con una realtà oppressiva, rivelatasi la più ingiusta e disumana possibile. Di questa esperienza si fa ora portavoce Carlo Ghezzi, che ripercorre la sua vicenda umana e politica in un libro intitolato Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia. Dalla Milano del teatro Diana al lager in Siberia (Zero in condotta edizioni). L’autore, partecipe a questa vicenda per un vincolo di parentela (Francesco è cugino del padre), non compie un’opera agiografica nè cede nel paravento asettico della ricerca storica, che presenta però  alcuni limiti per l’assenza di indicazioni bibliografiche e alcuni giudizi impropri sul Partito socialista e sui legami tra Pcd’I e la centrale moscovita.

Figura emblematica del movimento operaio lombardo, Francesco Ghezzi manifesta fin da giovane uno spirito irrequieto, che lo porta ad abbracciare l’ideale anarchico come reazione all’educazione bigotta dei genitori. In una città come Milano, caratterizzata da un aspro conflitto sociale, egli svolge diversi lavori fino a diventare operaio qualificato come cesellatore di bronzo. Entrato in contatto con gli ambienti libertari, il giovane Ghezzi è arrestato nel 1909 durante la manifestazione di solidarietà a favore dell’anarchico spagnolo Francisco Ferrer y Guardia, condannato ingiustamente a morte. Nel 1911 partecipa alla campagna antimilitarista contro la guerra di Libia e, l’anno successivo, aderisce all’Unione Sindacale Italiana (USI), la nuova organizzazione operaia che si oppone alla Confederazione del Lavoro e che raggiunge in un anno 98 mila iscritti. Nello stesso anno partecipa alle iniziative di Luigi Molinari per costituire una Scuola Moderna sull’esempio del modello educativo di Ferrer.

La conoscenza di Ugo Fedeli e di altri anarchici come Pietro Bruzzi e Carlo Molaschi orentano Ghezzi verso l’anarchismo individualista in un’intensa attività antimilitarista, che lo vede imputato nel 1913 e nel 1915 di propaganda sovversiva. Vicino alle posizioni di Giuseppe Monanni, egli partecipa alle sue iniziative che ruotano intorno alla Libreria Editrice Sociale e all’edizione di fogli anarchici di breve durata come «Il Giornale anarchico» (27 luglio-3 agosto 1912) «La Libertà» (1° marzo 1913-7 aprile 1915). La sua attività contro la guerra lo vede protagonista in diverse manifestazioni promosse a Milano, dove il 30 aprile viene fermato in piazza del Duomo e il 16 giugno nuovamente arrestato insieme ad Ugo Fedeli.

Contrario alla guerra, Ghezzi riesce ad evitare il servizio militare per motivi di salute, ma richiamato alle armi il 28 settembre 1916 diserta e si rifugia a Zurigo, dove «trova lavoro come tornitore e pulitore d’argento nella ditta Wiskemann di Tiefenbrunner» (p. 46). Nel febbraio 1917 partecipa al corteo festante in onore di Lenin alla stazione di Zurigo, dove riesce a farsi fotografare accanto al rivoluzionario bolscevico in partenza per Mosca. Dopo aver trascorso alcuni mesi nel carcere di Zurigo, Ghezzi è espulso nel 1919 dalla Svizzera, da dove rientra a Milano e riprende l’attività sindacale nelle file dell’USI. Con Ugo Fedeli e Pietro Bruzzi svolge un’intensa attività, che sfocia nella redazione  di periodici anarchici come «Nichilismo» (5-20 aprile 1920) e «L’Individualista» (1° febbraio-16 marzo 1921). Proprio per questa sua frenetica attività è accusato di aver partecipato all’attentato al Teatro Diana (23 marzo 1921).

Quel mostruoso atto terroristico, che provoca 21 morti e 80 feriti, è compiuto per protesta all’incarcerazione di Errico Malatesta, Armando Borghi e Corrado Quaglino, ma la dinamica dell’attentato e le responsabilità sono avvolte in una zona d’ombra per il ruolo poco chiaro di Elena Melli, compagna di Malatesta. Tuttavia la confessione di Giuseppe Mariani e di Ettore Aguggini, l’uno condannato all’ergastolo e l’altro a trent’anni di prigione, non scagionano Ghezzi, accusato di complicità nell’attentato al Teatro Diana e condannato in contumacia a sedici anni di reclusione per associazione a delinquere. Scappa in Svizzera, si rifugia poi a Berlino, dove partecipa a un congresso di giovani socialisti. Con Bruzzi e Fedeli si stabilisce nel giugno 1921 a Mosca, dove rimane per poco tempo. Dal 25 dicembre al 1° gennaio 1922 partecipa al congresso anarchico internazionale di Berlino, dove mostra le riprese fotografiche del funerale di Kropotkin, pubblicate poi in un album dalle edizioni di Frit Kater. Nella capitale tedesca vive indisturbato pochi mesi, finché passa nuovi guai. I giornali italiani del 26 aprile 1922 danno l’annuncio dell’arresto di Ghezzi, mentre il suo avvocato Leonida Rèpaci (non Rapaci) chiede di interessarsi  alla sua vicenda, ma gli viene negato il passaporto.

Espulso dalla Germania, Ghezzi ritorna nei primi mesi del 1923 in Uniove Sovietica, convinto che essa sia «la grande patria socialista». Egli trascorre un soggiorno imprecisato in Crimea per motivi di salute, forse a Jalta, dove lavora fino al 1926 in una comune agricola di emigrati politici anarchici. Dal 1924 l’ascesa al potere di Stalin, segretario generale del Partito comunista, aggrava la situazione dei fuorusciti italiani, tra i quali quella di Ghezzi diventa più pesante per il suo passato di sovversivo. Egli, che lavora in una gioielleria come tornitore di metalli preziosi, mantiene i contatti con i vecchi compagni anarchici e stringe nuove amicizie con Emma Goldman, Alexander Berkmann, Vsevold M. Eichenbaum dettoVolin e Victor Serge.

Arrestato l’11 maggio 1929, Ghezzi è condannato l’11 gennaio 1930 a tre anni di campo di lavoro con l’accusa di aver compiuto propaganda antisovietica, pena che sconta nel carcere politico di Suzdal in condizioni pietose a causa della tubercolosi. Intellettuali come Luigi Fabbri, Romain Rolland, Jacques Mesnil, Autant-Lara e Victor Serge promuovono una campagna internazionale a suo favore e ne chiedono il rilascio. Le autorità sovietiche diffondono la voce che Ghezzi è un agente dell’ambasciata fascista: una tesi,  approvata da Palmiro Togliatti e respinta da Mesnil, che nella «Révolution Prolétarienne» respinge la voce delle autorità sovietiche di far passare l’operaio italiano per una spia fascista o per un sostenitore di Makhno. Nelle sue Memorie di un rivoluzionario (Firenze 1974, p. 292) Victor Serge gli dedica questo ritratto: «Magro, duro, vestito da vero proletario, […] il sindacalista italiano Francesco Ghezzi, dell’Unione sindacale, usciva dalla prigione Suzdal per parlarci con foga dell’industrializzazione», che non risolve la questione operaia e lascia insoluta la questione salariale.

Liberato nel 1931, Ghezzi ritorna a lavorare nella fabbrica Labormetiz di Mosca, dove presta servizio nel reparto riparazioni fino al nuovo arresto del 15 novembre 1937. Egli è condannato a tre anni di reclusione e rinchiuso nel carcere della Lubjanka a Mosca; ma la sentenza definitiva del 3 aprile 1939 gli infligge otto anni di lavori forzati nel lager di Vorkuta, a nord del circolo polare artico. L’accusa di trotzkismo gli è fatale per le  torture subite, che aggravano la sua salute già minata dalla tubercolosi, portandolo alla morte il 3 agosto 1942. Il 13 gennaio 1943, quando è già deceduto, è nuovamente condannato alla pena di morte per partecipazione a un’organizzazione antisovietica. Bisogna attendere il 1994 per essere riabilitato dalla Procura di Mosca, che riconosce «vittima delle repressioni politiche» la figlia, Tajana Francescovna Ghezzi Stepanova.

Nunzio Dell’Erba

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