venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Galli della Loggia, diritti e società
Pubblicato il 02-02-2016


Mi intriga il ragionamento di Galli della Loggia apparso quest’oggi sul Corriere a proposito dei diritti, che prende lo spunto dalla tesi dei favorevoli a quelli degli omosessuali. Egli sostiene che non si tratta di diritti, ma di presa d’atto dell’evoluzione della società. Giusto. Tuttavia la traduzione in diritto è un fatto politico. Nessuno parlava di diritti degli extracomunitari quando la struttura della nostra società non li prevedeva. È pur vero che quando in Italia si parlò per la prima volta di divorzio, con la proposta di legge dei parlamentari socialisti Berenini e Borciani, nel lontanissimo 1901, la questione del divorzio, pur essendo ritenuta una esigenza già allora, non venne riconosciuta politicamente matura e venne rinviata di settant’anni.

Dunque non tutto ciò che corrisponde all’evoluzione della società è stato sempre tradotto in risposta politico-legislativa. Anche la questione del divorzio poneva a una parte delle società il tema delle sue conseguenze. Perfino durante la campagna referendaria si sosteneva che la legge potesse incrementare le separazioni e cioè diventare loro causa e non soluzione del loro effetto. È vero, non tutti i diritti vanno tutelati. Alcuni vanno storicamente definiti alla luce dei nuovi fenomeni sociali. Altri, diciamo così quelli fondamentali, sono naturali e astorici. Pensiamo al diritto di parlare, di pensare, di scrivere, di lavorare, di mangiare. Secondo ma anche di disporre del proprio corpo e della propria vita. In generale vanno difesi i diritti che non mettano in discussione quelli degli altri. Come diceva Oliver Holmes “la libertà di dar pugni finisce al confine del mio naso”.

L’obiezione che oggi si rivolge alla legge sulle Unioni civili, e in particolare alla possibilità di adozione del figlio del partner, attiene o no (a questo dovrebbe secondo me rispondere Galli della Loggia) al diritto del figlio dell’uno di avere due genitori? E non uno solo, quello naturale, ottenuto con strumenti oggi vietati in Italia, e che, come per il divorzio a proposito delle separazioni, qualcuno paventa di incrementare con la nuova legge. Discutibile e anche fuorviante osservazione, soprattutto non dimostrabile. Questo assunto é stato peraltro sempre sottolineato in ogni caso di intervento legislativo su questioni eticamente sensibili, vedasi la pratica dell’aborto che, una volta legittimata, avrebbe dovuto dar vita all’aborto come strumento di regolamentazione delle nascite. C’è nella contrarietà degli integralisti a regolare con leggi i comportamenti diffusi, una sorta di sottovalutazione dell’atteggiamento umano, che sarebbe più generalizzato se legittimato e lo sarebbe assai di meno in mancanza di leggi.

Eppure ci sono, secondo le statistiche dell’Arcigay, non ne sono state diffuse altre, ben centomila figli di coppie omosessuali che, senza la legge, non sono riconosciuti da due genitori, ma solo da uno. Vivono già con due uomini o due donne, non sono stati strappati a una mamma e a un papà. Come regoliamo queste unioni? Lasciamo che i figli possano godere dei loro diritti solo verso il genitore naturale o anche verso quello potenzialmente adottivo, come avviene per i figli partoriti con lo stesso metodo dalla coppie eterosessuali? Questo diritto di parificazione oggi, alla luce della evoluzione sociale della quale parla Galli della Loggia, è da garantire, per far sì di non avere bambini di serie A e di serie B, oppure no? È un diritto cha dà pugni al naso di qualcuno? O che moltiplica i nasi rotti? O è solo la forma per parificare i bambini secondo una precisa direttiva dei nostri ordinamenti?

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Commenti all'articolo
  1. Il ragionamento del Prof Galli della Loggia, da me profondamente apprezzato in occasione del suo intervento alla scorsa conferenza programmatica del PSI, quando ci esortava a rioccuparci naturalmente (socialisticamente) della dimensione sociale rispetto alla “furiosa cavalcata dei diritti individuali”, è più complesso di come è stato rappresentato, avendo toccato due aspetti di fondo che, reputo, facciano la differenza.
    In primo luogo si sostiene che i nuovi diritti di cui oggi si parla non discendono direttamente dagli aurei principi della democrazia liberale bensì dall’evoluzione storica della nostra società, in chiave di “SUA PROGRESSIVA SECOLARIZZAZIONE INDIVIDUALISTICA”.
    L’attuale deriva individualistica della nostra società è ciò che vado denunciando da tempo, tanto da reiterare il mio suggerimento al partito di assumerne profonda consapevolezza,
    ragionevolmente sterzando dalla linea degli anni 80, giustificabile in quel momento per correggere le deviazioni etiche ed economiche del collettivismo delle “due chiese”.
    In secondo luogo, Della Loggia entra finalmente nel merito dei diritti di cui si parla, esprimendo la dimensione di complessità argomentativa che il tema in questione implica.
    In particolare sottolinea come sarebbe opportuno, a questo punto, domandarsi se è bene che i bambini abbiano un padre o una madre, o ciò risulti indifferente, od ancora se sia preferibile una società in cui le identità sessuali siano quelle biologiche o, invece, una società in cui siano le più varie, definite di volta in volta dai singoli.
    Tale ingresso nel merito del problema, indipendentemente dalle diverse convinzioni mobilitabili, dimostra che la questione dell’adozione in oggetto non è pacifica come si cerca di sostenere, rappresentando solo una semplice aggiunta di diritti, ma apre un conflitto (come quasi sempre) tra diritti, così considerando il giusto diritto dei bambini alla giusta cornice familiare, nonchè il diritto della società ad essere strutturata dalla migliore combinazione delle sue cellule costitutive.

  2. Non v’è dubbio che la “presa d’atto dell’evoluzione della società” sia un tema importante, anche per la politica che deve valutare se e come tradurla in atti normativi, cercando nel contempo di prefigurare le “conseguenze” degli stessi, e il Direttore non ha mancato di farvi cenno.

    Capita talora che la politica – solitamente quella dai tratti più “decisionisti”, o quando gode di ampio consenso elettorale – valuti “in proprio” le eventuali “conseguenze” derivanti dall’una o altra opzione legislativa, e agisca di conseguenza confidando nelle sue intuizioni e assumendosi la responsabilità politica delle scelte operate, e in tal caso potremmo dire, estremizzando, che la politica guida la società.

    Altre volte può invece succedere l’inverso, ossia che la politica si faccia sospingere o trainare dai fenomeni sociali, e dal loro evolversi, il che è del tutto normale, ma sarebbe allora opportuno poter misurare il grado di incidenza che la trasformazione dei costumi esercita nel corpo della società, onde evitare che ogni cambiamento, anche qui estremizzo, .divenga un diritto da dover essere riconosciuto sul piano normativo.

    Non è del resto un caso che “non tutto ciò che corrisponde all’evoluzione della società è stato sempre tradotto in risposta politico-legislativa”, così come è verosimile che “non tutti i diritti vanno tutelati”, prendendo giusto a prestito le parole del Direttore, ovviamente se non le ho fraintese.

    Per orientarsi meglio su questo piano, la politica dovrebbe dunque disporre di un “indicatore”, appunto per quantificare il suddetto grado di incidenza, ma a me pare che non possieda oggi siffatto strumento, in mancanza del quale non è facile, se non impossibile, stimare la “dimensione-estensione” delle istanze che maturavano ed evolvono nella società, e discernere nel contempo quali “diritti vanno tutelati”

    Paolo B. 05.02.2016

  3. Si parlasse e ci si interessasse così dei problemi veri di questo Paese invece di rincorrere queste miserevoli “scelte importanti” che distraggono il cittadino dalla realtà. avremmo raggiunto la società perfetta e forse anche questa questione, così sbandierata da pseudo progressisti, potrebbe essere risolta, senza tanti clamori, come opportunità più o meno morale.

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