giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

GELO EUROPEO
Pubblicato il 03-02-2016


ue renzi Ancora botta e risposta e braccio di ferro tra Italia e Unione europea. La partita stavolta si gioca di nuovo sul patto di flessibilità e conseguentemente sulla questione flessibilità e migranti.
Il governo ha chiesto alla Commissione di poter aumentare il deficit dall’1,4 al 2,4% del Pil, quasi 18 miliardi in valore assoluto. Bruxelles finora ha autorizzato Roma ad alzare l’asticella dell’indebitamento netto solo all’1,8% del Pil, rinviando alla primavera il giudizio sulle ulteriori richieste. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker replica dicendo che gli elementi di flessibilità esistenti sono “largamente sufficienti” e che non si farà “una rigida austerità”.
Il braccio di ferro con Bruxelles dura da settimane e si è concentrato in questi giorni sul trattamento contabile dei 3 miliardi promessi alla Turchia per far fronte all’arrivo dei rifugiati. Renzi ha dato il via libera alla partecipazione italiana al fondo dopo aver avuto rassicurazioni sullo scomputo delle spese dal calcolo del deficit. A difendere il Governo di Renzi e le scelte italiane ci pensa il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan che ribadisce che l’Italia ha “tutto il diritto” ad avere una maggiore flessibilità sui conti, visti gli sforzi fatti in materia di riforme. “Lo sforzo di riforme dell’Italia ci porta a chiedere con tutto il diritto la gestione di una politica fiscale più flessibile, come previsto dalle regole europee”, ha ribadito Padoan oggi durante l’incontro con il cancelliere inglese , all’Aspen Istitute Italia. “Non è una cosa che ci stiamo inventando, lo dico con fermezza”. Padoan sollecita anche Bruxelles a prendere posizione il prima possibile sulla questione della flessibilità dei conti italiani: “Ci auguriamo che la risposta sia sciolta presto per evitare momenti di incertezza”. Inoltre precisa che l’Italia “non chiede nuova flessibilità, come ho sentito dire ad autorevoli esponenti europei, ma quella già prevista e inclusa nella Legge di stabilità approvata dal Parlamento”. La rigidità europea nei confronti dell’Italia è sempre più visibile, ma i timori del nostro Paese restano quelli legati al problema dell’immigrazione, alla fine del trattato Schengen e di essere isolati e/o messi al muro come la Grecia. Le richieste sull’immigrazione arrivate ad Atene da parte di Bruxelles sono molto simili a quelle avanzate all’Italia. Alla Grecia infatti è stato chiesto di fare di più per proteggere le frontiere esterne dell’Unione, impegnandosi sul fronte delle registrazioni, dei pattugliamenti in mare e delle strutture necessarie per l’identificazione dei migranti. Le raccomandazioni, volte ad affrontare le “gravi carenze” riscontrate dalla valutazione Schengen, sono contenute in un documento che la Commissione Ue ha adottato, ieri, il 2 febbraio, e che ora dovrà ottenere il via libera dal Consiglio Ue. Con questa iniziativa Bruxelles fa un passo avanti nel processo che apre la porta, al termine di un iter in quattro fasi, all’attivazione dell’articolo 26 del codice Schengen, quello che prevede l’estensione dei controlli alle frontiere interne di uno o più Paesi, fino ad un massimo di due anni. Il timore quindi di una mini-Schengen si avvicina sempre di più, ma a tentare di rassicurare gli animi ci ha pensato ancora una volta il Presidente Juncker: “Se non ho voluto la Grexit dall’Eurozona, non la voglio certo da Schengen”, spiegando che le raccomandazioni alla Grecia decise martedì dall’esecutivo comunitario non vogliono “stigmatizzare il comportamento” di Atene, ma spingere a un miglior controllo delle frontiere esterne. “Possiamo salvare Schengen solo applicando Schengen”. Eppure l’ipotesi della sospensione di Schengen non è più tanto remota, sei dei 26 Paesi dell’Area hanno già reintrodotto i controlli alle frontiere. Tuttavia un think-tank governativo francese France Strategie ha diffuso uno studio secondo il quale la reintroduzione stabile di controlli alle frontiere dello spazio Schengen potrebbe costare all’Europa più di 100 miliardi di euro in dieci anni in termini di Pil perduto, ovvero lo 0,8% del Pil. La Francia, sulla quale si concentra in particolare lo studio, da sola pagherebbe la stretta alle frontiere 1-2 miliardi nel breve termine, soprattutto per il calo delle presenze turistiche (50% dei costi) e per l’impatto che le misure avrebbero sui lavoratori transfrontalieri (38%). Nel lungo termine, però, il costo per Parigi salirebbe a 10 miliardi all’anno, lo 0,5% del Prodotto interno lordo francese.


Renzi isolato in Europa

di Rodolfo Ruocco

Margini di flessibilità sui conti pubblici italiani, rispetto dei patti sull’euro, immigrazione, crediti deteriorati delle banche, difesa comune. Tra Matteo Renzi e la Commissione europea ormai si scatena una polemica al giorno, alcune volte parole aspre prevalgono perfino sui toni diplomatici di un tempo. Fonti informali europee si sono spinte nei giorni passati perfino a lamentare la mancanza di “un interlocutore” a Roma, come se l’Italia non avesse un governo.
Accuse, più o meno pesanti, sono anche partite dall’interno del Partito popolare europeo e da molti ministri democristiani tedeschi. Alcune rampogne, sulla sicurezza, sono venute anche dalla Francia. Per ora la cancelliera tedesca Angela Merkel invece tace.
Le critiche formali, informali, sottintese hanno per destinatario il presidente del Consiglio e segretario del Pd. In Italia anche dall’interno del Pd si leva una pesante accusa contro Renzi: isola l’Italia in Europa. Si fanno i conti: l’Italia è in contrasto e, comunque, non ha una politica d’intesa né con la Germania, né con la Francia, né con la Gran Bretagna, né con la Spagna. Insomma, nessuna alleanza né con uno dei maggiori paesi dell’Unione europea e nemmeno con uno dei minori.
Ora passa all’attacco Enrico Letta. L’ex presidente del Consiglio, in una intervista a La Stampa, ha svolto quasi una requisitoria: «Questo tipo di politica italiana verso l’Europa, molto aggressiva e incattivita, finisce per isolarci e rischia di farci diventare una seconda Grecia». Ha rincarato: «Sì, devo esprimere una preoccupazione: ci stiamo isolando in modo preoccupante». Il predecessore di Renzi a Palazzo Chigi lo scorso anno si è dimesso da deputato ma, come aveva annunciato, «non dalla politica». Difatti Letta, spinto bruscamente a lasciare la presidenza del Consiglio da una direzione del Pd dopo l’elezione di Renzi a segretario, da mesi fa il professore universitario in Francia, tuttavia non ha rinunciato “a fare politica”.
Anzi ha dato due indicazioni al suo successore con il quale ha avuto rapporti contrastati: 1) «Il nostro destino è sempre stato e deve restare lo stesso: Francia e Germania»; 2) non deve commettere l’errore “due Schengen”, una formata dai paesi forti del nord Europa e una dalle nazioni deboli del Mediterraneo.
Renzi finora ha tenuto molto alto il tiro soprattutto con la Commissione europea: «L’Italia non accetta provocazioni, non prendiamo ordini in qualche Palazzo di Bruxelles». Il presidente del Consiglio ha rivendicato i risultati delle riforme strutturali del suo governo e la politica verso gli immigrati disperati che attraversano il Mediterraneo in cerca di salvezza dalle guerre: «Il nostro mestiere è salvare vite». Ha perfino rilanciato: «Siamo pronti a guidare l’Europa».
Le polemiche contro l’Unione europea e la Germania sono popolari in Italia e a giugno di voterà per i sindaci in molte importanti città come Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari. Con “i toni forti” Renzi punta a contrastare “il populismo” di Beppe Grillo, M5S, e di Matteo Salvini, Lega Nord. Ma in molti casi le sue buone ragioni, come quando dice basta ad una politica di austerità finanziaria in favore di una di crescita economica, vengono indebolite dall’isolamento europeo in cui è piombata l’Italia. Qui Letta aspetta una risposta. Nella vita, in politica interna e, soprattutto, sulla scena internazionale, volgono più i rapporti di forza delle buone ragioni.

Rodolfo Ruocco

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