sabato, 25 giugno 2016
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Opinioni e commenti
 

“I duellanti” di Conrad
al Quirino con Alessio Boni e Marcello Prayer
Pubblicato il 24-02-2016


i duellantiUn romanzo esemplare, scritto da uno dei più grandi autori europei di primo Novecento: Józef Teodor Konrad Korzeniowski, meglio noto come Joseph Conrad, un polacco che, in inglese, racconta una sorprendente storia francese. Di più: napoleonica. L’affresco di un mondo, quello della cavalleria e degli eserciti ottocenteschi, che da lì a breve sarebbe stato spazzato via dalle nuovi armi e dalle nuove logiche militari del Novecento: l’introduzione di armi da fuoco a ripetizione e il super potere degli industriali nella gestione dei profitti di guerra avrebbero buttato all’aria antiche regole, l’etica militare e reso smisurati gli eccidi sui campi di battaglia.

L’idea geniale su cui Conrad costruisce “The Duel” è che i due avversari non si fronteggiano sugli opposti versanti del campo di battaglia: sono ufficiali dello stesso esercito, la Grande Armée di Napoleone Bonaparte. Ussari, per l’esattezza.

Armand D’Hubert, posato e affascinante uomo del nord, e Gabriel Florian Feraud, guascone iroso e scontento, sono due giovani promettenti ufficiali. Il primo proveniente dalla classe nobiliare. Il secondo di umili origini, ufficiale nel più grande esercito dell’Ottocento grazie a Napoleone, che aveva consentito anche ai plebei l’accesso agli alti ranghi dell’esercito. D’Hubert viene incaricato dal comandante del reggimento di condurre agli arresti Feraud, che aveva poco prima ucciso in un duello un civile, discendente di una importante famiglia. Ma quando D’Hubert si reca da Feraud per arrestarlo lo trova in compagnia di una donna. Sentendosi pretestuosamente offeso, Feraud lancia il guanto di sfida che D’Hubert non può non raccogliere, proprio per le sue origini cavalleresche.

Nonostante fosse vietato per gli ufficiali dell’esercito napoleonico sfidarsi a duello, per motivi dunque banalissimi e pretestuosi, i due iniziano ad inanellare numerose sfide a duello – al primo e all’ultimo sangue, con la sciabola, la spada, la pistola – che li accompagnano lungo le rispettive carriere, fino al grado di generale, senza che nessuno sappia il perché di questo odio così profondo. E, proprio per il mistero che riescono a conservare, i due diventano famosissimi in tutto l’esercito napoleonico: non tanto e non solo per i meriti sui campi di battaglia di tutta Europa, quanto per la loro eroica fedeltà alla loro sfida reciproca, che li accompagnerà per vent’anni, fino al duello decisivo.

Nell’opera messa in scena in un solo atto al Quirino troviamo i bravissimi Alessio Boni nei panni di D’Hubert e Marcello Prayer in quelli di Feraud. La recitazione è magistrale e procede senza alcuna esitazione. I due protagonisti, peraltro, mostrano una certa bravura nell’arte del travestimento veloce visto che, oltre ad impersonare i due ufficiali, vestono anche i panni di un chirurgo e di un soldato ferito. Si tratta di uno stratagemma per ricordare la storia dei due ufficiali e nel ricordarlo quella storia si materializza come d’incanto dinanzi allo spettatore, quasi si trattasse di un flashback. Sulla scena troviamo subito tutti gli elementi necessari alla narrazione: le luci sono generalmente soffuse e volta per volta vanno ad illuminare gli oggetti ed i personaggi funzionali alle varie fasi del racconto. Di un certo realismo anche i duelli rappresentati sul palcoscenico, grazie alle lezioni del maestro d’armi Renzo Musumeci Greco. Il linguaggio è forbito, eccezion fatta per alcuni dialoghi di Feraud, che vengono riportati in un dialetto poco comprensibile, proprio ad evidenziare le umili origini del personaggio. Sulla scena troviamo anche una brava violoncellista, Federica Vecchio, che accompagna con musica dal vivo le fasi iniziali della rappresentazione. Musiche che, con l’emergere dei caratteri dei due protagonisti e il districarsi della vicenda, diverranno sempre più marginali.

“I duellanti” è un’opera su un mondo in rapida estinzione e al tempo stesso un capolavoro dell’assurdo, su come i fili della vita e del destino sfuggano di mano e sopravanzino ogni buon senso e prevedibilità. Un’opera da leggere su almeno tre livelli: il duello nato per ragioni banali e senza costrutto va interpretato innanzitutto come metafora delle campagne mosse da Napoleone contro i sovrani di mezza Europa, ma che alla fine, con la restaurazione si riveleranno altrettanto infruttuose. Il duello come metafora della lotta continua tra il nobile ed il plebeo, tra il “damerino” D’Hubert e Feraud, “un tenente travestito da generale, nominato da un impostore travestito da imperatore”. Ma la lettura forse più adeguata è quella che ne fa Francesco Nicolini, drammaturgo che ha adattato l’opera per la rappresentazione al Quirino: “questo è un lavoro sull’avversario e sul diventare adulti. Per me nei Duellanti esiste una questione semplice per quanto contorta: l’avversario più feroce lo hai dentro di te e non riesci a liberartene per il semplice fatto che sei tu che non vuoi liberartene. È il richiamo della foresta, la voglia di libertà, il piacere del rischio e della conquista. E non sta altrove, sta dentro e si nutre di te e tu di lui. Amo quelle storie in cui io posso leggere una trama, e contemporaneamente un’altra completamente diversa, e le due convivono perfettamente. Questo è uno di quei casi: Feraud esiste ed è un avversario reale, in carne e ossa, spietato, feroce, pure stupido per certi versi ma molto determinato. Non mollerà mai. Eppure, al tempo stesso, Feraud è la metà oscura di D’Hubert: è quella parte di te che riemerge ogni volta che abbassi la guardia, ogni qualvolta che – guardandoti intorno – scopri un desiderio vietato che non ti vuoi negare, come ad esempio un duello in piena regola, anche se le regole dei duelli sono state abolite da Napoleone, che i duelli odiava”. The Duel rappresenta dunque lo scontro violento ed inevitabile, desiderato, dove l’avversario in realtà non esiste, anzi, peggio, l’avversario siamo noi stessi. Nella vita serve un duellante, all’inizio è una minaccia, poi una necessità. Ognuno di noi è quel duello, è la vita che si contrappone alla tetra tranquillità del deserto. Un’opera che fa riflettere, adatta ad un pubblico colto. Al Teatro Quirino di Roma fino al 6 marzo.

Al. Sia.

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