mercoledì, 28 settembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Giorno del Ricordo per non dimenticare le foibe
Pubblicato il 09-02-2016


FoibeIl 10 febbraio si celebra in Italia il Giorno del Ricordo. Secondo la legge n.92 del 30 marzo 2004 tale ricorrenza mira a conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Per anni, dopo l’approvazione, bipartisan, della legge, il Giorno del Ricordo ha spesso fatto discutere, anche se gradualmente è ormai una ricorrenza generalmente accettata e celebrata in tutta Italia, con il culmine a Roma, presso le istituzioni, e a Trieste, alla foiba di Basovizza, poco fuori città.

Detto questo, una tematica così delicata non può essere ingessata in un rituale, senza una reale conoscenza ed analisi degli eventi. Troppo spesso la tragedia degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia subisce due opposti, ma entrambi sbagliati, processi: da un lato, dall’estrema sinistra, si nega o si ridimensionano gli eventi, sfociando in un inaccettabile negazionismo; dall’altro, da destra, si usa una tragedia per scopi nazionalistici, con accenti anti-slavi e con una pericolosa delegittimazione della Resistenza al nazifascismo. Per rifiutare questi estremismi, è bene essere chiari: a partire dal 1943, e ancor più a guerra finita, quando quelle terre passarono alla Jugoslavia, i partigiani agli ordini del Maresciallo Tito si macchiarono di crimini orrendi contro la componente italiana della popolazione, componente, ricordiamo, autoctona, che da secoli viveva in Istria, a Fiume e in molte parti della Dalmazia. Queste violenze, tra cui il lancio delle vittime, vive o morte, nelle foibe, cavità carsiche della regione, ma anche stupri, torture, sevizie e fucilazioni, non colpirono solo le persone colluse con il regime fascista, ma avevano l’intento, ammesso anche da Milovan Djilas, all’epoca molto vicino a Tito, di indurre gli italiani ad andarsene da quelle terre. E difatti, sotto violenze e minacce, circa 300.000 italiani partirono, lasciarono le loro case e arrivarono in Italia. È bene ricordare che molti esuli vennero accolti a sputi e insulti nell’Italia da poco liberata, accusati di essere fascisti in fuga dal paradiso di Tito. Così come non va dimenticato che per decenni, in nome degli equilibri geopolitici della Guerra Fredda, il tema delle foibe e dell’esodo furono volutamente celati dalle istituzioni e dalle maggiori forze politiche.

Ovviamente, l’analisi di tali fatti non può prescindere dal contesto storico, non per giustificare ma per analizzare ogni aspetto. Le violenze nella regione non furono un’invenzione titina: nei due decenni precedenti, il regime fascista italiano aveva imposto una politica di italianizzazione forzata, di segregazione e di razzismo contro la popolazione slava. L’apice di tale politica furono i campi di concentramento italiani, dove morirono in migliaia: tra questi, il tristemente noto campo di Arbe, dove furono internate tra le 10.000 e le 15.000 persone, per lo più sloveni, croati ed ebrei.

Il Giorno del Ricordo, dunque, deve servire, appunto, a ricordare queste violenze e sofferenze. Oggi quelle terre sono parte della Slovenia e della Croazia, Stati membri dell’Unione Europea, come l’Italia. Sempre lì, ancora oggi abita una comunità italiana, che ha saputo mantenere salda un’identità dalle radice profonde. Anche in Italia, in Friuli, per lo strano gioco del destino, che è in realtà gioco politico dei confini, vive una comunità slovena molto radicata. Queste due comunità collaborano oggi attivamente, in modo da rafforzare una memoria condivisa, dimostrando che il Ricordo delle tragedie di ieri deve essere la base per la tolleranza di oggi.
Riccardo Celeghini

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