domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Mezzogiorno tra riprese e stereotipi storici
Pubblicato il 03-02-2016


sud-italiaLa «questione meridionale» è presente nel dibattito pubblico da oltre un secolo e mezzo. Gli intellettuali hanno dato rilevanza storica nelle diverse fasi che hanno caratterizzato la storia d’Italia «secondo finalità politiche anche contraddittorie, comprendendovi una quantità di fenomeni eterogenei – economici, civili, culturali – e caricandovi sopra ogni genere di simbologia». Questo leitmotiv è presente nel recente libro La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Donzelli, Roma 2015, pp. 203) di Salvatore Lupo, che analizza il dualismo tra Nord e Sud senza cadere nei parametri tradizionali di contrapposizione tra le due aree geografiche dell’Italia contemporanea.

Critico verso alcuni filoni storici, come quelli rappresentati da Edward Banfield, Robert Putnam ed Emanuele Felice, l’autore respinge del primo la categoria del suo «familismo amorale», del secondo quella di «civicness» e del terzo l’identità tra inefficienza amministrativa e sottosviluppo meridionale. Il libro di Banfied, pubblicato in Italia nel 1961 con il titolo Una comunità del Mezzogiorno, concentra la propria ricerca in un paese della Basilicata, approdando alla conclusione che in un paese denominato Montegrano gli abitanti siano rinchiusi nel proprio nucleo familiare, senza riuscire ad esprimere rapporti di solidarietà nella comunità. Nel suo rifiuto categorico, l’autore cade così nella medesima generalizzazione del politologo americano, rappresentando tutti gli individui come animati da un medesimo sentimento altruistico nell’àmbito familare. Il libro La tradizione civica nelle regioni italiane (1993) di R. Putnam, che sottolinea l’assenza di «civicness» nelle regioni meridionali, è criticato dall’autore per la visione dicotomica, relativa alla netta contrapposizione con quelle settentrionali, dove l’esperienza dei Comuni e l’assenza del feudalesimo ha introdotto una coscienza civica. Del libro di Emanuele Felice, intitolato Perché il Sud è rimasto indietro (2013), sono respinte le posizioni dirette ad attribuire unicamente alle classi dirigenti meridionali il mancato sviluppo del Meridione.

La questione diventa così molto complessa e può ricevere un chiarimento mediante ricerche obiettive, che tengono conto anche delle positivìtà per raccogliere analisi atte a spiegare il ritardo della sua modernizzazione. Le riflessioni dei cosiddetti meridionalisti sono rilette in chiave storica, spesso in modo discontinuo, ma sempre ripresentate nel contesto politico in cui vengono elaborate nel corso della loro battaglia. Così l’introduzione del termine «dualismo» è attribuito a Giustino Fortunato che – ripreso dai socialisti Arturo Labriola e Gaetano Salvemini – assume una connotazione politica per la veemente critica al «giolittismo» e alle dottrine razziste d’ispirazione lombrosiana, volta a spiegare la questione meridionale come derivazione dell’inferiorità organica dei suoi abitanti. Da Artuto Labriola al repubblicano Napoleone Colajanni è un susseguirsi di proposte, che si intersecano con gli eventi storici della guerra di Libia e del Primo conflitto mondiale per poi essere riprese da Guido Dorso e Tommaso Fiore, entrambi fautori di una «rivoluzione meridionale», la cui necessità viene ribadita per l’eliminazione dell’«enorme privilegio economico-politico a vantaggio dei ceti industriali e bancari del Nord, in combutta con quelli assenteisti del Sud». La lettura dell’unificazione nazionale come «conquista regia» è così attribuita dall’autore a Guido Dorso, mentre in realtà essa si ritrova per la prima volta nella lettera (1858) di Mazzini a Cavour per essere poi sviluppata da Francesco Saverio Merlino, autore ignorato stranamente nel corso della disamina storica. Dall’analisi della «questione sociale» esistente nel Mezzogiorno durante l’età della «Sinistra storica», l’autore passa a trattare le controversie regionaliste sviluppatesi tra la fine del XIX secolo e quello successivo per poi sviluppare la tematica meridionalista durante l’età giolittiana fino agli albori del fascismo, attribuendo un’eccessiva valenza alle riflessioni meridionaliste di Antonio Gramsci.
Sotto il profilo economico l’autore specifica diverse fasi del divario economico, che – sebbene sia assente nei primi lustri preunitari – si definisce nella prima metà del XX secolo, diminuendo negli anni del «miracolo economico», anche per l’adozione di provvedimenti «straordinari» per lo sviluppo del Sud. L’abbandono di questi interventi ripristina un divario tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, dove si è verificato una diminuzione del Prodotto interno lordo con riflessi evidenti nella qualità della vita. Una caratteristica peculiare, il cui significato confluisce nell’evidente assioma che il «Sud è rimasto indietro (rispetto al Nord), ma nel contempo è anche andato avanti (rispetto al suo passato».

Nunzio Dell’Erba

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