giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il terrorismo finanziario
contro i popoli
Pubblicato il 15-02-2016


Negli ultimi tempi si sono susseguite voci di allarme nei confronti di una sorta di “terrorismo finanziario” a livello planetario.

Prima Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, sulla cospirazione contro la crescita dell’Europa; poi Rino Formica, uno dei più autorevoli politici italiani dei trascorsi anni ’80 e dirigente di primo piano del Partito socialista, secondo il quale, rispetto a quanto accadde nel 2011, l’attacco non riguarda solo l’Italia: “Abbiamo sottovalutato un elemento. La globalizzazione, col crollo degli imperi, ha creato un’instabilità che non è solo il terrorismo armato, ma anche quello finanziario. Dopo la Seconda guerra mondiale la preoccupazione era stata quella di regolare i mercati mondiali. Da 20-25 anni questa necessità è stata dimenticata”. Secondo Formica “il terrorismo armato provoca morti, quello finanziario impoverisce popoli e nazioni. Una morte bianca che colpisce la ricchezza diffusa”.

D’altronde, Bettino Craxi, statista e leader socialista, dal suo esilio ad Hammamet, ammoniva che “dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. E Romano Prodi, ex premier ed ex presidente della Commissione europea: “I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico. Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi Paesi”. Affermazioni realistiche ma che difettano della necessaria autocritica, da parte di uno degli acritici sostenitori del monetarismo europeo e delle privatizzazioni italiane, in nome delle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo globale.

Non vi è dubbio che la globalizzazione dei mercati finanziari, con la debolezza della sovranità degli Stati rispetto a potenti soggetti come banche d’affari, fondi di investimento, agenzie di raiting e organismi tecnocratici internazionali quali il Fondo Monetario, sta producendo una drammatica concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi grandi speculatori, a danno della gran parte dei cittadini del pianeta, che si è manifestata pubblicamente con l’attacco alla sterlina e alla lira da parte di alcuni raiders, a partire dall’autunno 1992.

C’è chi propone per fronteggiare questo trend ormai strutturale, soluzioni giudiziarie: è il caso del Poasy, uno dei sindacati di polizia della Grecia, i cui leader hanno affermato che la “troika starebbe tentando con le sue richieste di ribaltare l’ordine democratico, di scalfire la sovranità nazionale e di depredare il popolo greco di importanti beni”. Il sindacato ha fatto sapere che, per tali ragioni, procederà all’arresto immediato dei membri della Troika sul territorio nazionale.

Ma tali affermazioni appaiono più di carattere emblematico che fondate su realismo politico e legale.

Più fondato appare il periodico richiamo al ritorno a Bretton Woods, località del New Hampshire in America dove, nel 1944, si definirono gli accordi relativi al sistema internazionale dei cambi e delle transazioni commerciali, il gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, in  rapporto al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro, con influenze keynesiane, che è durato dalla fine della II guerra mondiale sino al 1971, anno in cui gli Stati Uniti ne sancirono la fine. E nel 1979, il G7 di Tokio decretò la fine al modello di capitalismo espansivo e redistributivo, imponendo a livello internazionale la graduale impossibilità per gli Stati di utilizzare la svalutazione o rivalutazione delle monete nazionali per fare fronte alle esigenze dei debiti sovrani, con il conseguente ricorso all’uso dei tassi di interesse per riequilibrare le partite correnti e attirare i capitali. Si aprì così, la strada alle politiche liberistiche thatcheriane e reaganiane degli anni Ottanta.

Per fronteggiare il “terrorismo finanziario” servirebbe una condivisione globale di politiche economiche espansive basate sulla sovranità statuale, con banche centrali funzionali ai governi, eliminazione dei derivati, separazione tra le banche di credito e quelle d’investimento, pene severe per i banchieri infedeli.

Maurizio Ballistreri

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