domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La censura per Vittorini
scrittore non allineato
Pubblicato il 10-02-2016


Elio Vittorini

Elio Vittorini

Nel 1938, quando lo scrittore Elio Vittorini inizia a pubblicare a puntate sulla rivista fiorentina “Letteratura” diretta da Alessandro Bonsanti il testo di ‘Conversazione in Sicilia’, il fascismo emana le leggi antisemite e costituisce la Commissione per la bonifica libraria, presieduta dal Direttore della Stampa italiana Gherardo Casini, al fine di “eliminare dalla circolazione gli scrittori ebrei, ebraizzanti, o comunque di tendenze decadenti”, ma anche “tutta quella merce italiana e straniera che troppo decisamente contrasta con l’etica e con i fondamentali principi del Fascismo”.
Il consenso degli intellettuali alle direttive imposte dal regime sarà zelante e si tradurrà in aspri interventi censori, come testimonia questo saggio di critica letteraria demenziale di Francesco Biondolillo, nel dopoguerra insegnante di italiano e latino in un liceo romano e libero docente all’università La Sapienza, apparso su “L’Unione Sarda” del 14 aprile 1939: “Ma forse il pericolo maggiore è nella prosa narrativa, dove a cominciare da Italo Svevo, ebreo di tre cotte, ad Alberto Moravia, ebreo di sei cotte, si va tessendo tutta una miserabile rete per pescare dal fondo limaccioso della società figure ripugnanti di uomini che non sono ‘uomini’ ma esseri abulici, infangati di sessualità bassa e repugnante, malati fisicamente e moralmente[…] Maestri di tutti cotesti narratori sono quei pezzi patologici che si chiamano Marcel Proust e James Joyce, nomi di stranieri e di ebrei fino al midollo delle ossa, e disfattisti fino alla radice dei capelli”.

Il nuovo clima culturale suscita timore presso gli scrittori ebrei e non ebrei, perché per la prima volta si crea un intero corpus di letture ufficialmente proibite. Elio Vittorini, ad esempio, come traspare da una lettera del 9 novembre 1939 inviata al professore siracusano Sebastiano Aglianò, è in ansia per le decisioni ministeriali che possono impedire l’edizione in volume di ‘Conversazione in Sicilia’ – così come era accaduto per il romanzo ‘Il garofano rosso’, pubblicato a puntate nel 1933-’34 sulla rivista “Solaria”, ma con tagli e correzioni imposti dalla censura fascista che ne bloccò l’uscita nel 1938 per motivi moralistici: “’Conversazione in Sicilia’ non uscirà tanto presto in volume. Vi sono delle difficoltà di censura da superare, e poi voglio correggere molte cose. Che posso fare dunque?”
E ancora in una lettera dell’11 febbraio 1940: “‘Conversazione in Sicilia’ è sempre in mano al Ministero per il permesso di pubblicazione. Se il permesso arriva, correggerò e pubblicherò. Ma passeranno parecchi mesi prima di poterlo pubblicare”. Poi il nullaosta necessario per la pubblicazione arriva grazie al funzionario del ministero della Cultura popolare, il sopra citato Gherardo Casini ammiratore di Vittorini, e così il 1° marzo 1941 esce in poche copie presso l’editore fiorentino Parenti Nome e lagrime, che comprende Conversazione in Sicilia e il racconto che dà il titolo e apre il volume, come a volere camuffarne il vero contenuto, che trasfigura in narrazione lirica e simbolica la delusione e la crisi politica ed esistenziale dell’autore successive alla guerra di Spagna.
Qualche mese dopo l’opera è ristampata da Bompiani con il titolo originario. Accolto dai critici, dagli scrittori e dai lettori con giudizi generalmente positivi, il libro di Vittorini, una sorta di diario del ritorno in Sicilia, al proprio paese, presso la madre di un intellettuale in preda “ad astratti furori” per il genere umano perduto, incontra un buon successo di pubblico e attira perciò l’attenzione dei giornali più diffidenti verso l’inquietudine sociale del letterato siracusano. Come “L’Osservatore Romano”, che – secondo quanto riferisce Vittorini alla giornalista inglese Kay Gittings – giudica Conversazione in Sicilia un libro “deleterio ai sentimenti nazionali e alla morale fascista”. Mentre sulla stampa del regime le conversazioni tra un figlio e sua madre, a proposito di una relazione extraconiugale di quest’ultima, suscitano scandalo nell’anonimo estensore di un editoriale intitolato “Una sporca conversazione”, apparso su “Il Popolo d’ Italia” del 30 luglio 1942. Qui l’anonimo autore dell’editoriale definisce Conversazione
in Sicilia un libro ‘pornografico’. Poi riassume a modo suo alcune parti del romanzo: “Un giovane siracusano, dopo molti anni di assenza dal paese natio, vi ritorna a rivedere la propria madre quasi dimenticata. Lo inducono a questo ritorno due motivi principali: un biglietto a riduzione e la noia. Giunto al cospetto della madre, il giovane (…) chiede a costei che cosa ha fatto durante la sua assenza e cioè se è stata “al vallone con qualcuno” perché – egli pensa – non sarà stata sempre in cucina. Per sua gioia, quella “vecchia” di sua madre è stata proprio al vallone, e più volte e con più di qualcuno – con un pezzente, col compare… fra gli altri, s’intende c’era stato posto anche per il marito. Colmata la lacuna della propria curiosità, il giovane accompagna la madre a visitare le conoscenti, le quali, tanto per fare cosa grata al ragazzo che le brama e alla donna che le prega, lietamente si offrono”. E infine conclude: “È forse con queste opere che, dopo vent’anni di Fascismo, ci prestiamo a far grande l’Italia anche nel campo dello spirito?”
Probabilmente, più che la critica di Vittorini al militarismo e all’imperialismo del regime o l’allusione alla lotta antifascista, fu l’editoriale “Una sporca conversazione” che fece scattare il sequestro del romanzo, nel momento in cui questo aveva avuto tre ristampe e consacrava il prestigio dello scrittore presso i lettori più colti e politicizzati.
Lorenzo Catania

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