sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Putin, la Germania
e l’opportunismo di Renzi
Pubblicato il 16-02-2016


Il termine impero può assumere due significati, il primo dei quali esprime una semplice organizzazione politico-amministrativa, nel senso più empirico del termine. In questo caso, l’impero resta estraneo alle culture e alle tradizioni specifiche dei vari popoli in esso raccolte resta estraneo; esso si comporta nei confronti dei popoli che lo compongono come lo Stato agnostico del liberalismo rispetto ai singoli, ai quali lascia la libertà di fare quel che vogliono, purché il valore della libertà economica (nel duplice senso di “libertà di” e di “libertà da”) in astratto sia rispettato.

Il termine impero può anche esprimere una unità culturale profonda, la cui dimensione spiega perché esso tenda a conservarsi e a sopravvivere, sia pure virtualmente, anche dopo la sua caduta fisica. In questo caso, l’essenza dell’impero sta infatti nella sua irriducibilità alle semplici categorie giuridiche dell’organizzazione politico-amministrativa della prima accezione.

Inoltre, l’impero inteso in questo secondo significato implica una sfera d’influenza su tutti gli Stati al loro esterno, quando siano percepiti come portatori degli stessi valori sui quali esso è fondato. Gli Stati Uniti d’America e la Confederazione degli Stati Indipendenti (cioè la Russia attuale, erede di gran parte delle Repubbliche dell’ex URSS), sia pure con riferimento a valori diversi, rientrano in questo paradigma. Nel caso della Russia, dover vivere da impero, ma sperimentare il mancato riconoscimento delle sue aspirazioni imperiali da parte di altre potenze avvertite come ostili, costituisce il dramma del suo attuale gruppo dirigente, guidato da Vladimir Putin; questi è costretto spesso a fare ricorso ad “azioni di forza”, nonostante abbia al suo fianco il capo della Chiesa ortodossa, Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, non riesce a superare le frustrazioni causategli dalle potenze concorrenti. Tali azioni non valgono però a legittimare le sue pretese sul piano delle relazioni internazionali, costringendolo a subire l’effetto delle ritorsioni, sotto forma di sanzioni economiche, talvolta somministrate alla Russia da parte di quelle potenze avvertite, non del tutto infondatamente, come si è detto, ostili.

Il dramma della Russia attuale e della politica estera del suo gruppo dirigente è da ricondursi all’atavica debolezza della sua struttura produttiva. Dopo il crollo dell’URSS, a partire dal 2000, in coincidenza con l’avvento al potere di Vladimir Putin, il tasso medio di crescita è stato pari al 7%, supportato essenzialmente dall’aumento del prezzo delle risorse energetiche esportate; la crescita si è interrotta, però, a seguito della crisi dell’economia mondiale scoppiata nel 2007/2008, sino a far marcare, secondo stime riferite al 2015, un valore negativo pari al 3,8%.

Le informazioni sulle grandezze macroeconomiche, riportate da Gian Paolo Caselli nell’articolo “All’economia russa serve una svolta che non arriverà” (“Limes”, 1/2006), evidenziano con chiarezza la situazione della crisi attuale: l’inflazione nel 2015 è stata pari al 15%, determinando un drastico taglio del potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, una contrazione del 13% degli acquisti al dettaglio, quindi causando un peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Inoltre, gli investimenti sono diminuiti, e con essi la spesa pubblica, per via della dipendenza degli uni e dell’altra dalle imposte sulle esportazioni delle risorse energetiche. Solo un dato risulta positivo; è quello riguardante il basso livello della disoccupazione che, secondo stime dell’Osservatorio Internazionale del lavoro, è stabilizzato intorno al 5,5% della forza-lavoro; è un dato però solo apparentemente positivo, in quanto spiegabile con la politica delle attività produttive russe, che preferiscono tagliare i salari, ridurre gli orari di lavoro e posticipare i pagamenti, piuttosto che espellere forza-lavoro occupata.

Le previsioni per il 2016 sono ancora più amare, in quanto, oltre agli effetti generali delle sanzioni (in realtà, non del tutto insopportabili), l’economia russa è destinata a subire l’esito del calo del prezzo delle risorse energetiche esportate (petrolio e gas). Il problema per Mosca è reso ancora più preoccupante dalle regole comunitarie adottate per impedire che l’esportazione del gas russo nei Paesi europei sia usato prevalentemente per scopi politici; fatto, quest’ultimo, denunciato dalla Polonia e dai Paesi baltici, per aver subito a scopi ritorsivi gli effetti della pratica russa della maggiorazione del 21% rispetto alla media dei prezzi di vendita del gas.

Per aggirare gli ostacoli comunitari, Mosca ha deciso di abbandonare la costruzione del gasdotto “South Stream”, che avrebbe dovuto assicurare la continuazione delle forniture di gas all’Ucraina e il potenziamento di quelle ai Paesi balcanici, e di raddoppiare il gasdotto “North Strema”, sulla base di un accordo che Gazprom (la più grande compagnia gasiera russa) ha siglato con la società energetica tedesca BASF. Al progetto hanno successivamente aderito numerose altre società energetiche austriache, olandesi e francesi, col preciso scopo di garantire, attraverso il punto di arrivo del nuovo gasdotto alle frontiera tedesca, le forniture del gas russo a tutti i Paesi che contano nell’Unione Europea. In tal modo, complice la Germania, la Russia tende ad aggirare gli ostacoli comunitari, insorti dopo la denuncia polacca e dei Paesi baltici, concentrando la fornitura del gas alla frontiera tedesca, per agli operatori petroliferi dell’Unione Europea; così, a differenza di quanto avviene con il gasdotto “North Stream” già operante, nella gestione del quale compare direttamente anche Gazprom, saranno le società energetiche europee a provvedere alla distribuzione del gas russo agli utilizzatori.

In altre parole, il raddoppio del gasdotto “North Stream” consentirà di trasformare l’accorso originario da tedesco-russo in euro-russo, così da evitare le critiche polacche e dei Paesi baltici. A prescindere dal fatto che, disattendendo le sanzioni che le potenze occidentali avevano deciso di somministrare alla Russia di Putin dopo l’annessione dell’Ucraina, la Germania possa diventare il centro di smistamento del gas russo all’interno dell’area comunitaria, va sottolineata la mancata partecipazione dell’Italia al complesso gioco della ricerca degli equilibri energetici, destinati a pesare sull’andamento dell’economia nazionale nei prossimi anni; per tanto tempo nel nostro Paese si è sostenuto che il raddoppio del gasdotto “North Stream”, non avrebbe presentato alcun vantaggio per l’Italia e che, al limite, avrebbe potuto rivelarsi solo penalizzate.

Il governo Renzi si è schierato solo strumentalmente sul fronte del no, per polemizzare con la Merkel, forse per ottenere qualche concessione in più sul fronte dei conti pubblici, e per accusare la Germania di doppio gioco, essendosi schierata a favore del “raddoppio” e non avendo fatto altrettanto contro la decisione russa di abbandonare la costruzione del gasdotto “South Stream”, che avrebbe dovuto servire l’area del Mediterraneo. Incongruentemente, però, l’Italia ha cessato di opporsi al “raddoppio”, soprattutto per via del fatto che l’ENI di Scaroni, facendo un favore a Mosca, ha approvato la giustificazione russa di abbandonare la costruzione del “South Stream”, per via degli alti costi che questa avrebbe comportato. Al contrario, il governo Renzi, quasi “folgorato sulla via di Damasco”, si è convinto della necessità di tentare, facendosi raccomandare dai russi, l’inserimento delle imprese energetiche italiane nel novero di quelle che distribuiranno il gas russo, importato all’interno dell’Unione Europea con il raddoppio del “North Stream”.

Al riguardo viene giustamente fatto osservare che in geopolitica, per fruire dei vantaggi delle iniziative portate avanti da altri Paesi, l’Italia non deve farsi raccomandare da terzi, ma deve essere tra i promotori delle iniziative; è questa la sola via che può assicurare prestigio e rispetto nelle relazioni internazionali, evitando di dover sottostare al vincolo di non dispiacere ad alcun Paese egemone, nella conduzione del governo degli interessi di casa propria.

Gianfranco Sabattini

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