sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le “forze contrarie”
stampelle del capitalismo
Pubblicato il 26-02-2016


Per sopravviver il capitalismo ha bisogno di “forze che spingano in direzione opposta” rispetto alla sua direzione di marcia. E’, questo, l’assunto sul quale Wolfgang Streeck (“Il capitalismo morirà per overdose”, in “Micromega” n. 5/2015) fonda una sua previsione circa il modo in cui il capitalismo, inteso non tanto come sistema di produzione, ma come modello di vita, supererà se stesso. Lo svolgimento di tutto il discorso di Streeck è accattivante; ha però il difetto d’essere utopistico.

Secondo il sociologo tedesco, è oggi diffuso il convincimento che il sistema capitalista versi in uno stato di crisi irreversibile, mentre è poi solo l’ultima delle tante in cui esso è caduto negli ultimi quarant’anni e che si sono rivelate sempre più gravi e difficili da superare. “L’inflazione globale degli anni Settanta è stata seguita dalla crescita del debito pubblico degli anni Ottanta, mentre le politiche di risanamento degli anni Novanta sono state accompagnate da un drastico aumento dell’indebitamento privato”. Le situazioni di crisi che si sono succedute sono state percepite sempre di più come eventi dagli effetti, non solo di natura economica, ma anche di natura sociale.

I sintomi del trend progressivamente negativo del declino della società capitalista sono diversi, i principali dei quali, secondo Streeck, sono la diminuzione costante del tasso di crescita economica, l’aumento del livello dell’indebitamento complessivo dei principali Paesi ad economia capitalista e le sempre più larghe ed approfondite disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Il rischio cui è esposta nell’immediato qualsiasi azione volta a porre rimedio al persistere dei sintomi negativi descritti è la possibilità che questi si rafforzino a vicenda, inserendo il futuro del capitalismo in un “circolo vizioso” senza fine. Può – si domanda Streeck – questo processo di declino durare in eterno? Esistono delle forze contrarie in grado di opporsi al suo inesorabile svolgersi? E cosa potrà succedere se tali forze mancheranno di agire, come ormai sta accadendo da quarant’anni?

La risposta agli interrogativi può essere trovata considerando l’evoluzione della crisi del capitalismo come un processo costante di declino e non come un succedersi di crisi congiunturali. Una cosa è uscire da una situazione congiunturalmente negativa, ben altra cosa, afferma Streeck, è “interrompere una concatenazione di tendenze di lungo periodo intimamente intrecciate tra loro”. Se si assume che la crescita sempre più contenuta, le disuguaglianze sempre più ampie e il debito sempre più alto non possono essere sostenuti indefinitamente, diventa plausibile pensare che tali tendenze segnalino una crisi sistemica del capitalismo e un possibile prossimo rovesciamento della situazione.

Ciò è reso ancor più probabile dal fatto che il processo di declino del capitalismo ha anche affievolito la democrazia, intesa come forma di controllo del funzionamento del sistema economico. Tra capitalismo e democrazia vi è sempre stato un rapporto tendenzialmente conflittuale; ma, dopo il secondo conflitto mondiale, è stata realizzata un’apparente “riconciliazione”, più per via dell’esistenza del mondo bipolare della guerra fredda, che per il reale convincimento che le libertà democratiche potessero risultare “inseparabili dalla libertà dei mercati e dalla ricerca del profitto, e addirittura dipendenti da essi”. La legittimazione della democrazia postbellica si fondava sull’assunto secondo il quale gli Stati potevano intervenire nei mercati, per correggere gli esiti negativi del loro funzionamento nell’interesse della collettività; ma decenni di crescita delle disuguaglianze hanno messo in crisi il rapporti tra capitalismo e democrazia, rendendo impotente l’azione regolatrice degli Stati e favorendo la sostituzione del keynesismo postbellico con l’hayekismo neoliberista: “da una formula politica che considerava la crescita economica – afferma Streeck – come il risultato di una redistribuzione dall’alto verso il basso si è passati ad un’altra che si aspetta nuova crescita dal trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto”.

Streeck è del parere che, con il persistere del processo di declino sistemico del capitalismo, sia giunto il momento di “considerare il capitalismo alla stregua di un fenomeno storico, che come tale può avere non solo un inizio ma anche una fine”; se il capitalismo è inteso in questo senso, diventa possibile “abbandonare definitivamente alcuni modi fuorvianti di concepire il cambiamento sociale ed istituzionale”. Per capire come il capitalismo possa evolvere sino al supermanto di se stesso, Streeck propone di “concepire la fine del capitalismo senza doversi assumere la responsabilità di sapere con cosa vogliamo sostituirlo”; ciò perché l’idea che il capitalismo possa essere superato solo quando sarà possibile intravedere “un altro tipo di società migliore di quella attuale e un soggetto rivoluzionario in grado di farla funzionare per il bene dell’umanità è un pregiudizio marxista o, meglio, un pregiudizio tipico dell’epoca moderna”. Questo pregiudizio, secondo Streeck, presuppone un livello di controllo politico “sui nostri comuni destini che non possiamo minimamente sognarci dopo che la rivoluzione neoliberista e globalizzatrice ha distrutto la nostra capacità di azione collettiva e la stessa possibilità di sperare in essa”.

Sreeck ritiene che il capitalismo possa invece autosuperarsi, scavandosi “la fossa da solo”, nella misura in cui la sua evoluzione avvenga con l’eliminazione di tutte le forze antagoniste; ciò consente di concepire la fine del capitalismo come processo, piuttosto che come un evento. Il capitalismo, privo di qualsiasi opposizione interna, rimane in balia dei propri meccanismi; esso perciò andrà incontro ad una morte “per overdose di se stesso”, le cui conseguenze saranno, secondo il sociologo tedesco, tutte nefaste per la sua sopravvivenza; la più grave di queste conseguenze è l’anarchia globale che determina la sua disarticolazione, in quanto privo di un Centro” in grado di assicurargli l’ordine della periferia, dotandola di un regime monetario credibile,

Sino agli anni Venti il ruolo di Centro ordinatore è stato svolto dalla Gran Bretagna e dal 1945 fino agli anni Settanta dagli Stati Uniti. Questi Paesi, però, non sono più all’altezza del ruolo che hanno svolto in passato, mentre un ordine mondiale multipolare è di là da venire ed è poco probabile possa avere successo la ricerca sul piano internazionale di un’alternativa nella forma di un “paniere valutario”, se non altro per la resistenza che gli Stati Uniti saranno sempre disposti ad opporre alle pretese di chiunque voglia ridimensionare il “peso” del dollaro nel regolare le relazioni economiche internazionali

Persistendo lo stato di incertezza globale, nell’attesa di potersi liberare del capitalismo per via dei limiti interni alla sua dinamica, non resterà al mondo che attendersi un succedersi di crisi regionali; anche se non avranno l’intensità e la profondità del crollo globale degli anni Trenta, queste crisi avranno però l’effetto di mettere a dura prova la conservazione di una pace globale, nell’attesa della catarsi che ci libererà dalle preoccupazioni di un capitalismo non più in grado di assolvere alle promesse che in passato erano valse a legittimarlo sul piano sociale.

La narrazione di Streek sul declino sistemico del capitalismo è condivisibile; ciò che solleva perplessità e dubbi è la sua proposta di concepire la fine del capitalismo senza che il mondo sappia con cosa deve sostituirlo. E’ senz’altro vero che la rivoluzione neoliberista ha imposto una sorta di pensiero unico, che ha distrutto o notevolmente affievolito la capacità degli uomini di criticare l’esistente, nonché la capacità di agire collettivamente a fronte del ricorrente verificarsi di situazioni di crisi economiche, sociali e politiche; ma è utopistica la convinzione millenaristica di Streeck, che il capitalismo possa autoestinguersi “per overdose”, perché il mondo possa godere di uno stato in cui regni sovrana la giustizia e tutti i mali inerenti alla condizione umana siano eliminati.

Se, oltre al capitalismo, si considera, nel senso di Streeck, anche il pensiero unico dominante come fenomeno storico, a questa forma di pensiero il mondo può porre rimedio. Certo, non affidandosi alla speranza che esso possa essere superato per sua propria estinzione, ma riappropriandosi consapevolmente della capacità di controllo politico dei fenomeni sociali; se non altro, al fine di realizzare, usando una distinzione di James Meade, non l’utopia di un “luogo perfetto” raggiunto attraverso una casualità evolutiva di incerto significato, ma un “buon luogo dove sia conveniente vivere”, all’interno del quale risolvere “al meglio” i problemi sociali che il capitalismo finanziario sta continuamente creando.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Molto interessante! L’impoverimento della classe media, almeno di quella occidentale, potrebbe essere la causa di disordini sociali oppure di un risveglio di rivendicazioni nei confronti della latitanza o dell’incapacità della classe politica di prendere decisioni necessarie a fermare questo declino. La bulimia del capitalismo finanziario, più che auto-distruggersi, potrebbe scatenare la reazione dei “derubati” con sperabili conseguenza di riequilibrio. Mi sembra inconcepibile che i partiti socialisti europei non si decidano a prendere posizioni. Il PSI potrebbe però elaborare qualche idea politica “non allineata” e proporla all’attenzione del PSE e farne oggetto principale della propria linea politica. L’ultimo paragrafo dell’articolo, dovrebbe essere il titolo del progetto da elaborare. Prof. Sabattini, perché non prendere l’iniziativa?
    Paolo Grassi Seg. prov. Como psi

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