venerdì, 27 maggio 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia, Gentiloni scarta l’opzione militare
Pubblicato il 24-02-2016


“La soluzione” della crisi libica “non è in improbabili spedizioni militari, ma nel contribuire alla stabilizzazione del Paese: serve un governo che sia un interlocutore per la comunità internazionale”. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni lo ha detto nel corso di una risposta a una domanda della capogruppo socialista Pia Locatelli, durante il Question Time alla Camera.

Libia Isis SabrataLa situazione libica sta assumendo contorni di urgenza e drammaticità per la pressione militare delle milizie dell’Isis, che contano di stabilirvi la sede dell’autoproclamato Califatto dopo le recenti sconfitte militari in Siria, e per la estrema difficoltà di concretizzare gli accordi raggiunti due mesi fa in Marocco per la formazione di un Governo unitario di emergenza nazionale.
“Cerchiamo di tenere distinti da un lato gli impegni e le attività che l’Italia può svolgere per prevenire e contrastare la minaccia terroristica dalla soluzione per la Libia”, ha aggiunto Gentiloni sempre rispondendo alla parlamentare socialista (qui i testi).

Il Question Time ha coinciso con una serie di notizie che confermano la complessità e la pericolosità della crisi libica. A Tobruk, sede del Governo riconosciuto dalla comunità internazionale, oltre 100 parlamentari hanno denunciato le minacce cui sono stati sottoposti per impedirgli di partecipare alla votazione (rinviata a lunedì per mancanza del numero legale) per il varo del Governo di riconciliazione. Per la fiducia al Governo sarebbero necessari 134 voti su un totale di 200, ma ci sono gruppi consistenti che hanno già dichiarato la loro contrarietà compresi alcuni parlamentari vicini al generale Khalifa Haftar, l’‘uomo forte’ di Tobruk, teleguidato dal Cairo, che si oppone in particolare alla nomina di Al-Mahdi al-Barghathi, a ministro della Difesa e alla figura scelta per il ruolo di Capo di Stato Maggiore. Ci sono poi altre resistenze su Mohamed al-Taher Siala, scelto per guidare gli Esteri, che non piace al Governo filo islamico di Tripoli. Insomma la lista dei ministri appare tutt’altro che definita.

Nello stesso tempo la stampa francese ha confermato la presenza attiva di alcune centinaia di militari inviati da Parigi per contrastare sul terreno le milizie di Daesh (la denominazione araba dell’Isis, ndr) e questo all’indomani delle notizie sull’uso, da parte di Washington, di Reaper (velivoli comandati a distanza ma, a differenza dei Droni usati per lo spionaggio, pesantemente armati, ndr) partiti dalla base di Sigonella, nei bombardamenti contro le postazioni degli uomini del califfato. Sembra che l’Isis abbia infatti di molto accresciuto la sua presenza nel Paese e di essersi insediata a Sabrata nonostante il bombardamento americano della scorsa settimana. Secondo fonti dell’intelligence Usa, riportate dal New York Times, l’Isis avrebbe più che raddoppiato il numero di combattenti presenti nel Paese, passando da 3mila a 6.500.

La difficoltà di ottenere un risultato nella formazione di un Governo di riconciliazione, sta rafforzando la posizione di quanti sostengono che comunque occorre rafforzare l’impegno militare senza attendere una ‘richiesta’ libica. Anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, rispondendo ieri alle domande sull’uso dei reaper partiti da Sigonella, ha detto che “se ci sono iniziative contro terroristi e potenziali attentatori dell’Isis, l’Italia farà la sua parte insieme con gli alleati” mettendo così in secondo piano l’opzione diplomatica. Di certo il ruolo dell’Italia appare cruciale, se non altro per le strutture aeroportuali indispensabili a condurre una campagna aerea su vasta scala.

Un reaper in azione

Un reaper in azione

Anche il lasciar trapelare l’ineluttabilità di una missione militare è un modo però per premere sugli attori principali della crisi libica e sui loro alleati esterni.

In questo senso potrebbe essere letta anche l’intervista rilasciata oggi dall’ex Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini al Corriere della Sera, che cita tra le possibili soluzioni alla crisi quella di una tripartizione della Libia, facendola tornare alla situazione antecedente l’occupazione italiana di un secolo fa; tre entità principali, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, come quando c’era l’amministrazione ottomana. Nodo cruciale diverrebbe la Tripolitania in mano alla coalizione di islamici, più o meno moderati, dove si trovano le maggiori installazioni petrolifere e le infrastrutture chiave, declassando di importanza il parlamento di Tobruk a vantaggio di quello di Tripoli.

Insomma, le pressioni diplomatiche per arrivare alla nascita di un Governo in Libia che dovrebbe a sua volta chiedere il sostegno, anche armato, della comunità internazionale – e su cui l’Italia ha puntato molte delle sue carte – sembrano segnare il passo mentre, al contrario, la situazione militare sul terreno sembra evolversi rapidamente.

Nella sua domanda Locatelli, anche prendendo spunto dalle recentissime notizie aveva chiesto al ministro cosa l’Italia si proponesse di fare per ‘convincere’ il riluttante Parlamento di Tobruk a varare finalmente il governo e nel caso di un insuccesso diplomatico, se c’è un piano ‘B’ per proteggere gli interessi strategici del nostro Paese che non sono, come si potrebbe credere solo quelli legati alle attività petrolifere, ma anche quello di proteggerci dalla presenza dell’Isis a poche decine di miglia marine dai nostri confini e su questo Gentiloni è stato evasivo pur riconoscendo che “abbiamo bisogno di un Paese stabile, di un interlocutore di governo che consenta all’Italia e all’Europa di gestire i flussi migratori, combattere il terrorismo e i trafficanti di esseri umani”.

“Il ministro Gentiloni – ha risposto a sua volta Locatelli – ha risposto chiaramente e in maniera convincente escludendo ‘improbabili’ opzioni militari per la soluzione libica. Non ci ha invece risposto su quali mezzi si intendono usare nel contrasto a Daesh, opzione strategica oltre che morale, per la difesa dei nostri interessi legittimi”.

Il tempo della diplomazia sta per scadere, gli Usa hanno già dimostrato di non voler più aspettare e così i francesi, peraltro già responsabili con gli inglesi della caduta di Gheddafi senza una soluzione di ricambio. Perfino l’Eni sembra galleggiare sulla crisi grazie ad accordi diretti con le milizie locali, resta da capire cosa faremo noi a meno di non correre il rischio di accodarci a quanto faranno gli altri.

Armando Marchio

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