lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia, intervento imminente e l’Italia sarà in prima linea
Pubblicato il 03-02-2016


Dopo il vertice romano promosso da Kerry è iniziato il conto alla rovescia per l’annunciato intervento militare in Libia, esso sarà richiesto dal Governo legittimo guidato dal primo Ministro Al Farraj che presumibilmente entro la fine della settimana dovrebbe ricevere il sostegno anche dal parlamento di Tobruk qualora fosse integrata anche la presenza significativa del Generale Al Haftar, l’uomo forte al Comando generale dell’Esercito e fortemente sostenuto dagli egiziani.

isisQuali sono le ragioni addotte per replicare, di fatto, nuovamente un intervento militare occidentale nella vicina nazione nordafricana?

Innanzitutto le condizioni di insicurezza che sono vieppiù accresciute nel triennio post Gheddafi trascorso fra una sanguinosa guerra civile ed una instabilità cronica simbolicamente rappresentata da due governi contrapposti in Tripolitania e Cirenaica entrambi auto-proclamatisi legittimi, ma incapaci di restituire al Paese una cornice statuale accettabile.

L’instabilità politica e la insicurezza territoriale hanno aperto la strada alla formazione sempre più copiosa di clan armati oggi riuniti sotto la sigla della multinazionale del terrore dello Stato Islamico o Daesh che dir si voglia.

La vera posta in gioco sono quei 48 miliardi di barili di petrolio così ambiti dalle potenze internazionali e quei pozzi che ancora oggi sono strategici per il nostro Paese che ha mantenuto attraverso l’ENI anche nelle difficili condizioni il proprio controllo e la propria influenza.

L’Italia, mantenuta ai margini durante il rovesciamento di Gheddafi voluto dalle multinazionali petrolifere inglesi e francesi – gli esecutori materiali dell’assassinio dell’ex Rais libico – oggi sta assumendo per volere americano un ruolo centrale.

Dopo aver mancato il ruolo guida nell’ambito della mediazione politica delle Nazioni Unite, assegnato prima ad uno spagnolo e poi ad un tedesco, oggi è in prima fila nella richiesta di sovraintendere alle operazioni militari attraverso le nostre navi, i nostri caccia per la ricognizione ed il bombardamento ed attraverso i nostri corpi speciali che i rumour vogliono già sul terreno per indicare gli obiettivi da colpire e le insidie da evitare per un eventuale missione a terra.

Naturalmente il linguaggio felpato o inesperto di chi oggi ha le redini del comando politico non ha ancora esplicitato l’ordine ed il grado dell’impegno italiano, tuttavia esso non solo si renderà inevitabile avendone gli alleati principali americani fatto richiesta da più tempo e con insistenza, ma anche perché la minaccia reale e persistente al territorio ed agli interessi generali appaiono crescenti.

La strategia di Daesh, differentemente da quella adottata in Siria e Iraq, non è quella di conquistare le fonti energetiche – non sarebbero in condizione di poter commerciare il greggio direttamente ai Paesi amici, e di fatto alleati, come la Turchia senza conquistare tutto il territorio, condizione questa assai difficile essendo le unità presenti in Libia insufficienti per una vittoria larga e definitiva – ma bensì è quella di adottare la strategia della ‘terra bruciata’ ovvero di minacciare direttamente i siti petroliferi incendiando e intimorendo direttamente il personale al lavoro negli impianti.

È stato sufficiente il diffondersi della notizia del summit romano affinché consistenti fette della popolazione dell’ovest libico si ammassassero alla frontiera tunisina in cerca di un riparo, aumentando quindi la già importante diaspora dei libici nel Paese vicino (l’unico ad aver mantenuto aperte di fatto le frontiere diversamente da ciò che hanno fatto, e per tempo, Algeria ed Egitto) che si calcola presente in più di 800 mila profughi.

Un intervento militare occidentale avrebbe dovuto ricevere un consenso di massima dai Paesi più interessati ad un conflitto bellico alle proprie frontiere, ma così non è stato. Nella riunione romana vi erano difatti rappresentanti della Lega Araba, Giordania, Iraq ed altri, ma erano vistosamente assenti Algeria, Tunisia e Marocco in qualche modo i più diretti interessati alla vicenda e che hanno già espresso una significativa contrarietà ad una nuova avventura militare paventando conseguenze negative su scala internazionale per il diffondersi di un’ulteriore spinta anti-occidentale e per il rischio di un contraccolpo economico ed umanitario nelle loro regioni.

Il dado tuttavia sta per essere tratto. L’intervento contro i gruppi islamici armati è imminente e l’Italia che è in prima fila, presto o tardi dovrà uscire allo scoperto e la politica dovrà parlare il linguaggio della verità, cosa che fino ad oggi ha evitato di fare.

Bobo Craxi

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