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Opinioni e commenti
 

Liste, listini e listoni
Pubblicato il 12-02-2016


Liste, listoni, listini. Partiti, partitoni, partitini, movimenti, associazioni. Nelle elezioni per i sindaci di giugno se ne vedranno di tutti i colori. A Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e Cagliari, le principali città nelle quali si voterà, potrà accadere di tutto mentre centrosinistra, centrodestra, centristi, sinistra, destra, cinquestelle rischiano di sfarinarsi in mille liste civiche diverse in contrapposizione o in caotica alleanza.

“Scomporre per ricomporre”. Gianni De Michelis si lanciava contro «questo bipolarismo bastardo». Era il 2002, allora De Michelis era segretario del Nuovo Psi, contestava gli assetti e la politica della Seconda Repubblica, gli andava stretta l’alleanza con Silvio Berlusconi, proprietario di Fininvest e Mediaset, il leader dell’”invincibile armata” del centrodestra che in quel periodo era all’apice del potere. Difatti l’ex ministro degli Esteri nel 2007 aderì alla costituente socialista promossa da Enrico Boselli, il segretario del Psi schierato con il centrosinistra. Tuttavia fu un disastro. Il Psi nelle elezioni politiche del 2008 restò un micro partito: ottenne appena l’1% dei voti, meno della metà di quanto ne raccoglievano in precedenza le due liste socialiste separate.

Era un segno della polverizzazione del sistema politico italiano. Da allora la situazione si è aggravata, sono molte decine i partiti e i partitini. Persino i più navigati giornalisti parlamentari fanno fatica a non perdere l’orientamento, per il continuo cambiamento della mappa dei partiti e dei gruppi alla Camera e al Senato.

Scissioni e addii a catena hanno fatto saltare gli equilibri usciti dalle elezioni politiche del 2013, quelle della “non vittoria” del Pd di Pier Luigi Bersani, del trionfo del M5S fondato dal comico Beppe Grillo e dell’affermazione di Scelta Civica creata dal tecnico Mario Monti. È mutato quasi tutto. Basta dare un’occhiata all’ondata di “migrazioni”: a Montecitorio il Gruppo Misto presieduto da Pino Pisicchio è salito a ben 63 deputati, è diventato la terza forza subito dopo Pd (301 deputati) e M5S (91) e prima di Forza Italia (54), per le rotture subite dai principali partiti. È tumultuosa e permanente la lievitazione del numero dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato: sono circa 20 compresi i sotto gruppi di quello Misto.

Tra le ultime novità c’è Sinistra italiana, nata a novembre dalla fusione di Sel con parlamentari della minoranza usciti dal Pd (come Stefano Fassina). Le scissioni continue di Forza Italia hanno prodotto il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto, Alleanza liberalpopolare autonomie di Denis Verdini. L’implosione di Scelta Civica ha generato Democrazia solidale-Centro democratico, oltre ad un massiccio esodo di parlamentari verso il Pd di Matteo Renzi. Il “magnete” Renzi ha attirato anche diversi parlamentari di Sel. Altra novità degli ultimi mesi è Alternativa Libera-Possibile, il nuovo gruppo formato da ex cinquestelle ed ex Pd guidati da Pippo Civati. Si chiama Fare!, invece, il gruppo di ex parlamentari leghisti di Flavio Tosi.

Ci sono partiti dei quali si è quasi persa la memoria: a sinistra, a destra, al centro. È il caso dell’Italia dei valori dell’ex pm Antonio Di Pietro, abbandonata dal suo fondatore e ridotta al lumicino. Ci sono partiti con grandi ambizioni, ma puniti dalle urne e scomparsi appena nati come l’Api di Francesco Rutelli e Futuro e Libertà di Gianfranco Fini. C’è l’Udc di Pier Ferdinando Casini in apnea, rimasta con un pugno di parlamentari. C’è La Destra di Francesco Storace che non riesce a decollare. È apparsa, ma è naufragata nelle urne, Rivoluzione Civile dell’ex pm Antonio Ingroia.

È stata annunciata più volte e mai sorta Italia Futura di Luca di Montezemolo, ex presidente della Fiat, della Ferrari, della Confindustria e adesso presidente dell’Alitalia. Ma gli imprenditori continuano ad essere sedotti dalla politica. Corrado Passera, ex amministratore delegato di Banca Intesa e già ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture del governo tecnico di Monti, sta lavorando a Italia Unica. Diego Della Valle, presidente e amministratore delegato di Hogan e Tod’s, vuole mettere in pista Noi Italiani («Non è un partito politico, è un’associazione»).

Da oltre vent’anni, da quando nel 1994 nacque la Seconda Repubblica basata sul meccanismo elettorale maggioritario e bipolare, si cerca invano di recuperare la stabilità combattendo la frammentazione politica. Nella Prima Repubblica, seppure si votava con il sistema proporzionale, c’erano pochi partiti ampiamente rappresentativi della società. Alla Camera sedevano i deputati solo di 7 gruppi: Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli, Pri, Msi. Alle volte si poteva arrivare a 8-9 con partiti di estrema sinistra come Dp e con il Pr di Marco Pannella. I governi potevano cambiare ma la Dc, egemone sul sistema politico italiano, assicurava stabilità e continuità. Adesso i gruppi e i sotto gruppi sono raddoppiati.

Le varie leggi elettorali maggioritarie della Seconda Repubblica, smentendo gli obiettivi dichiarati, non hanno garantito né la stabilità dei governi né l’eliminazione della frammentazione politica. Anzi, il numero dei partiti, partitini e micro partiti, si è impennato a livelli impensabili. Quando Marco Follini, lasciata l’Udc, nel 2006 fondò l’Italia di Mezzo e proclamò nell’assemblea di Napoli: «I due poli sono un problema per il Paese…Il centro ha bisogno di esserci». Enrico Lucci, di Striscia la notizia, conquistò il palco e gridò: «Avete fondato l’ottantaseiesimo partito». Deve essere stata dura la ricerca per trovare quella cifra. Anche quel partito è stato cancellato. Ma ora, forse, nove anni dopo, è stato oltrepassato di molto anche quel traguardo stratosferico di 86 partiti in pista. Si prepara un diluvio di partiti e partitini.

Rodolfo Ruocco

 

 

 

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Il fenomeno del moltiplicarsi di “Liste, listoni, listini. Partiti, partitoni, partitini, movimenti, associazioni” è sicuramente complesso, e risente di tanti fattori, talché sarebbe a mio avviso sbagliata una sua eccessiva semplificazione, ma di fronte a questo “movimentato” scenario mi sembrerebbe abbastanza logico che le forze politiche che hanno alle spalle una propria storia, seppur travagliata, non debbano disfarsene, anche perché potrebbe pure succedere che l’elettorato, un po’ disilluso dalle tante novità, ritorni ad apprezzare chi è già stato messo alla prova, e ha saputo anche cavarsela non male, pur con ilimiti ed imperfezioni.

    Paolo B. 16.02.2016

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