venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ispi: l’Italia sia leader
nel Mediterraneo
Pubblicato il 18-02-2016


Mediterraneo

E’ stato recentemente presentato a Roma il Rapporto 2016 dell’ISPI, dal titolo “Le nuove crepe della governance mondiale. Scenari globali e l’Italia”. Al convegno è intervenuto anche il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha tratteggiato con estrema accuratezza l’attuale politica estera italiana.

Il rapporto dell’ISPI di quest’anno è dedicato al moltiplicarsi delle crepe politiche ed economiche nel consesso internazionale, che sta evidenziando l’inadeguatezza degli strumenti esistenti di governance mondiale. La mancanza o il ritardo di risposte concertate tra i principali Paesi in gioco approfondisce le fratture esistenti e rischia di crearne di nuove, come sta avvenendo negli ultimi mesi di fronte alla guerra civile siriana o alla crisi migratoria in Europa.

Sul terreno politico è continuata negli ultimi mesi l’implosione dell’ordine internazionale, tanto su scala globale quanto su scala regionale, e questo è avvenuto in particolare nel contesto euro-mediterraneo, che costituisce il quadrante obbligato della politica estera italiana. Inoltre le crisi del Medio Oriente e della sponda sud del Mediterraneo hanno investito direttamente l’Europa comunitaria. In primis con i flussi migratori e l’espansione della rotta balcanica in parallelo a quella marittima; poi con le incursioni terroristiche nel cuore dell’Europa, che hanno colpito la Francia, elevando il livello della minaccia anche in tutti gli altri Paesi europei. Infine, le crisi del Mediterraneo allargato hanno finito per mettere in evidenza la fragilità identitaria ed istituzionale dell’Europa, favorendo la proliferazione di risposte nazionali, che hanno messo a nudo crepe materiali e simboliche nella costruzione europea, tale da rovesciare l’immagine di spazio politico ed economico unitario coltivato enfaticamente a partire dagli anni Novanta.

Molto interessante l’intervento del Ministro Paolo Gentiloni, il quale ha evidenziato come ci troviamo in un contesto allarmante, visto l’accavallarsi di crisi internazionali che finiscono per avere conseguenze dirette anche in Europa. Rispetto al passato è dunque aumentata la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza di esercitare la politica estera. L’Italia appare in prima linea di fronte a queste sfide ma, secondo Gentiloni, il treno su cui ha viaggiato il Belpaese nel dopoguerra non esiste più: essere atlantici ed europeisti non è più sufficiente. Non è possibile ripercorrere sentieri già noti, perché semplicemente non esistono più le superpotenze in grado di imporre l’ordine mondiale. Viviamo dunque in un’epoca che è contemporaneamente post-sovrana ed iper-sovrana: post-sovrana perché alcune tematiche, come, ad esempio, quelle legate al mondo dell’economia e dell’ambiente, sono ormai di stampo globale e sovrastano i singoli Paesi; iper-sovrana perché è emersa negli ultimi anni una forte determinazione dei Paesi medi, e anche  di quelli piccoli, di fare politica estera ed esercitare una propria sfera di influenza sull’ordine mondiale.

In questo contesto, conta molto la dignità del singolo Paese, il suo status ed anche la sua auto-rappresentazione. Il Ministro ha quindi ricordato che l’Italia resta uno dei primi 10 Paesi al Mondo, tra i primi in Europa e che, proprio per difendere la dignità dell’Italia, oltre che per difendere la memoria di un nostro connazionale, per quanto riguarda il caso di Giulio Regeni, l’Italia non desisterà dinanzi all’Egitto fino a quando non sarà appurata la verità sull’omicidio del giovane ricercatore.

Continuando, Gentiloni ha ricordato come, se nel passato la minaccia veniva dai cosiddetti Evil States (gli Stati diabolici), oggi la minaccia è portata principalmente dai Failed States (Stati falliti). Gli Stati Uniti d’America non sono più in grado di esercitare il ruolo di poliziotti del mondo, nonostante dispongano del più imponente apparato militare della storia dell’umanità.  E questo non è dovuto, come alcuni sostengono, alla politica di disimpegno militare adottata da Obama. Altrettanto semplicistico è ricondurre le crisi in atto, con particolare riferimento all’intervento russo in Siria o in Ucraina, a vecchi schemi, quali la guerra fredda USA-URSS.

Dunque di cosa c’è bisogno nella politica estera italiana? Primo, occorre investire di più in difesa, cooperazione e diplomazia. Secondo, occorre focalizzarsi sul Mediterraneo, incluse le sue propaggini in Africa e Medio Oriente. Il Mediterraneo deve costituire il cuore della nostra politica estera, perché proprio in questa area ci sono le nostre maggiori potenzialità economiche: si pensi, ad esempio, alle recenti scoperte di idrocarburi in Egitto o alla nostra presenza in Libia ad opera dell’ENI; ma si consideri anche che l’Italia è il quarto partner commerciale dei Paesi del Mediterraneo, alle spalle di Stati Uniti, Germania e Cina; infine, si tenga presente che le potenzialità di sviluppo di questa area sono straordinarie,  nonostante tutte le crisi in atto.

Terzo, occorre essere presenti e propositivi in Europa. Il recente incontro tenuto a Roma dei sei Ministri degli Esteri dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, ha fatto emergere un sentire comune sull’esigenza di una risposta univoca ai flussi migratori. Non sarà facile far adottare all’Europa una sola politica, ma è importante che l’Italia coltivi su questo tema l’asse con la Germania, a cui potrebbe poi aggiungersi anche la Francia. L’alleanza di questi tre Paesi indurrebbe anche altri Paesi ad aderire e, seppure non fosse raggiunta l’unanimità in sede europea, potrebbe così essere assunta una decisione a maggioranza per gestire in modo univoco i flussi migratori.  Inoltre, in quello stesso incontro, si è discusso di una Europa a due velocità, con il Regno Unito fuori dalla cerchia ristretta. Ed è emerso che l’Eurogruppo può rappresentare un punto di partenza ma che occorre anche allargare la cerchia a Paesi non ancora facenti parti dell’area Euro, ma disposti a stringere legami più forti con gli altri Paesi europei.

Quarto, l’Italia deve ricercare e dare un contributo alla costruzione di un multilateralismo efficace. Un esempio positivo di questo multilateralismo è la risoluzione della crisi iraniana. Su altre crisi, tuttavia, come quella siriana o quella libica, non si è trovata ancora una quadra, stanti i prevalenti interessi nazionali dei tanti Paesi intorno a questi tavoli. Quindi la sfida delle diplomazie è quella di contribuire a determinare regole del gioco condivise che consentano di affrontare, gestire e, forse, risolvere le crisi che abbiamo davanti e compito dell’Italia è contribuire a costruire il sistema di regole multilaterali soprattutto nella regione del Mediterraneo.

Alfonso Siano

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