sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Matteotti, un riformista scomodo
Pubblicato il 15-02-2016


Il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti è stato celebrato nel 2014 con una serie di convegni, promossi dai sindacati (Cisl, Cgil, Uil) e dalle Fondazioni Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio. Le relazioni sono ora pubblicate nel volume collettaneo Giacomo Matteotti. Un riformista rivoluzionario (Donzelli, Roma 2015,  pp. 182) con la prefazione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso e l’introduzione di Edmondo Montali. Scopo dei convegni, che si sono tenuti in varie città come Milano, Napoli, Fratta polesine, Ferrara, è stato quello di tenere viva la memoria di Matteotti e di ricordarlo per il suo contributo all’emancipazione dei lavoratori.

  Il volume, diviso in una parte strettamente storica e in un’altra più discorsiva, vuole fornire un quadro generale dell’attività politica di Matteotti, che è analizzata dai relatori sotto diverse angolazioni tematiche. Il saggio di Massimo Salvadori traccia l’itinerario politico del socialista veneto, che nella natìa Fratta Polesine si avvicina agli ideali socialisti per combattere i soprusi del padronato agricolo su influsso del fratello Matteo. La sua maturazione politica si compie nelle campagne del Polesine, si sviluppa nella collaborazione al settimanale «La Lotta» e nelle posizioni contro la guerra di Libia e l’intervento italiano nel conflitto bellico. Un impegno costante che che gli permette di diventare deputato nel 1919, nel 1921 e nel 1924: tre date fatidiche per la nascita dei Fasci di combattimento, del Pcd’I e l’assassinio del socialista veneto avvenuto il 10 giugno per opera della cosiddetta Čeka squadrista.

    Nella sua relazione Claudio Besana, che analizza la reazione dei cattolici e del Vaticano riguardo al delitto Matteotti, sottolinea come essi assumano posizioni contrastanti, che vanno dall’atteggiamento di Stefano Cavazzoni a quello di Luigi Sturzo, l’uno favorevole all’esecutivo guidato da Benito Mussolini e l’altro contrario all’ingresso dei cattolici nella compagine governativa. Favorevole alla protesta aventiniana, l’ex segretario del Partito popolare promuove un accordo con i socialisti riformisti, che il 1° luglio 1924 avviano un tentativo di intesa con l’intervista rilasciata da Filippo Turati al quotidiano «Il Popolo». Il fallimento della collaborazione, se viene favorita da esponenti di primo piano come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, è contrastata dalle gerarchie ecclesiastiche, contrarie a questa prospettiva per una serie di motivazioni rese note da «La Civiltà Cattolica». La rivista dei Gesuiti ritiene inopportuna la collaborazione con i socialisti per la loro tradizione laica e per il merito riconosciuto al fascismo di avere salvato l’Italia dal bolscevismo. Dopo il delitto Matteotti il pontefice assume, secondo l’autore, «un atteggiamento di neutralità rispetto a ogni forza politica in campo, di riassorbire nelle associazioni confessionali le organizzazioni economiche e sociali e di trattare direttamente con Mussolini» (p. 28). Una posizione che si pone in netto contrasto con la scelta pontificia, volta ad appoggiare il fascismo e a risolvere la questione romana su basi nuove e convenienti per la Chiesa cattolica.

    Nella sua relazione Nicola De Janni propone invece una lettura distorta della storia del Partito socialista, incapace nel 1919 di «elaborare una politica vincente» (p. 32) e di impedire le due scissioni consumate con la costituzione del Pcd’I e del Psu. L’insuccesso dell’Aventino parlamentare, l’attribuzione incerta a Mussolini «come il mandante del delitto Matteotti», l’affare Sinclair gli appaiono come episodi «gonfiati ad arte» da una Sinistra incapace di comprendere gli «accordi politici con forze moderate cui il capo del governo stava pensando» (p. 32). Nulla di più falso su questi episodi, già da tempo chiariti dagli storici e dai biografi di Matteotti: dal 10 giugno 1924, data del suo assassinio, la bibliografia (Pietro Nenni, Roberto Marvasi, Giuseppe Rossini, Antonio G. Casanova, Stefano Caretti, Mauro Canali) è cospicua e perviene alla conclusione delle responsabilità di Mussolini e dell’esistenza di una pista «affaristica» nel delitto. Quelle «rapide fortune», ricordate dal periodico «Echi e Commenti» e riprese Nenni in un opuscolo del 1929, prosperano «all’ombra di palazzo Chigi e del Viminale» e si intersecano con un mondo affaristico connesso ai notabili della finanza, ai capitani di industria, ai faccendieri arricchitisi con le forniture militari a fattura gonfiata o con il mercato nero.

    Mauro Canali ha infatti sottolineato la solidità della pista petrolifera sulla base del ritrovamento del testamento di Dumini, in cui lo squadrista toscano confessa di avere ricevuto l’ordine di uccidere Matteotti per il timore che questi potesse denunciare i loschi affari fioriti intorno alla stipulazione della «convenzione Sinclair» (Delitto Matteotti, in «Dizionario del fascismo», I, Einaudi, Torino 2002, p. 412). Riccardo Mandelli, in un interessante volume Decreti sporchi. La lobby del gioco d’azzardo e il delitto Matteotti (Giorgio Pozzi editore, Ravenna 2015, pp. 140), ha tracciato un quadro nitido della serie di «affari sporchi», su cui Matteotti stava indagando per denunciare le collusioni tra autorità governative, il traffico dei residuati bellici, gioco d’azzardo e concessioni petroliferi.

     Su questo scenario, non sempre nitido nelle altre relazioni di Mario Isnenghi e di Aldino Monti, si sviluppano una serie di considerazioni prive di agganci con i risultati storiografici più maturi. Isnenghi considera Matteotti un «simbolo d’una eroica disfatta», che sprigiona con la sua morte un mito difficilmente gestibile per il neutralismo assunto durante la Grande Guerra oppure per il tradimento subìto da Mussolini, suo compagno di partito (pp. 35 e 36). Monti esprime una serie di giudizi erronei sul deputato socialista, la cui personalità gli appare «non priva di alterigia personale» (p. 59) e lo «stile politico ai limiti della provacazione». Un ritratto lontano della realtà, che denota una scarsa conoscenza della sua attività politica, caratterizzata da dogmatismo ideologico e «non immune da un linguaggio radicale e violento» (p. 69). In una serie di passaggi sulla storia del Psi il relatore ignora il ruolo politico svolto da Matteotti nei congressi socialisti di Reggio Emilia (1912) e di Ancona (1914), credendo che egli si avvicini a Turati solo negli anni 1920-21 e affermando che le sue posizioni siano inficiate da «un’intransigenza morale, spesso moralistica» (p. 74). I rapporti tra Turati e Matteotti risalgono invece agli anni della stesura dell’opera  La recidiva (1910, p. 104) e si sviluppano durante la guerra libica durante la «manifestazione antipatriottica» organizzata a Fratta Polesine con la presenza di Argentina Altobelli, mentre il suo primo articolo sulla turatiana «Critica Sociale» risale al 1915 (si veda G. Matteotti e f.t., Polemiche in libertà. Dal punto di vista del nostro partito, 1915, XXV, p. 40).

    Nella sua relazione Adolfo Pepe ritiene invece il delitto Matteotti un fatto sconvolgente, che colpisce «gli uomini del mondo liberale» (p. 84), tra i quali ricorda Benedetto Croce e Luigi Albertini, dimenticando che gli orrori della dittatura fascista si ripercuotono soprattutto sui socialisti riformisti come Claudio Treves o Filippo Turati e sui fratelli Rosselli, gli uni costretti all’esilio e gli altri uccisi dai cagoulards francesi. «L’importanza di ricordare Matteotti» – come sostiene il curatore nella sua introduzione –  si è tradotta in una serie di relazioni frettolose, che poco aggiungono alla conoscenza del deputato socialista.

Nunzio Dell’Erba

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